Nessun accordo con il M5s e avanti con l'innovazione iniziata dalla sinistra di governo

Enrico Morando

Le due strade davanti al Partito democratico italiano e il progetto di governo globale di Roberto Giachetti. Spunti per il Pd del futuro

Il Partito democratico in Italia – come tutte le forze di centrosinistra in Occidente – ha di fronte due strade, tra di loro alternative. Entrambe partono da un presente fatto di sconfitte subite dalle forze nazionalpopuliste. Entrambe sono percorribili solo da chi abbia nello zaino un importante e comune patrimonio di valori, principi e interessi sociali da affermare e tutelare.

 

L’una però disegna il suo tracciato lungo una linea di aperta rottura con le più recenti esperienze di governo della sinistra, per richiamarsi ai successi – e, quindi, alle politiche – di un passato molto più lontano: ai dettami del paradigma socialdemocratico dei 30 gloriosi del Novecento.

 

L’altra – sulla quale cammina la mozione Giachetti – impegna chi vuole utilizzarla a mantenere vivo, e a condurre verso approdi più avanzati e coerenti, lo sforzo di radicale innovazione della cultura politica, dei programmi e delle leadership che la sinistra di governo ha iniziato quando l’offensiva culturale e politica della destra, negli ultimi decenni del secolo scorso, ha preso il sopravvento e imposto un nuovo paradigma.

 

Scegliere di avanzare su questa seconda strada non significa sottovalutare la sconfitta che quel tentativo alla fine ha subìto, sia pure dopo significativi successi. La sconfitta deve semmai rendere più consapevoli dei limiti dell’innovazione elaborata e sperimentata.

 

Perché di governo globale per affrontare il cambiamento climatico abbiamo molto parlato, salvo dedicare più attenzione alle piste ciclabili che alle scelte da fare per sciogliere i nodi intricati delle infrastrutture energetiche e di politiche tariffarie che penalizzano ambiente e utenti più deboli. Perché abbiamo annegato le (poche) parole sulle scelte da fare subito per la costruzione della sovranità europea su temi cruciali come l’immigrazione, la tassazione delle grandi multinazionali del web, il contrasto della minaccia del terrorismo fondamentalista islamico dentro vere e proprie geremiadi sull’Europa che c’è, magari per giustificare limiti delle politiche nazionali. Ottenendo così il solo scopo di alimentare la campagna delle forze nazionaliste, che operano per la sua disintegrazione. Perché abbiamo, sì, avanzato in Europa la proposta di uno strumento efficace per il contrasto della disoccupazione non strutturale, creata da choc asimmetrici che trovano le loro cause nel mercato unico e nella competizione globale, ma abbiamo passato la gran parte del nostro tempo a discutere di articolo 18 e di età per il pensionamento anticipato. Perché non abbiamo fatto mancare – gli uni e gli altri – la nostra partecipazione al duro confronto tra quelli che “è solo un problema di domanda aggregata” e quelli che “è solo un problema di offerta”, salvo ignorare che Francia e Germania, da giugno a oggi, stanno stringendo il confronto non per giungere a rimpinguare di qualche centinaio di milioni il bilancio dell’Unione – comunque poco significativo, in termini macroeconomici –, ma per dare vita a un vero e proprio bilancio dell’area Euro. Cioè, quel bilancio che può consentire di affiancare alla politica monetaria una coerente politica fiscale, capace di fornire risposte sia alle esigenze sollevate dai “domandisti” (il bilancio dell’Euroarea può ben sviluppare politiche anticicliche di sostegno della domanda, sostanzialmente precluse ai singoli bilanci degli stati membri), sia a quelle degli “offertisti” (il bilancio dell’Euroarea può investire su infrastrutture materiali e immateriali alla dimensione del mercato e della moneta unici, a differenza di quanto possono i bilanci nazionali).

 

In altri paesi dell’occidente il confronto tra queste due diverse strade è più trasparente e tranquillo di quanto accada in Italia: un po’ per la diversa storia della sinistra nazionale e molto perché è ancora grande il timore che un duro e limpido confronto interno possa condurre ad esiti infausti per tutti, come è accaduto di recente con la scelta di Bersani e D’Alema di non accettare l’esito della democratica competizione interna sulla linea politica e la leadership. In fin dei conti, però, non si capiscono le differenze tra le mozioni congressuali – tra le due più distanti, in particolare: Giachetti versus Zingaretti – se si pretende di prescindere dai due diversi punti di vista da cui esse guardano alle prospettive del centrosinistra e ai problemi del paese. Da entrambi si vede bene l’urgenza di una questione salariale che tiene bassa sia la domanda aggregata, sia la produttività, ma è la mozione Giachetti a insistere sulla urgenza di riconoscere centralità alla contrattazione di secondo livello, favorendone lo sviluppo anche con forti agevolazioni fiscali. Entrambi suggeriscono di recuperare il terreno perduto nel rapporto tra la sinistra di governo e i sindacati, ma è Giachetti a sottolineare che – per farlo davvero in modo utile –, bisogna riconoscere apertamente che ci sono sindacati che hanno firmato accordi e contribuito a dare un futuro a settori industriali decisivi, e sindacati che quegli stessi accordi hanno duramente contrastato, chiedendo ai lavoratori interessati di respingerli nei referendum interni… Non serve proseguire con gli esempi. Se il governo gialloverde ispira la sua azione allo statalismo assistenzialista, alla contrapposizione tra interesse nazionale ed integrazione europea, al contrasto di ogni istanza di modernizzazione (dalle infrastrutture per la velocità dei trasporti agli orari di apertura dei negozi), all’aumento della pressione fiscale (da record quella già decisa per il 2020-’21), per inseguire la spesa corrente che viene fatta crescere a ritmi vertiginosi, alla ripubblicizzazione integrale del servizio idrico, allora il compito della sinistra che voglia essere credibile alternativa di governo non è quello di contrapporre a tutto ciò un progetto che preveda… le stesse scelte, ma un po’ meno intense e un po’ meno nette, come una parte della sinistra europea (Mèlenchon e Corbyn, per citare gli esempi più espliciti e di maggiore successo) appare incline a sostenere. Aver sgomberato il campo (nessuna delle tre mozioni la propone) da ogni ipotesi di cooperazione presente e futura con il M5s è un primo passo nella direzione giusta. Ed è un primo, rilevante successo dell’iniziativa congressuale di Giachetti. Ma se non è vero che il futuro della sinistra è dietro le spalle e che il meglio della sua storia è già venuto, allora è dalla ulteriore innovazione della sua cultura politica che può prendere vigore un concreto progetto di governo delle gigantesche contraddizioni create dalla “distruzione creatrice” che sta alla base del dinamismo capitalista. Un progetto di governo globale che mantenga vivace la dimensione della creazione, riducendo drasticamente le sofferenze e le contraddizioni determinate, specie in occidente, dal processo di distruzione. Difficile? Certo. Ma le facili risposte di rinazionalizzazione delle politiche sono destinate a fallire, anche quando venissero fatte proprie dalla sinistra.