Il “fuoriondismo” di Matteo Richetti, eterno insoddisfatto del Pd

David Allegranti

A contribuire al sereno clima di queste primarie è arrivata anche una ventata di surrealismo con l’audio del senatore: “Io non ci vado in Toscana a dire ‘votate Martina’”

Roma. Il momento del disvelamento è un grande classico della psicologia freudiana, ci sono sempre lapsus in agguato pronti a raccontare di te stesso molte più cose di quelle che vorresti ammettere. In politica, poi, la scena a un certo punto erompe, erutta, conquista e strapazza il retroscena, fatto di virgolettati impeccabili, tutti uguali, un po’ come i “colloqui” – sostituti delle “interviste” – di Beppe Conte, in cui pare persino uno statista, per tono e parole usate. Ci sono certi casi però in cui in realtà il disvelamento assomiglia a un tentato suicidio politico, vedi quei politici che mandano audio in chat non proprio sorvegliate ben sapendo che prima o poi saranno diffuse.

 

E’ il caso di Matteo Richetti, che in un audio inviato a una chat si è lamentato del candidato alla segreteria del Pd che ha scelto di appoggiare, Maurizio Martina. Troppo spazio, troppa visibilità, troppe scelte lasciate ai renziani vicini al Giglio Magico, ha detto il Richetti furioso: “Io non ci vado in Toscana a dire ‘votate Martina’, anzi vi invito a fare i cazzi vostri. Non ci vado in Sicilia. Martina può andare a cagare domattina, ha voluto preferire i Lotti, i De Luca e compagnia, non vedrà una parola di sostegno da parte mia”. Boom.

 

 

Ma siccome la frase è impegnativa, la sortita è poco democristiana, l’aplomb s’è perso sulla via Emilia, viene il sospetto, legittimo, che il modenese Richetti abbia consapevolmente scelto di farsi esplodere. Dunque è un disvelamento, sì, ma perfettamente lucido e cosciente. Una confessione autentica, insomma. Ma a questo punto non si capisce perché Richetti abbia rinunciato a correre – eh già, era candidato pure lui alle primarie del Pd – se poi a due settimane dal voto al congresso ha deciso di sbaraccare tutto.

 

E’ evidente che al senatore Richetti non piace nessuno tranne se stesso, che il senatore Richetti si trova a proprio agio solo in compagnia della propria presenza ed è evidente che il senatore Richetti con i Lotti e i De Luca – lo dice lui – non ci vuole avere nulla a che fare. Vecchie storie di compagnie renziane, quando un tempo gli ex giovani rottamatori lanciarono l’assalto al cielo, salvo poi dividersi e scomporsi in sottocorrenti, dando vita a cinquanta sfumature di renzismo. Quelli più renziani di Renzi, quelli ugualmente renziani ma meno arroganti, quelli renzianamente critici, quelli diversamente renziani. Insomma, un tripudio. Fu così che nacque il rapporto di amore e odio fra i due Matteo; Richetti rottamatore presidente del consiglio regionale dell’Emilia Romagna e Renzi rottamatore sindaco di Firenze. Solo che due galli in un pollaio difficilmente possono resistere a lungo, e quindi tutto presto è andato a sfasciarsi. Non è mancata pure la fase del riavvicinamento, con Richetti che a un certo punto torna a calcare il palco della Leopolda e diventa portavoce del Pd. Ma se né gli Oasis né i Litfiba hanno retto l’urto della notorietà e della sindrome del frontman, quanto poteva durare, ancora, la già non troppo salda coppia dei due gemelli Derrick del Pd? E infatti.

 

Ora, a contribuire al sereno clima di queste primarie è arrivata anche una ventata di surrealismo con l’audio di Richetti, sganciato come una bombetta su una competizione esausta in cui tutti cercano di capire di quanto vincerà Zingaretti. Peraltro, non è neanche la prima volta che all’ex co-rottamatore capita di lasciarsi andare a giudizi poco lusinghieri sui propri compagni di viaggio: nel dicembre 2017, dopo essere rientrato nelle fila renziane, sbottò nel corso di un incontro a Napoli, proprio parlando di Renzi e soci: “Non puoi andare ad Arezzo a dire ‘siccome volevamo abolire il Senato e ci mettiamo la faccia su Banca Etruria, mi candido al Senato ad Arezzo’. Poi arrivi a Milano e ‘siccome sono a Milano sfido Berlusconi nel collegio di Milano’. Poi dopo andrà a finire, com’è giusto che vada a finire, che ti candidi a Firenze che è la tua città. Allora mi chiedo, perché non comprendiamo che in politica la parola data, anche su questioni poco rilevanti, conta, in una stagione così complessa?”.

 

Insomma, nell’ex candidato alle primarie del Pd ci sono due anime. Resta da capire quand’è che uscirà il fuorionda in cui Richetti se la prenderà con il senatore Richetti.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.