La ridotta dei renziani

Salvatore Merlo

Chi c’era e chi no alla presentazione del libro di Renzi, tra pubblico attempato e fedelissimi incerti sull’amore del capo

Roma. “Ma non ci vai, alle 17?”. Matteo Orfini, il presidente del Pd, strizza gli occhi come a cercare un ricordo perduto nei recessi più lontani della mente: “Perché, che c’è alle 17?”. Alla Camera alcuni deputati si danno appuntamento, c’è però chi ha molto sonno e non può andare, “io sono giustificato e insospettabile”, scherza Michele Anzaldi, chi invece fa spallucce o sorride sornione. “Guarda che le assenze saranno più notate delle presenze”. Così alla fine, attorno all’ex segretario, attorno a Matteo Renzi che presenta il suo libro al tempio di Adriano, a un tiro di schioppo da Montecitorio, si raggruma la ridotta dei fedelissimi. Ed è un affresco del potere che fu, che vorrebbe anche chissà un giorno ri-essere, tutto un intreccio di vicende personali e politiche, amicizie e alleanze. Ecco Maria Elena Boschi, elegante, in prima fila, che firma autografi e si concede ai selfie d’un pubblico numeroso ma non precisamente giovanissimo, eppure agguerrito e pronto alle ovazioni. Manca Luca Lotti , che fu braccio destro e sinistro, manca Graziano Delrio che fu ministro e paterno consigliere ormai lontano dal cuore, ma ricompare Ernesto Carbone, “Ciaone”, mentre sul retro si muove e organizza ogni cosa Francesco Bonifazi, detto “Bonitaxi” perché accompagnava sempre Renzi in automobile. “Dici che la sala è piena di anziani?”, scherza lui, in fiorentino bonario. “Non ti preoccupare. Non è mai morto nessuno”. Sono passati cinque anni da quando qui, in questa stessa sala e sul medesimo palco, Renzi presentava il libro di Massimo D’Alema tra pacche e sorrisi. Finì come finì, ma quel giorno c’era tutta una Roma potente e cospicua che s’era mossa per incontrare il gran fiorentino fattosi segretario e capo del governo. Cinque anni che sembrano cinquanta.

  

  

Vestito di scuro, camicia chiara, il volto arrossato e un filo di pinguedine, intervistato da Lucia Annunziata e Virman Cusenza, Matteo Renzi intreccia sentimenti d’orgoglio, rivalsa, desiderio, tutti ingredienti d’una vicenda classica. E allora ricorda il suo conflitto con Banca d’Italia, che riecheggia le recenti parole scomposte di Di Maio contro l’istituto, “feci una battaglia a viso aperto, l’ho persa e tutti stavano dall’altra parte, compresi Lega e M5s”. Dice di non essere interessato a un altro partito, che il Pd è casa sua, eppure ostenta distanza dalle vicende interne, “non mi candido alle europee e non parteciperò alle primarie. Anche se voterò, ma non vi dico per chi”. E qui un sorrisetto scappa ad Anna Ascani, seduta in prima fila tra Luciano Nobili e Ivan Scalfarotto. La candidata alle primarie è arrivata prestissimo per accaparrarsi quel posto in vista. Mentre molto più in dietro, mescolato tra la folla, ecco il suo collega di candidatura, Roberto Giachetti, cui qualcuno chiede di firmare il libro di Renzi, e allora lui: “Ma che, te firmo il libro di ‘questo’?”. Questo. Cioè Renzi. Che intanto concentra battute e sarcasmo più sui Cinque stelle che sulla Lega, li chiama “cialtroni”, “incompetenti”, si esprime con quella facilità inventiva che, seppure gli abbia consentito di generare capolavori, gli ha talvolta anche preso la mano. Ma ogni aggettivo tagliente scatena gli applausi del pubblico. “Ho sentito l’inglese di Conte. E prendevano in giro me… Sono pronto al confronto in italiano con Di Maio, gli do tre congiuntivi di vantaggio. Fico? Non è imparziale”. E ancora: “Dai candidati alla segreteria mi aspetto coerenza, tutti hanno detto di essere contrari a un’alleanza con il M5s”. Applaude Pier Ferdinando Casini, in prima fila, con la sciarpa del Bologna, sorride Pier Carlo Padoan, si spellano le mani Ettore Rosato e Lorenzo Guerini, Valeria Fedeli e Simona Malpezzi, Fiano e Nannicini.

 

Loro sono all’incirca gli stessi di cinque anni fa, quando Renzi su questo palco dava l’impressione d’essere invulnerabile, irridente scavezzacollo la cui tracotanza era sbocciata con la fortuna. Ma stasera i renziani guardano Renzi senza la sicurezza d’essere ricambiati nell’amore, senza certezze, con un capo che vuole essere chiamato senatore e arriccia il naso se parla di congresso. Succubi indifesi nella loro tenerezza. Ma non tutti accettano il castigo con la gioia della fede, con la gratitudine per gli anni belli e sfumati.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.