La parabola (discendente) del M5s spiegata con il “nogarinismo”

David Allegranti

Il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, in calo nei consensi, lascia la città per candidarsi alle Europee. La Lega ora è favorita per la successione. Un conto è protestare, un altro governare. E Di Maio lo sa bene

Roma. Il nogarinismo – da Filippo Nogarin, sindaco di Livorno – è un male politico che affligge quelli abituati a stare all’opposizione e a berciare, convinti che basti denunciare (e berciare, appunto) per ottenere qualche risultato politico. Dopo cinque anni da sindaco, che è un mestiere difficile, forse oggi in politica il più difficile, perché si viene pagati poco, gli avvisi di garanzia – prevedibile quello per abuso d’ufficio – sono un regalo programmato e certificato, Nogarin si candida alle Europee. In fuga da Livorno. D’altronde, mesi fa se lo era pure lasciato scappare: “Ho sulle spalle cinque inchieste penali e 50 civili. Alcune assurde, come una su un canto dell’upupa. Sono due le cose: o sono Al Capone, oppure c’è un accanimento nei miei confronti”. 

 

Anche da qui nasce la decisione di mollare il porto verso altri lidi brussellesi. I risultati, d’altronde, sono impietosi per il M5s livornese. Quasi cinque anni fa vinse le elezioni al ballottaggio, fu uno choc politico per la classe dirigente di centrosinistra, sconfitta pesantemente in casa, convinta fino all’ultimo della propria invincibilità, un atto di hybris pagato a carissimo prezzo. Cinque anni dopo è di nuovo tutto in discussione, ma ad approfittarne potrebbe non essere il Pd bensì il centrodestra guidato dalla Lega, il cui momento speciale pare destinato a durare ancora un po’. Secondo un sondaggio Swg del novembre scorso, la Lega sarebbe il primo partito a Livorno con il 24 per cento. Alle comunali del 2014 i leghisti neanche esistevano visto che si presentavano sotto lo stesso simbolo a sostegno della candidata Marcella Amadio (Fratelli d’Italia, An, Udc, Lega presero tutti insieme un misero 4,64 per cento).

 

La cura Nogarin, dunque, ha aperto le porte al partito di Salvini anche nell’ex rossa Livorno. Se vogliamo, quella di Nogarin e del nogarinismo è una storia che vale per l’Italia. C’è un sindaco molto lanciato, almeno all’inizio, sul quale puntano i vertici del M5s, solo che poi l’effetto sòla ha la meglio. È esattamente quello che è successo a Roma col governo: il M5s è arrivato a Palazzo Chigi con oltre il 32 per cento, adesso è – dicono i sondaggi – al 25 per cento mentre la Lega è saldamente sopra il 30. Luigi Di Maio si è consumato dopo pochi mesi, frantumando qualsiasi record di logoramento di una leadership di partito. Insomma, un conto è protestare, un altro conto è governare. Una storia vecchia quanto è vecchia la politica ma che mai prima d’ora il M5s aveva potuto sperimentare. Ha iniziato a verificarlo sui territori, dove prima ha vinto e adesso ha iniziato a perdere colpi. Il nogarinismo dunque è la malattia infantile del populismo; quello di chi vince con la discontinuità rispetto al passato ma poi perde rivelando se stesso.

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  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.