Il dibattito europeo ai tempi del sovranismo

David Allegranti

“Gli ultimi giorni dell’Unione”, arriva in Italia il gran libro di Ivan Krastev

Roma. Uscirà a fine mese per Luiss University Press la traduzione italiana di “After Europe”, prezioso libro di Ivan Krastev pubblicato negli Stati Uniti nel 2017. Un libro nel quale Krastev, direttore del Centre for Liberal Strategies di Sofia, ha anticipato il dibattito sull’Unione europea e i rischi dell’avanzata di sovranisti e populisti, decisamente centrali con l’avvicinarsi delle elezioni europee di maggio. Non a caso Jan-Werner Müller, autore di “Che cos’è il populismo”, ha definito Krastev il “Tocqueville dei nostri giorni”.

   

Il titolo italiano, se vogliamo, è ancora più esplicito dell’originale: “Gli ultimi giorni dell’Unione”. Sottotitolo: “Sulla disintegrazione europea”. La prefazione è di Francesco Saraceno. La traduzione del libro del politologo Krastev arriva in un momento preciso del dibattito pubblico italiano; l’attesa delle Europee sta generando mostri, con uno scontro interno al governo felpastellato alimentato dall’inevitabile competizione fra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il cui recente duello sulla Tav – pur importante per lo sviluppo infrastrutturale del paese – è soltanto uno specchietto per le allodole. In palio, infatti, c’è molto altro, e lo si capisce da come si muove Salvini nel percorso verso le elezioni di maggio: il capo della Lega intende presentare le prossime Europee come uno scontro fra “élite e popolo”; da una parte il tradizionale blocco liberale, socialdemocratico che ha governato finora l’Europa – definito sprezzantemente “tecnocratico” dagli avversari – e le sue istituzioni a Bruxelles, dall’altra un “popolo”, di cui Salvini sarebbe portavoce, aggredito dall’immigrazione. L’affermazione dei sovranisti, anche senza un progetto ideologico comune, realizzerebbe lo scenario descritto dal politologo Krastev.

   

Finora la letteratura distopica non ha preso mai in considerazione l’ipotesi di una disgregazione dell’Europa, ma la crisi dei rifugiati, scrive Krastev, “è l’Undici settembre europeo” nonché elemento centrale del processo di (possibile) disgregazione dell’Unione. Salvini e i suoi alleati sono pronti a trasformare quella distopia in triste realtà. “La caratteristica principale del populismo è l’ostilità non all’élitismo ma al pluralismo” (traduzione dello scrivente e non della Luiss University Press), aggiunge il politologo bulgaro. E infatti i sovranisti, in Europa e altrove, usano élite ed elitario come un insulto, ma è in realtà la società aperta il loro avversario. Un avversario da sconfiggere ovunque, non solo alle elezioni europee. I “nuovi populisti”, come li chiama Krastev, sono dunque pronti ad aggredire l’idea di società aperta e possono contare su un appeal formidabile: mentre la democrazia liberale offre pesi, contrappesi, quindi anche vittorie ambigue, non dunque un potere assoluto ma un potere regolato e limitato, loro possono offrire processi rapidi, sbrigativi, certi. Affrontano la questione centrale dell’immigrazione con metodi spicci (porti e confini chiusi, e via), si richiamano direttamente al popolo, dietro il quale farsi scudo. Trattano questo “popolo” con estrema condiscendenza; non hanno l’impianto ortopedico di chi intende intervenire sull’animo del cittadino-elettore, valutandolo secondo i suoi meriti. Il merito, d’altronde, va superato a vantaggio di altri meccanismi di selezione: “È la lealtà – cioè la fedeltà incondizionata a gruppi etnici, religiosi o sociali – che sta al cuore dell’appeal del nuovo populismo europeo. I populisti promettono alle persone di non giudicarli solamente sulla base dei loro meriti. Essi promettono solidarietà ma non necessariamente giustizia”. Ciò che i populisti promettono ai loro elettori “non è la competenza ma l’intimità”, promettendo di ristabilire “il legame tra le élite e la gente”.

    

È esattamente quello che intende fare oggi Salvini, che in questo modo potrebbe sfruttare l’occasione – il momento delle Europee – per far crescere ulteriormente il proprio consenso interno. Per ottenere questo risultato, ha bisogno di far leva sull’alleanza con gli altri sovranisti, anche se è vero che ogni sovranista bada al proprio particulare, per dirla con Guicciardini, e quindi è difficile perseguire le esigenze di tutti. Forse finirà che i sovranisti europei si cannibalizzeranno a vicenda, chissà. Tuttavia, è evidente che i suoi compagni d’avventura, come il gruppo di Visegrád, possono essergli utili anche per perseguire suoi interessi di bottega.

  

Non c’è dunque salvezza? Krastev vede qualche possibilità di sopravvivenza per l’Unione europea, che è passata indenne da varie crisi; la crisi dell’euro, la crescente minaccia del terrorismo, la stessa crisi dei rifugiati. È vero dunque che le pulsioni disgregatrici dell’Unione si sono fatte molto più forti di cinque anni fa, ma è vero anche che dopo la Brexit il numero di abitanti degli stati maggiori disposti a lasciare l’Unione è diminuito. Così come, ha testimoniato un recente sondaggio di Eurobarometro, è cresciuta la percentuale di italiani che ritiene che l’Euro sia positivo per il paese: nel 2018 il consenso per la moneta unica è arrivato al 57 per cento, registrando un aumento del 12 per cento rispetto all’anno scorso. Merito, anche questo, dei populisti al governo?

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.