Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Giuseppe Conte (foto LaPresse)

Di Maio e Toninelli difendono Salvini, ma inciampano su Dublino

Luca Gambardella

Nella memoria presentata dai due ministri sul caso Diciotti si rivendica l'impegno del governo per riformare le politiche europee dell'immigrazione. Ma M5s e Lega hanno sempre boicottato il sistema delle quote

Tra il vertice europeo sull’immigrazione e un comizio elettorale a Pescara, Matteo Salvini ha preferito quest’ultimo. Il vicepremier ha detto che non avrebbe partecipato alla riunione di Bucarest dei ministri dell’Interno dell’Ue, convocata dal 6 all’8 febbraio dalla presidenza rumena per discutere delle politiche europee sull’immigrazione e della riforma di Dublino. L’assenza del capo del Viminale a un vertice del Consiglio Ue è ormai una consuetudine, nonostante il governo gialloverde continui a rivendicare il suo impegno in Europa per riformare le politiche dell’Ue sull’asilo.

  

 

Il vicepremier Luigi Di Maio e il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli hanno ribadito questo punto anche nella “memoria” difensiva che hanno presentato oggi alla Giunta per le immunità del Senato, chiamata a decidere se Salvini debba essere processato per il caso della Diciotti. “L’intera compagine governativa – scrivono i due ministri del M5s –, sin dal suo insediamento, propugna una revisione del Regolamento di Dublino volta a garantire il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli stati membri dell’Ue, conformemente al principio di equa ripartizione delle responsabilità sancito dal Trattato sul funzionamento dell’Ue”.

 

La riforma del trattato di Dublino prevede un sistema automatico di ripartizione dei migranti in modo equo e obbligatorio tra tutti gli stati membri dell’Ue. La Commissione europea aveva presentato una prima versione della riforma, che dopo una lunga discussione è stata modificata e approvata dall’Europarlamento il 16 novembre 2017. Il passo successivo per dare il via libera al testo spetta agli stati membri che però, da oltre un anno, non trovano l’accordo sul documento. Quello del trattato di Dublino è un nodo essenziale per risolvere il problema della solidarietà europea in tema di accoglienza invocato dall’Italia. Eppure, sia in occasione delle votazioni al Parlamento europeo sia alle riunioni del Consiglio dell’Ue, il governo italiano ha dimostrato esattamente il contrario rispetto a quanto predicato da Di Maio e Toninelli.

  

 

Partiamo dalle riunioni ministeriali. Dall’insediamento del governo Lega-M5s a oggi, il ministro Salvini ha partecipato a un solo vertice europeo – sui sei convocati – in cui era in discussione la riforma di Dublino. In sostanza, i colleghi europei hanno avuto la fortuna di incontrare di persona il vicepremier italiano solo alla riunione informale di Innsbruck (12-13 luglio 2018), quella organizzata dalla presidenza austriaca. Da allora niente. Prima ancora, al meeting del 4 giugno dello scorso anno (a pochi giorni dal giuramento), il governo aveva inviato l’ambasciatore alla Rappresentanza di Bruxelles, Maurizio Massari, unico diplomatico a partecipare a una riunione ministeriale.

  

 

L’impegno rivendicato dal M5s e dalla Lega nella riforma di Dublino non risulta nemmeno in occasione del voto al Parlamento europeo. Come ricordato più volte dalla relatrice del testo di legge, l’eurodeputata socialista Elly Schlein, i rappresentati del M5s hanno votato contro, mentre quelli della Lega si sono astenuti. Non solo. Anche in ambito di commissioni parlamentari, “la Lega non ha mai partecipato a nessuna delle 22 riunioni di negoziato che abbiamo svolto nel corso di due anni sulla riforma di Dublino”, ha dichiarato Schlein.

  

Il testo presentato da Di Maio e Toninelli alla Giunta per procedere del Senato cita invece le conclusioni del Consiglio europeo dello scorso 28 giugno. Il governo ha sempre presentato i risultati ottenuti sull’immigrazione in occasione di quella riunione (che fu una maratona estenuante, con il premier Giuseppe Conte rimasto a discutere tutta la notte con Merkel e Macron) come un grande successo. Nel testo di compromesso approvato in quell’occasione (oltre alle fantomatiche “piattaforme di sbarco” che da allora sono sparite dal dibattito) si parla però di un generico impegno “su base volontaria” da parte degli stati europei in tema di ricollocamento dei migranti. Un sistema ben diverso, senza alcun impegno da parte di nessuno, rispetto a quello automatico e obbligatorio approvato invece dal Parlamento europeo e boicottato proprio da Lega e M5s.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it