Il cortocircuito nel governo sul caso Diciotti

David Allegranti

Conte, Di Maio e Toninelli gettano un salvagente a Salvini. La crisi di coscienza dei 5 stelle

Roma. Il plico sulla nave Diciotti – con la memoria difensiva del ministro dell’Interno Matteo Salvini e gli allegati del governo – è stato consegnato oggi ai membri della giunta delle immunità del Senato, che deve decidere se autorizzare il processo a carico del capo della Lega oppure no. Di fatto è una corrispondenza fra Salvini, Giuseppe Conte e i ministri Luigi Di Maio e Danilo Toninelli nella quale viene ribadita, attraverso le parole del Viminale, che la vicenda della nave Diciotti non è una “mera personale iniziativa politica” del ministro Salvini bensì “una iniziativa dello stato italiano”. Insomma, è stata una scelta collegiale. Nonostante le rimostranze dell’opposizione sull’ammissibilità di questi documenti, la giunta li ha accolti e, ha spiegato il presidente Maurizio Gasparri, “tra mercoledì e giovedì prossimi avremo ben nove ore di discussione, un tempo congruo per valutare bene la materia che è delicata. Prevedo il voto finale della Giunta tra il 19 e il 20 febbraio”.

   

Le carte puntano a spiegare che il ministro dell’Interno non ha agito per proprio tornaconto politico ma per difendere l’interesse pubblico. Lo stato italiano, scrive Salvini, “ha portato all’attenzione dei partner europei le problematiche della vicenda”. Questo, aggiunge Salvini, “nel legittimo esercizio della propria sovranità”. Salvini continua dicendo che “l’azione attuativa dell’indirizzo governativo […] già di per sé stessa costituisce perseguimento di un preminente interesse pubblico”. Interesse rappresentato dalla salvaguardia “dell’ordine e della sicurezza pubblica, che sarebbero messe a repentaglio da un indiscriminato accesso nel territorio dello Stato, così come indicato” dal premier. Peccato che sul documento il presidente del Consiglio sia stato indicato come “A. Conte”. Errore successivamente corretto inserendo a mano una G. (d’altronde un conto è Giuseppe Conte, un altro conto è il più noto Antonio Conte). Insomma, la linea del ministro dell’Interno nonché capo della Lega è chiara. Così come è chiara quella di Conte, secondo cui “le azioni poste in essere dal ministro dell’Interno si pongono […] in attuazione di un indirizzo politico-istituzionale, che il governo da me presieduto ha sempre coerentemente condiviso fin dal suo insediamento”. Di questo indirizzo, scrive Conte in un documento allegato alla memoria difensiva, “così come della politica generale del Governo, non posso non ritenermi responsabile”. E i colleghi del M5s? Anche loro hanno scritto una memoria, ben più striminzita, il cui senso politico sta nelle ultime righe: Di Maio e Toninelli “hanno condiviso le modalità delle operazioni di salvataggio, sempre garantendo il rispetto delle condizioni di salute ed assicurando che non mancasse cibo, acqua e cure ai migranti presenti sulla nave in questione”. Insomma l’azione del governo “nella gestione delle operazioni di salvataggio” della nave Diciotti e “le decisioni del ministro dell’Interno ad essa relative sono […] da imputarsi collegialmente in campo anche ai sottoscritti”. Alla luce di questo, i due ministri grillini “dichiarano che le decisioni assunte in merito alla vicenda in oggetto sono state frutto di una condivisione politica quanto alla gestione delle operazioni di salvataggio dei migranti” a bordo della nave Diciotti. Come a dire: se tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole. Sarà dura spiegarlo ai duri e puri del M5s, che non vedono l’ora di applicare i saldi principi della Casaleggio Associati. Questa vicenda infatti evidenzierà tutti i cortocircuiti e le contraddizioni del governo felpastellato. Bastava leggere l’intervista del Fatto di ieri a Nicola Morra, secondo cui votare No all’autorizzazione a procedere sarebbe un tradimento ai valori fondanti del M5s: “E’ in gioco la nostra credibilità, e quindi la nostra identità”. Tra i valori non negoziabili, ha detto Morra, c’è “la convinzione che chi è nel Palazzo non possa godere di un trattamento differente”. D’altronde “un politico non deve essere mai al di sopra della legge”.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.