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La politica “no logos” di Salvini e Di Maio che imperversa nel post a post

"Le sgrammaticature, il dialetto e il turpiloquio. I gialloverdi non si rivolgono all'italiano popolare, ma all'italiano populista". Parla il linguista Antonelli 

16 Gennaio 2019 alle 06:15

La politica “no logos” di Salvini e Di Maio che imperversa nel post a post

(Foto LaPresse)

Roma. Parla come mangi” è l’imperativo categorico del governo felpastellato. Matteo Salvini ci inonda con le foto dei suoi piatti su Instagram, Luigi Di Maio solletica i sentimenti anticasta (due giorni fa se l’è presa con il Parlamento europeo, dicendo che va chiusa la sede di Strasburgo). I like esplodono, il consenso politico dei populisti resta stabile. Viene da chiedersi perché questa eloquenza politico-verbale sia così fortunata e come possa essere contestata senza accettare le regole imposte dall’avversario. “Potremmo dire che questo è un governo di ‘logofagi’, di mangiatori di parole: sempre le stesse, rimasticate per parlare alla pancia degli italiani”, dice al Foglio Giuseppe Antonelli, linguista, autore di “Volgare Eloquenza” (Laterza, 2017) e “Il museo della lingua italiana” (Mondadori, 2018). “O – più precisamente – di mangiatori di logos, che in greco non voleva dire solo parola ma anche pensiero. A trionfare sono i tweet fatti di frasi a effetto e qualche emoji: dal logos ai loghi. Più che il movimento no logo, in effetti, l’ha spuntata il no logos: un modo di fare politica basato sull’emotività, sullo scontro e sui tempi stretti della democrazia in diretta (diretta Facebook, Twitter, Instagram)”.

  

L’unico modo per sottrarsi a tutto questo, spiega Antonelli, “è tornare al ragionamento, all’argomentazione, alla dialettica. Prendersi il tempo per alzare lo sguardo, pensare idee nuove e trovare le parole giuste. Le parole per farsi ascoltare, per tenere aperti degli spazi anche esigui, per fare breccia – anche con piccole schegge – nel muro contro muro. Per provare a suscitare passioni positive, anche a costo di essere sbeffeggiati come buonisti”. Verrebbe da dire – quasi a tranquillizzarsi – che si tratta solo di propaganda. E tutti fanno e hanno fatto propaganda.

  

Questa in cosa differisce, se differisce, dalle altre? “La violenza verbale esercitata in rete da certi leader, e di conseguenza dai loro sostenitori, fa parte di una precisa strategia retorica. Come il grammaticalmente corretto, anche il politicamente corretto è un bersaglio della retorica populista. La parolaccia, l’insulto, lo strafalcione funzionano perché infrangono le regole. E, così facendo, forniscono un’illusoria dimostrazione di forza, sincerità, autonomia. Quando invece sono solo forme tese alla costruzione di un conflitto continuo e di un nuovo conformismo identitario. La propaganda c’è sempre stata, è vero. Ma l’emergere di una nuova retorica politica è strettamente legato alle nuove forme di comunicazione. Un tempo, per saltare le mediazioni, bisognava fare una campagna porta a porta. Oggi domina la politica post a post: minimo sforzo, massimo risultato. Forse questa è la post-politica. I social network hanno realizzato il sogno di ogni demagogo: quello di potersi rivolgere al popolo senza alcuna mediazione, senza alcuna limitazione e per di più fingendo una comunicazione alla pari. In nome del popolo seguace (nel senso di follower)”.

 

Con il loro modo di esprimersi, di argomentare, di vivere, Salvini e Di Maio sono “due di noi”, due “del popolo”. Non c’è quindi differenza fra essere populisti ed essere popolari, anche nel linguaggio? “Il linguaggio è forse il principale collante tra Lega e Cinque stelle. L’elemento che più accomuna due forze distanti su tante questioni dell’agenda politica. A dispetto del continuo riferimento al popolo – però – non si tratta di un italiano popolare, ma di un italiano populista. Una cosa ben diversa”. Perché l’italiano populista, spiega Antonelli, “ostenta una popolarità artificiale, orgogliosamente becera. Puntando sul politicamente e sul grammaticalmente scorretto, trasforma il paradigma del rispecchiamento (votami perché parlo come te) in uno specchio deformante (votami perché parlo come te quando sei in preda alla rabbia e al rancore). L’italiano populista usa gli strafalcioni come nella retorica classica si usavano gli ornamenti stilistici: i suoi strumenti sono le sgrammaticature, le espressioni dialettali, il turpiloquio. È questa la ‘volgare eloquenza’ che ha dominato gli ultimi anni della politica italiana”. E forse pure i prossimi.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. Scrive anche su Vanity Fair. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto quattro libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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Commenti all'articolo

  • Caterina

    Caterina

    16 Gennaio 2019 - 09:09

    Concordo. Aspetto Il prossimo articolo sullo stesso argomento ma riferito ai giornalisti e relativo Ordine.

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