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Il riformismo ha perso credibilità, e Renzi sembra il marziano di Flaiano

Il Pd sembra essere finito in un vicolo cieco. Si dovrà trovare il coraggio di mollare un progetto che non conduce a nulla per portare avanti il progetto di cui oggi c’è bisogno

10 Gennaio 2019 alle 10:55

Il riformismo ha perso credibilità, e Renzi sembra il marziano di Flaiano

Foto LaPresse

Al direttore - “Manca poco alla fine dell’incantesimo”, ha scritto Matteo Renzi. “Questo governo è un palloncino che sembra irraggiungibile ma può scoppiare all’improvviso”. Vero. Il guaio è che il Pd resta ancora ben lontano dal costituire un’alternativa politica credibile.

 

A Piazza Venezia, si sa, il giorno fatale non c’era nessuno e, in fondo, il riformismo dalle nostre parti ha sempre avuto una vita difficile. Perché stupirsi se nel Pd, dopo cinque anni di governo, a rivendicare esplicitamente una continuità ideale con l’impianto della sinistra liberale, sia rimasto solo il duo Ascani-Giacchetti? In Italia (come dappertutto e non da oggi) ci sono due sinistre: una riformista e l’altra redentiva. Socialisti, socialdemocratici e liberalsocialisti hanno, infatti, faticato parecchio ad affermare il riformismo (a lungo addirittura sinonimo di tradimento) come cultura prevalente della sinistra.

 

Inoltre, Matteo Renzi è un “marziano”. Di errori ne ha fatti molti, ma ha fatto sue quasi tutte le idee-chiave della sinistra liberale e con queste idee si è impadronito della “ditta”; ha costretto la sinistra a fare i conti con i suoi limiti, trascinato il Pd nel solco della tradizione liberale e ha cercato di raccogliere il voto degli elettori attraverso il superamento di una serie di tabù che per decenni hanno immobilizzato la sinistra italiana. Che, specie gli intellettuali italiani (convinti del carattere intrinsecamente “disumano” del capitalismo e di tutto ciò che lo riguarda), non gli perdonino (come è successo con Craxi) di aver cercato di “distruggere il sogno del comunismo”, non deve sorprendere. Non è, infatti, un caso che (solo in Italia) ciò che resta della vecchia sinistra (e parecchi esponenti del Pd) abbia sdoganato l’intesa con i populisti del M5s.

 

Non è poi un mistero per nessuno che alla base delle difficoltà e delle incertezze che da sempre caratterizzano la politica del Pd, ci siano diversi orientamenti di cultura politica. Non è un caso che, dopo dieci anni, il Pd non sia ancora riuscito a elaborare una linea coerente sulla giustizia e sulla scuola, e che il Jobs Act sia ancora sentito da buona parte del Pd come un tradimento, nonostante i buoni risultati. Lo sanno anche i sassi che, come si affanna a ripetere Claudia Mancina, il Pd “non uscirà dalla sua crisi se non affronta un lavoro serio sulla cultura politica, per superare le ambiguità e i residui di prospettive ormai implausibili”, che “non servirà guardare indietro alle pur gloriose socialdemocrazie del secolo scorso” e che “i concetti di base della politica socialdemocratica sono oggi da ridefinire dai fondamenti, nel quadro di un mondo totalmente cambiato”. Nonostante tutti i suoi errori (e i risentimenti che ha lasciato dietro di sé), forse Renzi è stato davvero l’ultimo tentativo di “salvare” il progetto del Pd. Che, via Renzi, il partito sia tornato a essere quello che non era stato in grado di votare compatto Prodi presidente, non può dunque stupire. E non sorprende neppure il ritorno in campo di D’Alema e compagni.

 

A dire il vero, Renzi in questi mesi ci ha messo del suo per aggravare lo stato confusionale del Pd e alimentare “quel sentimento provocato da qualcosa che doveva succedere e non è successo” che Umberto Contarello ha chiamato “vuotanza”. Ha deciso, scrive, di “giocare una partita diversa”. Forse si è convinto che non ci sia più niente da fare, che convenga restituire il partito alla vecchia “ditta” e provare a dar vita a un nuovo movimento neo-centrista. Forse, semplicemente, non ce la fa più. E’ difficile, comunque, sfuggire all’impressione che, ora che l’Italia è tornata al proporzionale, il Pd sia finito in un vicolo cieco; che non si tratti, cioè, di una crisi temporanea, che si può superare con uno sforzo in più, ma che la situazione non potrà migliorare, neppure con il massimo impegno. E se le cose stanno così, si dovrà trovare il coraggio di mollare un progetto che non conduce a nulla per portare avanti il progetto di cui oggi c’è bisogno. “Oggi è tempo di scrivere una pagina nuova”, ha scritto. E non c’è dubbio che l’opposizione al governo populista non è credibile se punta al dialogo con i populisti del M5s ed è probabile che ci sia un grande spazio politico alternativo tanto al governo attuale che all’odierna opposizione. Specie se si considera che la divisione tradizionale (novecentesca) tra destra e sinistra è rimpiazzata da un’altra linea di frattura che taglia trasversalmente gli schieramenti consolidati e che contrappone i sovranisti agli europeisti.

 

Del resto, la credibilità è forse il problema principale del sistema politico italiano. Gli italiani, come gli americani (e i francesi, gli inglesi, ecc.) sono impegnati in quella che Yuval Levin, un intellettuale conservatore, ha definito “a politics of competitive nostalgia”, che vuole ritornare a un passato idealizzato che è impossibile da raggiungere perché non è mai esistito. Al contrario, un futuro migliore si può conquistare. Ma il riformismo, l’impianto della sinistra liberale, e perfino l’ottimismo, devono tornare ad essere rispettabili. E credibili.

 

Ma proprio qui sta il problema: “Manca la speranza, mancano leader in grado di incarnarla”, scrive Renzi. Che poi aggiunge: “Quando arriverà il momento del viaggio, ci saremo”. Il guaio è che Renzi (come del resto il Pd) si è giocato buona parte della sua credibilità. E rischia di finire come il marziano di Flaiano e che gli stessi fotografi che non molto tempo fa facevano a gara per immortalarlo, gli intimino: “A Marzia’, te scansi?”.

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Commenti all'articolo

  • eleonid

    10 Gennaio 2019 - 16:04

    Fare politica è anche immolarsi per una causa sbagliata. Forse Renzi ha sbagliato momento precipitando gli eventi , ma non si può disconoscergli che con la globalizzazione di mezzo aveva capito che non si potevano fare politiche comuniste. Non è stato compreso prima che dai suoi avversari , che invece l'hanno ben capito, da quel popolo di sinistra che beatosi del benessere costruito non dal comunismo ma dal capitalismo , hanno avuto un ritorno di fiamma inconvulso mettendosi nelle mani di un movimento populista che predica bene ma finirà per razzolare male se non vorrà portare il paese alla rovina.A mio avviso il PD non potra'più ricalcare i passi del vecchio PCI , perché non è più tempo di ideologie. Ma dovrà consolidare l' orientamento intrapreso dal PD di Renzi se vorrà bloccare l'affermazione del populismo gialloverde.

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  • valentinab1

    10 Gennaio 2019 - 14:02

    Continuo a pensare che i motivi per cui il PD ha perso le ultime elezioni non sta tanto in quello che aveva promesso di fare (portare avanti il progetto dei governi Renzi/Gentiloni) quanto in quello che NON ha promesso, ovvero soldi a go go a tutti gli italiani: flat tax, abolizione della Fornero, reddito di cittadinanza. Se una persona non ha una sua linea politica seria, allora vota chi gli fa più comodo ovvero quello che gli ha promesso più soldi. Purtroppo molti italiani sono così, è un problema culturale e di ignoranza, non lo risolveremo a breve.

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    • chabto

      11 Gennaio 2019 - 18:06

      Esatto !!! tutte le altre discissioni sono le solite scuse per non dire pane al pane e vino al vino . Questo discorso vale anche per il "famoso" referendum del 4 dicembre , dove si é votato pro o (sopratutto) contro Renzi senza riflettere alle conseguenze . Cultura e ignoranza....

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  • stearm

    10 Gennaio 2019 - 13:01

    Il problema di Renzi sono in realtà due. Uno che è fiorentino, ovvero non è nè del Sud nè del Nord in un paese che è diviso in due tanto da chiedersi se l'Italia sia veramente una nazione (e nel caso quando cesserà di esserlo anche formalmente). Il secondo, collegato al primo, è quello di essersi illuso che ci sia una maggioranza di italiani attratta dal riformismo democratico. Dopo la prima primaria persa avrebbe dovuto fondare un partito riformista e puntare al 15%. E poi sì, sta sbagliando nell'usare toni delegittimanti nei confronti dei suoi avversari scendendo cosà al loro livello. Dall'altra parte, Berlusconi non riesce invece a liberarsi dei paraocchi ideologici e ad abbandonare la Lega. Sarebbero loro i leader naturali, quindi i loro errori pesano sul presente e sul futuro del riformismo in Italia.

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    • Skybolt

      10 Gennaio 2019 - 16:04

      Berlusconi mettersi con Renzi, per quanti mesi? Poi resterebbe solo Renzi. Nel senso da solo.

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    • Dario

      Dario

      10 Gennaio 2019 - 15:03

      Il fatto di essere fiorentino poteva essere un vantaggio, in un paese in cui non si riesce a superare il problema centrale, come dice lei, della divisione in due, cioè il problema dell'emancipazione del sud da una condizione di mancato sviluppo, mancato collegamento (in tutti i sensi: pensiamo alle vie di comunicazione) con il resto d'Europa e scarsa capacità di diventare crocevia del Mediterraneo (anche a causa delle crisi della sponda meridionale e orientale del Mediterraneo). Renzi ha cercato di recuperare sul sud solo alla fine della sua presidenza, ma era troppo tardi. Il suo problema è che nonostante il suo sguardo tutto sommato lucido, su questo ha mancato.

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      • Skybolt

        10 Gennaio 2019 - 16:04

        Crocevia del Medterraneo? Ma de che? Frasi fatte. Glielo dice un logistico. Se la costa sud del'Italia passasse tra la Cisa e Cesena, la nostra rilevanza ai fini dei traffici commerciali non cambierebbe molto, e fra cinque anni non cambierebbe del tutto.. Altra cosa dal punto di vista geopolitico, ma lì bisogna essere disposti a sparare. Oggi un veliero con 50 persone a bordo può arrivare a incagliarsi a Crotone senza che nessuno lo abbia visto prima.... Che fa la Guardia Costiera, la cui missione primaria non è la SAR? Su queste cose non si scherza. Prima o poi .....

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