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La lettera a Renzi di Contarello

Caro Matteo, ti parlo della “vuotanza”, somma stupida di due parole regali: speranza e vuoto. Eccola la “vuotanza” che mi sussurra un punto implausibile della tua storia. Forse proprio un saluto non vissuto. Un ciao scivolato via così

2 Gennaio 2019 alle 12:03

La lettera a Renzi di Contarello

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Al direttore - Dunque, caro Matteo, hai indeciso. Lo so, “caro” è una parola delicata, che fugge via come le saponette, un figlio è caro, un partente natalizio è caro. Però è caro anche chi si conquista un sentimento dalla distanza. Certo, si dice nel trito logorio della parola moderna, che la politica può sollecitare grandi passioni, ma io non della passione ti voglio parlare. Non amo ciò che nasce dal patimento. Ti voglio parlare di un sentire che non riesco a scrollarmi di dosso. Ho cercato, ma non ho trovato una parola adeguata che lo definisse e quindi me ne sono inventata una. E’ la prima volta che invento una parola e già questo è un segnale che mi fa pensare. Se non possiedo una parola per definire la percezione di un fatto, è una percezione inedita, orfana di sinonimi. Ho provato a mischiare due parole ed è uscita la brutta parola “vuotanza”.

 

Lo so, non ha un bel suono, ma questa involontaria sgradevolezza potrebbe non essere un caso. E’ la somma stupidina di due parole regali: speranza e vuoto. Non è una parola maestosa, non è il “vuoto di una grande speranza”, non c’è enfasi nella vuotanza, non c’è melodramma né tragedia, non c’è scomparsa, non c’è addio, non c’è nemmeno la nostalgia per un biglietto d’aereo mai usato. Te la definisco così: “quel sentimento provocato da qualcosa che doveva succedere e che non è successa”.

 

Il fatto è che non mi sono care solo le persone, certe persone, ma anche le storie – perché di storie vivo – che sono solo bugie plausibili. Parlo delle storie classiche, con l’inizio, gli imprevisti, le fermate, gli evviva e i saluti. Eccola la vuotanza che mi sussurra un punto implausibile della tua storia. Forse proprio un saluto non vissuto. Un ciao scivolato via così. Prima di dirti a cuore aperto perché mi è uscito quel che cazzo vuol dire quel “farò il semplice senatore?”, esibisco una penosa dichiarazione “d’amor perduto”. Ho cominciato a seguirti perché mi hai piano piano liberato dalla mia gioventù iperidealizzata, dolciastra, epicizzata da quel coacervo asfissiante di pensieri certi che incerti erano. E’ successo proprio all’inizio, in quell’attimo, prima dello sfasciacarrozze, delle stazioni vivaci, dei referendum, dei gigli, delle direzioni ipnotiche. E’ la prima parola che hai pronunciato, l’inizio della tua storia. Hai semplicemente cambiato un pronome. Hai detto Io, non hai detto Noi. Questo mi ha accalappiato come un cane vagabondo che va sonnolento. Questa è stata la bestemmia che ho amato e che non ti hanno perdonato perché hai detto “Io” nella chiesa dove si officiava il Noi. Era infamia della presunzione, stimmate di chi vive per sé, non per gli altri.

 
Hai solo messo a disposizione il tuo tassì, che è nello stesso tempo un’auto privata e pubblica. Un posto incerto e libero, senza fisso galateo, nel quale si respirava un incanto promiscuo. Sapessi, per molti di noi che hai sedotto e convinto razionalmente, sapessi che spettacolo quella tracotanza vilipesa dagli zii acquattati in quel noi che tutto giustificava. Per questo mi sei diventato caro a distanza, perché in quella tua sillaba ho visto coraggio, impudenza, ingenuità, follia, affondi lucidi, difese avanzate. Ho visto una storia gonfia di fantasia. Ho rivisto finalmente una grande storia dentro alla politica. Ma questo Io abbondante conteneva un paradosso ineluttabile. Lo sai, Matteo, quel tuo Io estremo, adesso, non è ti appartiene più. Chi convince anime morte, bocche sfiatate, pomeriggi serali, mi spiace, non può dimettersi da quell’Io. Certo, ciascuno può tentare di andarsene da sé. Va bene, l’ho capito, non ce la fai a gettarti come un dado in un congresso con quelle facce, a rischiare anche di perderlo, e non ce la fai adesso a portarmi da qualche altra parte, dove guidare altrove il tuo tassì. Ma per annunciarlo, Matteo, te lo dico con quel caro davanti, non si elencano gli appuntamenti della tua agenda. No, non mi meritavo questo tuo svanire nella prosa. Perché non c’è calma, non c’è pace, non c’è bonaccia, non c’è il tempo della norma.

 

Dopo il Natale del pasticciaccio, dopo l’inaudita insipienza, dopo tutto questo che è avvenuto e che avverrà, l’opposizione oggetto di prece domenicale, è un sentimento che rimane inespresso, contratto, e ammala i sistemi nervosi irrorati di impotenza. Quell’opposizione rimane acquattata nel silenzioso sentire delle persone per bene: dispersa come la sabbia di Luglio. Perché non ha bocca a cui affidarla. Dimmelo. L’ingiuria, la disdicenza, l’orrore dell’idiozia, i tuoi passi incerti, i tuoi passi falliti, gli agguati, i tradimenti da coltellino svizzero, davvero , giustificano la dissolvenza in un’agenda di impegni? Bastava rileggersi quel ”Non troverai nuove terre, non troverai altri mari… non c’è nave per te, non c'è altra via.” Oppure bastava un semplice, banale, autentico, “Non ce la faccio”, maestosamente impotente come era potente quel “Io ce faccio”, che fu sparo.

 

Umberto Contarello

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