L'ex premier britannico Tony Blair (Foto LaPresse)

La politica e la ragione. Il discorso di Tony Blair

Tony Blair

“I paragoni con gli anni Trenta non sembrano più così inverosimili… Dobbiamo motivare di nuovo le cose che davamo per scontate: perché il protezionismo è negativo, perché gestire bene l’immigrazione è positivo, perché la rivoluzione tecnologica ci può portare vantaggi enormi”

Durante la conferenza annuale alla Chatham House, l’ex primo ministro britannico Tony Blair ha tenuto un discorso in difesa della globalizzazione e dell’Alleanza atlantica, bersagli dell’invettiva populista. Secondo Blair, coloro che sono al centro della politica devono tornare a essere padroni del cambiamento e non responsabili dello status quo. Immigrazione, Brexit e sovranismi sono le sfide da affrontare anche nel nome dei valori alla base delle democrazie occidentali perché “i paragoni con gli anni Trenta non sembrano più così inverosimili”.

 

Londra, Chatham House, 27 giugno 2018

 
La globalizzazione e i suoi sostenitori sono sulla difensiva. Il populismo di sinistra e di destra si incontrano a un certo punto sulla denuncia degli accordi di libero scambio, sull’immigrazione e le alleanze internazionali. Tutto è raffigurato come il suo contrario per mettere al primo posto l’interesse nazionale individuale. L’ondata populista che sta capovolgendo la politica occidentale non mostra segni di cedimento. L’Italia ne è la prova. È difficile prevedere se siamo sulla cresta di un’onda che si sta placando, o se sta ancora prendendo slancio. Ma temo che sia la seconda ipotesi. Molto dipenderà dall’andamento dell’economia globale. L’immigrazione è il punto di svolta politico più ovvio. Sicuramente in Europa. I redditi stagnanti per la maggior parte della popolazione rafforzano il senso di alienazione politica. La tecnologia improvvisamente ha iniziato a essere percepita come una minaccia più che un vantaggio. Viviamo in un mondo di cambiamenti in accelerazione, in cui le persone sentono che delle forze e degli interessi che sfuggono al loro controllo stanno cambiando le loro vite. La politica del pessimismo va di moda. 

 
Una volta chiarito che il populismo non funziona perché, in fin dei conti, offre solo espressioni di rabbia e risposte non efficaci, i populisti potrebbero raddoppiare, sostenendo che il fallimento è il risultato di una mancanza di slancio e che solo insistendo si otterranno risultati. Quindi i paragoni con gli anni Trenta non sembrano più così inverosimili. Questo è un momento nel quale dobbiamo risostenere la causa di una politica fondata sulla ragione, con una corretta analisi del perché il mondo sta cambiando e su come possiamo farci strada attraverso il cambiamento per il progresso della nostra gente e la riorganizzazione di una politica di ottimismo.

 

Dobbiamo motivare di nuovo le cose che davamo per scontate: perché il protezionismo è negativo, perché gestire bene l’immigrazione è positivo, perché la rivoluzione tecnologica ci può portare dei vantaggi enormi e il suo impatto spiazzante può essere superato, perché l’Alleanza atlantica non è mai stata così importante, e perché la globalizzazione non è una forza guidata in primis dai governi ma dalle persone e perché resisterle è pericoloso. Siamo di fronte a una parodia assurda, sia dell’estrema sinistra sia dell’estrema destra, secondo la quale la globalizzazione è un progetto delle élite politiche. Le definizioni di globalizzazione che troviamo nei dizionari sono stranamente insoddisfacenti ma, in modo colloquiale, con questo termine si indica la caduta delle barriere della nazione, della razza, del commercio e della cultura, un mondo che si unisce, che si mescola, si integra sempre di più nell’esperienza e nello stile di vita.

 
Le forze che conducono questo processo sono il viaggio economico, l’interconnessione attraverso la tecnologia che ci ha permesso di vedere come vivono e pensano gli altri, che a sua volta rende l’immigrazione attraente, e il desiderio delle persone per beni di consumo di qualità ma poco costosi. Il governo può, a vari livelli, fomentare o ostacolare questo processo ma l’idea che sia il governo ad aver creato tutto questo e che sia in grado di fermarlo, è una fantasia. Un’altra parodia è che chi crede che i governi dovrebbero consentire e non impedire la globalizzazione, in qualche modo crede anche che la globalizzazione non solo non dovrebbe essere senza ostacoli, ma anche incontrollata. Questo vuol dire confondere la globalizzazione con il lasciar correre. Ed è un’accusa che spesso è stata fatta al mio governo. L’interdipendenza del mondo non è una norma, è una realtà. Ma ha delle conseguenze che devono essere gestite, non dalle forze del mercato ma attraverso una struttura del governo riformata che sia strategica e produttiva.

 
Anche per quanto riguarda le crisi finanziarie, vorrei invitare alla prudenza nell’apprendere le giuste lezioni e non quelle sbagliate. C’è stata una mancanza di comprensione nei confronti della moderna economia globale e dei suoi nuovi strumenti finanziari, unita a un atteggiamento irresponsabile da parte di alcuni dei suoi attori. Quindi, apprendiamo e adeguiamo di conseguenza il quadro normativo. Ma questo non annulla l’importanza complessiva dei mercati, né la libera finanza globale come una parte necessaria di essi. Allo stesso modo, non c’è dubbio che il protezionismo nuoce alla prosperità. Questa è l’unica lezione inequivocabile degli anni Trenta. Il mondo unipolare della fine del Ventesimo secolo ha aperto la strada a un mondo multipolare. In tutto il mondo c’è un nuovo modello di governo che compete con la nostra nozione di democrazia occidentale. Questo modello dell’uomo forte dice di essere più efficace, più produttivo, meno decadente, meno paralizzato dei nostri e in occidente ha i suoi estimatori e imitatori. Tratta la democrazia non come una causa ma come un gioco in cui le persone intelligenti trasgrediscono le regole anziché seguirle.

 
Gli Stati Uniti tradizionalmente sono descritti come i leader del mondo libero, l’Europa è un loro partner. È un’alleanza diversa dalle altre perché nasce esplicitamente da un’alleanza di valori, nonché per i nostri interessi personali. Ha creato le società nelle quali viviamo, che con tutti i loro difetti sono quelle a cui tutti nel mondo aspirano. È un grande test per qualsiasi nazione: le persone cercano di entrare o di uscire da queste società? Conosciamo la risposta nel nostro caso. Lo stato di diritto, la libertà di parola, i media indipendenti, il diritto di eleggere chi ci governa, gli elementi basilari della solidarietà sociale e del decoro e un ordine internazionale basato sulle leggi: non conseguiamo sempre questi obiettivi, ma abbiamo sempre accettato di provarci. L’Alleanza atlantica è il fondamento del nostro sistema di valori e il nostro modo di vivere.

 

Eppure per la destra è secondaria rispetto all’interesse nazionale piuttosto che parte di esso e la reazione impulsiva della sinistra contro qualsiasi cosa guidata dagli americani, sta portando questa Alleanza verso il rischio di una frattura. Naturalmente, ci possono essere controversie sul commercio, sull’impegno nei confronti della spesa della Nato, su come affrontare il Medio Oriente o il cambiamento climatico. Gli amici possono essere in disaccordo. Ma dobbiamo sapere dall’attuale Amministrazione americana e dal suo presidente che la nostra Alleanza conta, che è considerata, storicamente e oggi, come un vitale interesse strategico americano; e i principali governi europei, data la visibile e chiara rassicurazione, devono rispondere allo stesso modo. Abbiamo bisogno di leader da entrambe le parti dell’oceano che spieghino la sua importanza e che cerchino il modo di renderla più forte.

  
Inevitabilmente siamo arrivati alla Brexit. Il dibattito sulla Brexit naturalmente si è focalizzato sulle ricadute economiche. Ma gli effetti politici che subirà la Gran Bretagna lasciando l’Europa potrebbero essere peggiori. In un sol colpo, la Gran Bretagna perde la sua posizione all’interno del mercato più vasto del mondo e dell’unione politica più grande. L’America perde il suo primo alleato che è sempre stato un ponte tra le due parti dell’Alleanza. Ovviamente, i Brexiteer sosterranno che la Gran Bretagna può ancora essere il più grande alleato degli Stati Uniti al di fuori dell’Ue. Ma esaminiamo la realtà. Dal referendum, la Gran Bretagna è forse più vicina agli Stati Uniti? La relazione è più forte? A livello globale, chi è il primo leader che il presidente americano chiama sul continente europeo: il primo ministro britannico?

 
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la ragione per cui ogni presidente americano dovrebbe sostenere con forza l’Ue è assolutamente attuale, riguarda il qui e l’ora, non è un sentimento vecchio stile. In un mondo in cui popolazione e pil e quindi il potere globale si riallineano, dove entro la metà del Ventunesimo secolo, l’economia indiana, tralasciando la Cina, sarà più grande della Germania, l’America ha bisogno di un’Europa unita. […] La forza intellettuale trainante alla base della Brexit è un mix di nazionalismo e ultraliberismo. Parlo di persone politicamente di destra che pensano che il thatcherismo sia incompleto. Ci vogliono fuori dall’Europa perché pensano che sia burocratica ed eccessivamente regolamentata. Vogliono una Brexit in cui ci vendiamo al mondo come “non Europa”, cambiando la nostra economia in modo che diventi attraente per gli investimenti nonostante la nostra uscita dal nostro mercato principale, con ristrutturazioni economiche, deregolamentazione, tasse più basse e quindi inferiore spesa e probabilmente una profonda riforma dei servizi pubblici, incluso il servizio sanitario nazionale. Geopoliticamente, vogliono un’alleanza ancora più stretta con gli Stati Uniti.

 
Tuttavia, i soldati di fanteria della campagna Brexit, quelli dell’area laburista nel nord dell’Inghilterra, critici nei confronti del voto sulla Brexit, non condividono la parte liberale di questa visione; al contrario sono stati persuasi dalle promesse di un giro di vite sull’immigrazione e più soldi per il servizio sanitario nazionale. Né sono grandi sostenitori di legami ancora più stretti con l’America. L’opposizione ufficiale si oppone anche alla visita del presidente americano in Gran Bretagna. Il rischio per la Gran Bretagna è che lasceremo l’Europa con un profondo disaccordo irrisolto su quello che dovrebbe essere il nostro futuro, politico o economico. L’ipocrisia essenziale dei Brexiteer è fingere che andarsene sia un atto di volontà. Quello che abbiamo imparato il 23 giugno 2016, se abbiamo imparato qualcosa, è che dopo 45 anni di intensi scambi commerciali con l’Europa, svincolarsi è complesso e pieno di scelte difficili. Il problema è che la posizione di compromesso favorita dai “moderati” del governo e dal Labour è insoddisfacente. 

 
Supponiamo che, come sembra suggerire una delle proposte, finiamo nel mercato unico delle merci. Poi dovremo attenerci alle regole europee giudicate dalla Corte di giustizia europea per un settore in cui abbiamo un enorme deficit per l’Ue, ma restiamo esclusi dal settore dei servizi in cui abbiamo un enorme surplus. Questa è la cosiddetta soft Brexit che ci lascerà metà dentro e metà fuori. Ovviamente è preferibile a una hard Brexit, ma onora veramente il mandato Brexit? Non sono mai stato più preoccupato per il futuro del nostro paese di ora, con emozioni contrastanti di ansia e rabbia.

 

Abbiamo un governo per il quale ogni mossa è un calcolo non sugli interessi della nazione, ma sugli equilibri all’interno delle fazioni del Partito conservatore, con il primo ministro che sembra più un ostaggio che un leader. Il Parlamento deve farsi valere perché né il governo né l’opposizione possono o vogliono farlo. Quindi le persone devono prendere la decisione finale perché solo loro hanno il diritto di decidere quale versione della Brexit vogliono o se, alla luce di tutto ciò che sanno, ora preferiscono rimanere. L’attuale impasse sta mettendo in pericolo la nostra economia, la nostra posizione internazionale e le nostre alleanze. […]

 
La Brexit è diventata una metafora del dibattito sulla globalizzazione. L’unica via per uscire dal cul-de-sac del populismo è capire che la causa per la globalizzazione non avrà successo se non affronteremo le lamentele di quella parte della popolazione per la quale la globalizzazione è più una paura che una speranza. L’Europa e la Gran Bretagna potrebbero stipulare un accordo che potrebbe prevedere un’Europa riformata, una cosa che le persone chiedono chiaramente con i loro voti, e una Gran Bretagna che rimane in un’Europa di questo tipo.

 

Per l’Europa come per la Gran Bretagna questo significa affrontare la questione dell’immigrazione in modo decisivo. Coloro che sono al centro della politica devono diventare di nuovo i responsabili del cambiamento, non i dirigenti dello status quo.  Ma questa sfida è urgente. Stiamo perdendo di vista i valori che hanno unito l’occidente. Stiamo rischiando di rovinare i guadagni di un mondo che si sta aprendo attraverso la globalizzazione e stiamo mettendo a rischio la nostra missione democratica. La lotta richiederà autocritica, un nuovo modo di pensare e forza muscolare in difesa della ragione. Ma è meglio iniziare presto.

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