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Un augurio malinconico per la coscienza italiana

C’è il rischio di vedere un paese trasformato in una grande curva, intinto di ritualità da sottocultura brasiliana, carnevalesco ma senza allegria. E dovremo sorbirlo fino alla feccia

30 Dicembre 2018 alle 06:10

Un augurio malinconico per la coscienza italiana

foto LaPresse

Vorrei praticare la dolce arte degli auguri ma non ce la faccio. Spero nel meglio, un rapido cuocersi nel suo brodo di un’Italia irriconoscibile e purtroppo stranota, ma temo il peggio. Il reddito della pigrizia e quota cento per le pensioni: ho paura che siano stimoli ulteriori per l’invidia sociale, i conti in tasca agli altri, la caccia farlocca alla prebenda clientelare, la disillusione alla sua giusta quota, perché tu sì e io no?, una specie di guerra civile antimeritocratica sulla nota amara del piccolo privilegio diffuso. Cacciari dice che alta Italia e bassa Italia ridiventano un problema aspro, cancrenoso, e ha ragione. Le autonomie separatiste saranno una zeppa nel nazionalismo sovranista, e l’odio per Napoli e da Napoli farà furore tra i padani e i campani, con un Truce curvista, assaggiatore, indossatore, che voleva fare del Viminale un bivacco di manipoli violenti e diseredati prima di tutto da sé stessi, i suoi amichetti di cordata populista.

  

L’invidia sociale fu tirata fuori in Italia da Berlusconi per primo, e giudicata dagli snob come una baüsciata brianzola per autoidolatrare una classe predatoria, ora è sulla bocca degli intellettuali rive gauche impressionati dai gilet gialli e dalla loro psicologia ributtante. Berlusconi viene riabilitato ogni giorno con giuramenti sanguigni da chi lo combatté non con fierezza e argomenti, ma con emozioni plateali e bugiarde e con una spinta ideologica carica di rancore. Ora si rivaluta un caposaldo della sua cavalcata liberale distrutta dall’accozzaglia, la denuncia della micragnosità, della meschineria, l’immersione pauperista nella Schadenfreude, la gioia per il dissesto dei socialmente più forti e la gogna corrispondente.

 

Dio ci scampi da un 2019 di coscienza italiana decomposta, in cui si tirino le somme delle pulsioni egoiste, razziste, autoritarie e di sottomissione che hanno trionfato nel 2018. L’invidia è un mostro mitologico, divoratore delle comunità e delle identità. Rabbia, frustrazione, insopportazione e rigetto di chi sa, di chi ha, il tutto immerso nel rifiuto di ogni sapere, di ogni curiosità, di ogni spirito di libertà, responsabilità, emulazione, e in una brama senza senso alla caccia di un iPhone e di un paio di sneakers o di qualcosa che valga la pena di una lunga fila notturna, di una scazzottata eventuale, di una smerdata offerta al gran teatro della maldicenza generica, pusillanime, opaca. La globalizzazione prometteva sharing economy, cioè soluzioni e mediazioni di individualismo e socialità, una specie di diffusione della proprietà privata come critica della proprietà privata, ora la chiusura sociale garantisce non il ritorno della lotta di classe, ma la minutaglia zeccosa dei risentimenti di ciascuno verso il vicino. Vedremo un paese trasformato in una grande curva, intinto di ritualità da sottocultura brasiliana, carnevalesco ma senza allegria, e dovremo sorbirlo fino alla feccia. In genere gli auguri di buon anno sono un modo per mettere il buonumore e le aspettative che una volta erano dette crescenti alla portata di tutti i messaggi. Ora gli auguri credo debbano essere più malinconici e consapevoli.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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  • zucconir

    03 Gennaio 2019 - 07:07

    Pour comprendre quelque chose a' l'epoque qui commence, il est indispensable de faire le pari que la metamorphose des hommes a deja eu lieu. Questa affermazione che Philippe Muray, scoperto grazie al Foglio e approfondito in Francia, scriveva nel 1999 è basilare. Il grande intellettuale francese la mette nel prologo del suo " Aores l'histoire" dando per scontato che siamo usciti definitivamente dal periodo storico in cui Storia e Umanità erano sinonimi. Sapremo tornare indietro, non solo in Italia, certo, ma nel mondo intero? Questo l'interrogativo drammatico. Personalmente sono pessimista, la storia difficilmente fa dietrofront.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    01 Gennaio 2019 - 13:01

    . Assaggino di Democrazia Diretta. Quella che abolisce le istituzioni rappresentative per sostituirle con la peristalsi intestinale dei “movimenti”. Dalla “fantasia al potere” alla “peristalsi intestinale al potere” Anche anatomicamente una caduta in basso. Lapalissiano: chi controlla e gestisce i mezzi tecnologici per guidare la peristalsi diventa il vero potere. Ergo la dittatura delle minoranze. Non accadrà a breve. Ma se a quella strategia non si fa fronte comune, poi arriva il punto del non ritorno. Eh sì, quando si dice che ci piace da matti ingannare noi stessi. Il fatto che non se ne sia coscienti non toglie che di percezioni ingannatrici si tratti.

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  • chilliundpasta

    31 Dicembre 2018 - 09:09

    Buongiorno Ferrara. Il governo del cambiamento calpesta la democrazia parlamentare e chiude voci di informazione libere tra le quali, gravissimo, Radio Radicale. Io forse ne traviso il ruolo, ma Le chiedio: il Presidente Mattarella ha niente da dire su tutto questo? Mi chiarisce le idee per favore? Non Le auguro buon anno, bensì - a Lei, a noi - buona fortuna.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    30 Dicembre 2018 - 22:10

    Cerasa scrive: “Si potrebbe dire tutto questo, e spiegare per l’ennesima volta le mille ragioni che fanno della manovra populista una manovra utile per il consenso di Lega e M5s ma inutile per la crescita dell’Italia …” Democrazia rappresentativa, suffragio universale, democrazia di massa. La triade implacabile che obbliga, costringe, chiunque intenda fare “politica” a ricercare consensi e voti. Le “mille ragioni” non sono altro che “il fine giustifica i mezzi” per ricercare ed ottenere consensi. Questa necessità relega in secondo piano il concetto di “interesse generale e bene comune” e fa prevalere quelli delle parti sociali che hanno votato per loro. Vedi Macron. Da noi la cosa s’accentua per costumi d’antico pelo e altera anche l’equilibrio dei pesi e contrappesi. La democrazia di massa ha i suoi effetti avversi e collaterali. Però, suvvia, lasciamo perdere un Italia autarchica e fascista e razzista .

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