Orsina ci spiega perché secondo lui la piazza di Roma lancia un nuovo Salvini

Annalisa Chirico

Da beniamino populista a leader del centrodestra. "Se si spostasse verso il centro, non perderebbe i voti di destra. Questo è il suo vantaggio", dice il direttore della School of Government Luiss 

Roma. A piazza del Popolo si consacra la transizione di Matteo Salvini da beniamino populista a leader del centrodestra. La felpa c’è ancora, seppur alternata a golfino e maniche di camicia bianca, ma la folla ignora il rito dell’ampolla e mischia i dialetti di mezza Italia. Ci sono davvero possibilità che il Truce non sia più il Truce? “Il vicepremier deve smarcarsi dal governo, questa sfida decreterà il suo destino politico”, dichiara al Foglio Giovanni Orsina, ordinario di Storia contemporanea e direttore della School of Government alla Luiss Guido Carli di Roma. “La piazza di sabato, moderata e mainstream, segna un primo punto di svolta. L’esito si comprenderà nel tempo, e molto dipenderà dalla retorica salviniana, se diventerà più istituzionale e meno antiestablishment. Salvini ha dosato ragionevolezza e misura, anche i duri attacchi all’Europa sembrano un ricordo”.

  

Cita Alcide De Gasperi e Martin Luther King, intona l’inno di Mameli. Il pasdaran estremista si è tramutato nel capo di una forza di massa? “La crescita di Salvini è stata possibile grazie alla radicalità delle sue posizioni. Ma ora quella fase è superata: ora è divenuto il punto di riferimento dello schieramento, e può cominciare a spostarsi verso il centro per diventare leader di governo. Oggi la maggioranza dell’elettorato guarda al centrodestra, e Silvio Berlusconi è un signore ultraottuagenario sulla via d’uscita. Sono gli stessi elettori che Renzi ha provato a conquistare, senza riuscirvi. Salvini ha seguito un copione vincente: dapprima ti radicalizzi su un tema popolare come l’immigrazione, rafforzi la tua visibilità presidiando ogni contenitore televisivo, incassi persino gli insulti dei nemici, e poi punti al centro per prenderti tutto. Se Salvini si sposta verso il centro, i voti di destra non li perde, e ciò gli conferisce un vantaggio strategico non da poco. A differenza del Pd che invece ha dovuto sempre fare i conti con una spina nel fianco a sinistra”. La conquista del centro per il vicepremier di un governo che rischia di accompagnare il paese alla recessione, con i ceti produttivi e industriali sul piede di guerra, non è impresa agevole. “Esistono due centri diversi. C’è il centro del nostro sistema politico: Salvini se l’è già preso, oggi la politica italiana è con o contro di lui, com’è accaduto con Renzi e, prima ancora, con Berlusconi. C’è poi l’opinione pubblica centrista, moderata, sulla quale c’è ancora da lavorare. Stando ai sondaggi, rispetto a marzo gli astensionisti sono aumentati di dieci punti percentuali, il che vuol dire che gli elettori che hanno abbandonato Forza Italia, Pd e M5S non sono andati tutti alla Lega: molti preferiscono non esprimere ancora alcun voto”. Salvini chiede il mandato per trattare con l’Unione europea ma che futuro può avere questo governo? “Il messaggio implicito è il seguente: ho dovuto fare questa alleanza perché era l’unica possibile; adesso, se mi conferite un pieno mandato, lo costruisco io il partito del pil”. In caso di crisi, difficilmente il capo dello stato Sergio Mattarella sarebbe disposto a indire nuove elezioni. “Nel nostro paese non è mai facile andare al voto. La ricerca di maggioranze alternative in Parlamento sarebbe un passaggio obbligato, e con qualche chance di riuscita, pure nel quadro di un centrodestra forte dell’appoggio esterno di truppe grilline disposte a tutto pur di scongiurare la fine anticipata della legislatura. Del resto, un governo contro Salvini, dopo un eventuale successo leghista alle europee, somiglierebbe a un calcio in bocca agli elettori. Se poi Renzi fondasse il suo partito senza trascinare con sé i suoi, come dicono alcuni retroscena, allora anche i gruppi parlamentari del Pd rischierebbero di andare allo sbando. Siamo in una fase di transizione in cui i vecchi partiti sono prossimi alla morte, ed esiste uno spazio per un’alleanza di governo, non per un’opposizione”.

  

Nel suo discorso Salvini ha saputo incarnare la dote dell’umiltà: “Solo chi non fa non sbaglia”, “ho commesso molti errori”. Fallibilismo metodologico, per dirla con Popper? “Gli elettori non sopportano più l’arroganza. Puoi commettere errori madornali ed essere perdonato, ma se ti concedi una battuta arrogante vieni fatto a pezzi. Salvini si mostra come uno del popolo: posta la foto dei bucatini al ragù, sceglie le marche più popolari e implicitamente dice: io non ho nulla da insegnarvi, non mi pongo al di sopra di voi”. Può esistere, come sostiene Ernesto Galli della Loggia, un populismo di qualità che faccia di competenza e merito il traino per lo sviluppo del paese? “Certo che sì. Il ‘populismo’, di per sé, è un passepartout, De Gaulle e Berlusconi hanno avuto entrambi più di una venatura populista, ciascuno con tinte diverse. Populismo, nell’accezione più elementare della parola, vuol dire pensare che il popolo sia portatore di buon senso e che spetti al politico il compito di porsi in ascolto. E’ sempre più marcata inoltre la tendenza al tecnopopulismo: l’esteriorità pubblica populista si accompagna a una tecnocrazia saldamente installata nella stanza dei bottoni. Il segreto consiste nel sostenere politiche popolari ma poi realizzare quelle necessarie”. Chi sarà l’anti Salvini, a parte Pamela Anderson? “Per il momento, Pamela Anderson. Da figlio degli anni Ottanta, che cosa potrei desiderare di più?”.

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