Foto Imagoeconomica

Quando non ci sono Salvini e Di Maio la maggioranza non si tiene più

Salvatore Merlo

A Montecitorio il decreto sicurezza è fermo. E anche al Senato, il decreto corruzione, è fermo. Tutti aspettano il ritorno del primo dal Ghana e del secondo dalla Cina. Cronaca d’una giornata in surplace

Roma. “Non so più che inventarmi”, dice Giulia Sarti, la presidente grillina della commissione Giustizia della Camera. Lo sguardo è acquoso, invitante al compatimento, mentre la sigaretta si consuma con lunghi tiri sincopati e nervosi. Acrobazie, rinvii tattici, cavilli. Non sa più che pesci pigliare, la povera Sarti. Proprio come il suo collega Giuseppe Brescia, il presidente della commissione Affari costituzionali. Le palpebre leggermente gonfie, l’imbarazzo per una giornata intera passata ad accampare scuse, a perdere tempo per guadagnare tempo, in uno strano gioco in cui la maggioranza fa ostruzionismo a se stessa, in attesa che Luigi Di Maio torni dalla Cina e Matteo Salvini dal Ghana per sciogliere l’inghippo nel quale i parlamentari di Lega e Movimento cinque stelle si sono attorcigliati. A Montecitorio il decreto sicurezza è fermo. E anche al Senato, il decreto corruzione, è fermo. Gialli e verdi litigano, sembrano non capirsi, “è come se non parlassimo nemmeno la stessa lingua”, dice Igor Iezzi, che sulle questioni giuridiche è il fidato consigliere di Salvini. La prescrizione, i finanziamenti diretti ai partiti, la piccola fronda antipadana dei senatori cinque stelle… Periodi brevi, aizzati dalla stanchezza, vengono mandati avanti come cavalli selvaggi.

 

E dunque i leghisti si lamentano e si torturano, dicono di essere andati dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, di avergli proposto di modificare il provvedimento che sospende la prescrizione nei processi, di avergli suggerito un meccanismo che possa sospenderla magari soltanto per i reati più gravi, al fine di evitare “la follia” di processi eterni. Ma il ministro ha detto di no, e lo ha fatto, raccontano, “in termini francamente irragionevoli”. Allora qualcuno poi ha anche provato a piegare tutta la faccenda in termini puramente comunicativi, di marketing, chissà che non funzioni questo genere di argomenti, almeno con Rocco Casalino: meglio separare i provvedimenti, diluire gli annunci, approvare prima il decreto anticorruzione e dopo qualche mese un provvedimento studiato meglio sulla prescrizione. Ma niente da fare. Silenzi, digressioni, incisi, frasi fatte. Ogni tentativo di definire o comprendere, per i leghisti, si è fin qui risolto in una somma di negazioni. Così più di qualcuno alla fine ha perso la pazienza, anche nel governo, Massimo Garavaglia, Erika Stefani: “Vogliono pure introdurre la tracciabilità assoluta di tutti i finanziamenti ai partiti, anche per importi irrisori. Finirà che anche la signora Pina che vuole donare 100 euro dovrà emettere fattura. E’ ridicolo”.

 

Così c’è chi avverte questa assenza di armonia, come una muffa, una lebbra che inizia a poggiarsi su ogni cosa. “Vedrete che arrivano alla Finanziaria e poi fanno il botto”, vaticina Daniela Santanchè, forse peccando di ottimismo. “Il potere anche in quantità omeopatiche è la più efficace delle medicine”, dice invece Luca Ciriani, il capogruppo di Fratelli d’Italia in Senato, perché i Cinque stelle hanno preso gusto al gioco del governo, con le nomine, con lo spoyls sistem, con le telefonate di preghiera e lo stuolo dei questuanti sempre in anticamera. Si tratta di una droga gratissima, cui è difficile rinunciare. E certo la Finanziaria, o meglio la paura della Finanziaria, è per adesso un collante, una sordina a ogni malumore e tensione. Ma poi? Tutti dicono che alla fine Matteo Salvini dovrà regolare, ricalibrare, ricontrattare le geometrie e gli equilibri di questa acrobatica alleanza di governo con i Cinque stelle, anche perché il termine più gentile e meno volgare che ministri, sottosegretari, deputati e senatori della Lega si rimpallano in queste ore per definire i colleghi grillini è: sono fuori di testa. “La soluzione la troveranno Salvini e Di Maio”, dice allora il vecchio Giancarlo Giorgetti, con l’aria provvida d’esperienza, mentre anche Luigi Zanda, il senatore del Pd, ammette che “hanno problemi ma sono pure solidissimi. E capaci di farsi aiutare, in caso, dal centrodestra”. In Senato alcuni parlamentari di Forza Italia, come Massimo Mallegni, in effetti avrebbero voluto votare il decreto sicurezza. Ecco, appunto, ma quando si vota? Mercoledì, forse giovedì, certamente dopo il vertice tra Salvini e Di Maio. A tarda sera, in attesa dell’incontro fatidico, dopo quasi dodici ore di continue fatiche e struggimenti, i parlamentari di Lega e M5s, sfiniti, avevano solo fretta di tornarsene a casa per ritrovare il letto.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.