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Così la Lega ha perso un'occasione con la manovra

Claudio Cerasa

Sperare in una svolta moderata di Matteo Salvini è un diritto, denunciarne la pericolosità è un dovere

Arrivati a questo punto della storia, e arrivati cioè al quinto mese di vita del governo del cambiamento, c’è una domanda alla quale è necessario rispondere per provare a capire quanti danni potrà causare all’Italia la traiettoria scelta da Matteo Salvini e da Luigi Di Maio per guidare il paese. La domanda è una ed è la stessa che ha portato il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia a ritornare su un’affermazione fatta sabato scorso all’assemblea degli imprenditori di Vicenza. Mettiamola giù così: è realistico o no scommettere sul fatto che all’interno del governo populista ci sia un populista meno populista dell’altro?

 

La dialettica che si è aperta non solo in Confindustria dopo le parole di Boccia – solitamente assai critico con il governo che ieri ha dovuto precisare che il suo “aspettarsi molto dalla Lega” è tutto tranne che un endorsement a Salvini – ci dice che anche chi si trova su posizioni distanti rispetto all’esecutivo tende a vedere nel leader della Lega l’unico argine in grado di riequilibrare la dottrina antimercatista, antipauperista, antindustriale, e per l’appunto fuori come un balcone, rappresentata al governo dal Movimento 5 stelle. Avere un ministro dello Sviluppo che definisce “assassini” i suoi avversari politici, che paragona ai “terroristi” i commissari europei, che sottoscrive le parole “contro i pezzi di merda del Mef” del portavoce del presidente del Consiglio è una circostanza che in effetti può permettere di considerare persino moderato un politico come Salvini che si limita a mandare a quel paese l’Europa. E il fatto di avere una classe dirigente che a livello locale mostra segnali di affidabilità infinitamente superiori rispetto a quelli mostrati dal M5s – vogliamo paragonare Zaia a Raggi? – è un altro elemento che potrebbe rafforzare la teoria della Lega-argine-contro-la-decrescita-del-paese.

 

Il ragionamento potrebbe essere lineare e ci potrebbe portare a riflettere sulla grande occasione che Matteo Salvini potrebbe sfruttare diventando con i fatti e con le riforme, e non solo con i tweet e con le chiacchiere, il punto di riferimento di coloro che in Italia sognano di costruire un muro per respingere la madurizzazione del paese promossa dalla piattaforma Rousseau.

 

Ma è sufficiente osservare con un briciolo di attenzione la meccanica che regola i rapporti tra i due partiti di governo per capire che la svolta moderata del leader della Lega è un’utopia al momento impossibile da realizzare, per la semplice ragione che al centro dei pensieri del leader della Lega vi è un unico grande obiettivo che non è quello di realizzare un’Offerta pubblica di acquisto sugli elettori moderati italiani ma è quella di realizzare una grande Opa proprio sugli elettori del Movimento 5 stelle. E seguire una strategia di questo tipo, ti porta a fare esattamente quello che sta facendo Salvini: fare concorrenza al Movimento 5 stelle non mostrandosi più moderato, più riflessivo, ma mostrandosi per quanto possibile ancora più estremista. La competizione tra due partiti populisti, che hanno scelto di governare il paese non con la logica della mediazione ma con la logica dello scambio – io faccio questo e tu fai quello – non produce dunque un combinato di moderatismo ma produce un concentrato di radicalismo (chiedere ai mercati per credere). E come è stato dimostrato dall’approccio scelto da Salvini e Di Maio per costruire il Def, alla fine non sono stati romanizzati i barbari ma sono stati barbarizzati i romani.

 

Sperare che Salvini possa dunque optare per una svolta moderata è lecito. Ma per capire la ragione per cui è un’illusione credere che un politico che triangola con il peggio della feccia antieuropeista possa diventare il punto di equilibrio di un governo è forse utile rileggersi un grande articolo sugli industriali pubblicato il 6 agosto del 1924 da Luigi Einaudi sul Corriere della Sera: “Gli industriali dovrebbero essere i primi a non adagiarsi sulla tranquillità presente; a non chiudere gli occhi sui pericoli da cui sono circondati. Il pericolo non è creato da noi che lo denunciamo; il pericolo è nei fatti, è nella natura umana, è nella impossibilità di imporre silenzio alle forze sociali esistenti, le quali, perché esistenti, hanno diritto di farsi valere”.

 

Sperare che un populista diventi moderato è un diritto, e se Salvini avesse sale in zucca si renderebbe conto di che autostrada esiste lontano dal grillismo, ma fare di tutto per denunciare la feccia populista è oggi prima di tutto un dovere. Il pericolo non è creato da noi che lo denunciamo: il pericolo è nei fatti.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.