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I pericolosi adulatori del leader

I cortigiani sono uno dei pochi conforti alla solitudine del capo. Ma il pericolo è mortale, come insegna Re Lear

2 Settembre 2018 alle 06:00

I pericolosi adulatori del leader

Donald Trump con il vicepresidente Pence e i ministri della sua amministrazione (Foto Whitehouse.gov)

Poche cose danneggiano la leadership e rovinano lo stato come l’adulazione. Dante spedisce gli adulatori nella seconda delle Malebolge, condannati a essere immersi nello sterco fino al busto: “Ed elli allor, battendosi la zucca: / Qua giù m’ hanno sommerso le lusinghe / ond’io non ebbi mai la lingua stucca”. Così, a Dante e Virgilio, descrive la sua condizione Alessio Interminelli, un leccapiedi lucchese. Eppure i leader continuano a circondarsi di lacchè e piaggiatori. Come mai? In parte perché uno dei pochi conforti alla solitudine della leadership viene proprio da questa categoria di consenzienti cortigiani. In parte perché, come spiega Plutarco, un leader, essendo un uomo con alta autostima di sé, è il primo adulatore di se stesso. E non disdegna che altri lo confermino del buon giudizio che ha di sé. Ma il problema resta.

 

Prendete Donald Trump. I sondaggi che lo riguardano contano una schermata in più rispetto a quelli dei presidenti precedenti, la White House Exit. Questo il quesito: cittadino americano, quale membro di staff o di governo pensi sarà il prossimo a essere licenziato dal presidente? Nessun presidente, prima di Trump, ne ha mandati via così tanti in così poco tempo. La maggior parte di coloro che Trump ha cacciato (dal capo dello staff Reince Priebus al segretario di stato Rex Tillerson), sono stati allontanati perché hanno contestato le sue decisioni. Circostanza paradossale, poiché un consigliere politico o un ministro dovrebbero essere messi in condizione di rappresentare liberamente il loro punto di vista. Oggi, sempre più spesso, pare che i leader preferiscano solo essere carezzati e compiaciuti, dentro cerchi magici dove la fedeltà è l’unica misura di credito.

  

Prendete Re Lear. Un grande re, potente e riverito. Un mito della tradizione britannica. All’inizio del dramma shakespeariano, Lear decide di abdicare e affidare il regno alle sue tre figlie. Diversamente che in sue altre opere, qui Shakespeare non ci spiega perché Lear intenda rinunciare al trono e frazionare i suoi possedimenti, indebolendoli e disponendoli alla più facile conquista dei nemici. Intuiamo soltanto che Lear è anziano, ma non vecchio, visto il vigore che mette nei primi atti del dramma. Intuiamo pure che Lear è stanco della politica e che intende godersi un po’ la vita. Ma come dividere un regno così ampio e disomogeneo? “Ditemi, figlie mie, quale di voi diremo che ci ama di più, sì che la nostra maggior munificenza vada dove la natura col merito gareggia?”.

 

Le anticamere del potere sono abitate da faccendieri e leccapiedi. Non c’è leader che non ceda, ogni tanto, alla vanità dell’adulazione

 

Il dramma si apre, insomma, con una mortificazione del merito individuale. Poco importa quale delle figlie abbia mostrato maggiori capacità politiche, migliore conoscenza dei problemi del regno, più grande lealtà nei rapporti col padre. Lear vuol dare di più a chi gli dimostrerà di amarlo di più: a chi saprà meglio adularlo. Goneril e Regan, la prima e la seconda figlia, pronunciano dichiarazioni melliflue d’amor filiale e sono ripagate con ampi possedimenti. Cordelia, la figlia minore, che pure è quella che Lear stima maggiormente, preferisce essere leale nel rispondergli che sì: lei gli vuol bene e gli è devota. Ma si rifiuta di partecipare a questa gara tra leccapiedi. Lear s’infuria, la disereda e la caccia, proprio come Trump un membro del suo staff.

 

Il conte di Kent, il più alto in grado tra i consiglieri di Lear, prova a dissuadere il re. Per ragioni politiche è contrario all’abdicazione e alla frammentazione del regno; tenta una difesa di Cordelia; prova a far ragionare il suo re: “Credi che il dovere abbia paura di parlare quando il potere si piega all’adulazione? L’onore è tenuto alla franchezza quando la maestà cede alla follia”. Risultato: Lear lo licenzia. Come evolve il dramma è cosa nota. Lear impazzisce, il reame tracolla, la povera Cordelia muore tra le braccia di un Lear rinsavito e disperato. E l’origine di questo gigantesco disastro è l’adulazione.

 

Le anticamere del potere sono ovunque abitate da faccendieri e leccapiedi. Non c’è leader che non ceda, ogni tanto, alla vanità dell’adulazione. Leader di razza sanno tenere a bada la propria autostima, sanno evitare o ridimensionare i danni dell’adulazione. Leader mediocri tendono, invece, a costruire intorno a sé un muretto di cinta fatto di mattoni di lusinghe, fissati con la malta della ruffianeria. Muretti che vengono giù col soffio del lupo dei tre porcellini. Eppure il senso di sicurezza che talvolta un leader ricava da un simile posticcio recinto di protezione è ristorante.

 

La lezione del Re Lear sull’adulazione è etica e politica. Ovvio che la riprovazione morale travolga, nell’animo dello spettatore, gli attori che impersonano i lascivi adulatori di Lear. Un leccapiedi è, in effetti, un individuo viscido, verso il quale il disgusto dello spirito libero è un riflesso pavloviano. Eppure più importante pare essere l’interpretazione politica della vanità del grande re britannico. Cordelia e il conte di Kent, contestando a Lear la scelta dell’abdicazione e la conseguente divisione del regno, gli offrono un punto di vista politico diverso dal suo. Perché gli sta a cuore che Lear faccia la scelta politica migliore per se stesso e per lo stato. Ma Lear, per sua sciagura e disgrazia dello stato, li respinge entrambi.

  

Hannah Arendt ha spiegato, in “Verità e politica”, che il pensiero politico è, per sua natura, rappresentativo. Più vario e puntuale sarà il modo di rappresentare nella propria mente un tal problema, più sarà efficace la comprensione dello stesso. Da qui l’utilità politica di avere consiglieri preparati, che sanno offrire una lettura autonoma degli eventi al proprio leader. L’interazione tra il leader e le diverse prospettive, che consiglieri politici autonomi sanno presentare, è una metodologia di formazione della decisione che ha maggiori probabilità di avere successo.

 

I cerchi magici sono un fenomeno ordinario. Nulla di strano che intorno a un leader si stabiliscano rapporti di familiarità e consuetudine tra un numero ristretto di persone che, per giunta, lavora a stretto contatto. E nulla di strano che i cerchi magici proteggano i leader. Jonathan Powell, capo staff di Tony Blair, all’uscita di scena del leader laburista affrontò il tema in un libro bellissimo: “The New Machiavelli. How to Wield Power in the Modern World”. A proposito della protezione dei cerchi magici, Powell paragona i leader al Mago di Oz. Alla piccola Dorothy hanno raccontato che Oz è una Mago potente dall’aspetto terrificante. Ma quando in sua presenza, il cagnolino di Dorothy apre il sipario che nasconde Oz, la bambina scopre che non è che un piccolo uomo anziano. Scrive Powell: “Il nostro lavoro di cortigiani era di impedire che il sipario fosse ritirato e di tenere i soffietti e le pulegge in modo che il mito del grande e potente leader fosse preservato”.

 

Tuttavia Powell avverte che il rischio più grande corso dal leader sia quello del pensiero unico: “Il compito più importante di un capo staff è saper dire di No”. Accade che si generi una divergenza di opinione o un contrasto vero e proprio tra il consigliere di un leader, non necessariamente il capo staff, e il leader stesso. È indispensabile mantenere i nervi saldi. Spesso il leader ha ragione: è il leader proprio perché, il più delle volte, ha ragione. Ma se anche in un solo caso dovesse avere torto, il rispetto della posizione del consigliere e la riflessione ponderata su quanto il consigliere gli suggerisce, può fargli evitare errori piccoli e grandi.

 

Se Lear avesse ascoltato sua figlia Cordelia e il fido Kent, membri del suo cerchio magico quanto le meschine figlie Goneril e Regan, il suo regno non sarebbe caduto in rovina. Scrive Powell: “La natura e l’organizzazione della corte dei leader è cruciale per l’effettivo esercizio della leadership”. Così una corte non pronta a ridere a qualsiasi battuta del leader, sarà capace di supportare con professionalità e lealtà il lavoro del capo. Nulla rivela la natura mediocre di un leader quanto la sua incapacità di tenere a bada l’adulazione e di diffidare di chi gli dice sempre di sì. E nulla rivela meglio la sua capacità di gestione dei problemi come l’abilità di sapersi circondare delle persone giuste, anche scontentando vecchi amici e antichi sodali.

Nulla rivela la natura mediocre di un leader quanto la sua incapacità di tenere a bada l’adulazione e di diffidare di chi gli dice sempre di sì

  

Da questo punto di vista, c’è un altro libro splendido da leggere, “My Life” di Bill Clinton. Una delle chiavi di lettura della lunga autobiografia del presidente americano è il suo straordinario talento nel far evolvere il suo inner circle. Dopo anni passati a governare l’Arkansas, Clinton emerge, un po’ per genio politico e un po’ per caso, come leader nazionale. Nonostante il ragazzo di Hope, contea di Hempstead, adori portarsi dietro i suoi amici di sempre e i suoi collaboratori storici, con lo sviluppo della sua carriera alcuni vengono pian piano ridimensionati e molti reclutati e valorizzati. Crescendo le ambizioni, cresce anche il livello di professionalità richiesto per le nuove sfide. E Clinton, pur restando un ragazzo dell’Arkansas affezionato ai suoi amici, diventa un leader eccezionale nella scelta dei collaboratori.

 

Un inner circle la cui unica vera funzione è compiacere il capo, diviene una specie di arena in cui i collaboratori fanno a gara a chi sa adulare meglio il leader. Una guerra tra poveri di spirito, una zuffa tra gladiatori della moina, che appesta della propria mediocrità chiunque si trovi a passare da quelle parti. Circondarsi di leccapiedi è il segno delle difficoltà o della decadenza di un capo e genera un circolo vizioso: i cortigiani fanno a gara a chi esaudisce meglio il leader, perché vedono che il suo potere si riduce e, assieme al potere, diminuisce la sua capacità di protezione dei leccapiedi. Meno lacchè il capò può proteggere, più i lacchè gareggeranno per essere super-lacchè: un teorema inconfutabile della politica.

 

Il primo perimetro entro il quale si esercita la leadership è proprio quello del cerchio magico. Ed è in quel perimetro che il leader dimostra la capacità di far valere l’autorevolezza della sua leadership, piuttosto che l’autorità del proprio potere. In fondo, il consigliere che critica il leader è anche il simbolo dell’uomo libero che contesta l’ordine costituito. L’adulatore, invece, è l’emblema del sordido suddito che preferisce l’agiatezza di una confortevole servitù alla sublime, ancorché rischiosa, libertà della critica.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    02 Settembre 2018 - 14:02

    Eh, ma Re Lear non poteva contare su Casalino del Grande Fratello.

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