cerca

Il pericoloso gioco di specchi tra chi parla solo di identità e chi solo di accoglienza

Sulla questione immigrazione, oltre agli aspetti politici, va in scena un paradosso comunicativo

21 Giugno 2018 alle 19:27

Il pericoloso gioco di specchi tra chi parla solo di identità e chi solo di accoglienza

Foto LaPresse

Sulla questione immigrazione, oltre agli aspetti politici, va in scena un paradosso comunicativo. E’ assurdo opporre due cose giuste, dice una buona massima. Quando si oppongono due cose giuste, sicuramente si taglia sempre un aspetto necessario. Così accade quando si oppongono sfortunatamente l’amore del padre a quello della madre, lo studio e il divertimento, il bene della mente e quello del corpo, il comportamento privato e quello pubblico, la fede e le opere. In questo caso, nella canea delle dichiarazioni e rivendicazioni che si susseguono dal gesto comunicativamente clamoroso e riuscito del blocco della nave Aquarius, si oppongono in modo assurdo identità e accoglienza.

  

Nel curioso gioco di specchi della comunicazione, identità deve diventare razzismo, chiusura, egoismo economico e sociale mentre accoglienza deve diventare buonismo, multiculturalismo, irrealismo economico e sociale. E’ un gioco di specchi perché qui ciascuno costruisce la propria immagine su ciò che il suo avversario ideologico e politico dice di lui. Il filosofo americano George Herbert Mead ha fatto capire quasi cento anni fa come ci sia una costruzione del proprio io sociale a partire dalla risposta che l’altro darà a ciò che io dico. Mi costruisco in modo da rispondere alla risposta altrui, ingenerando il paradosso di diventare come l’altro mi dipinge.

    

Chi è accogliente deve necessariamente sottostimare l’identità? In realtà, a rifletterci bene, l’accoglienza è proprio una delle conseguenze di un’identità forte. I più acculturati, che sono spesso coloro che hanno un’identità costruita attraverso gli studi e la possibilità di vedere tante esperienze in giro per il mondo, sono favorevoli a un’accoglienza più ampia proprio perché sicuri di sé e della propria identità. Solo che, sfortunatamente, per tanto tempo molti di loro hanno pensato – in virtù di considerazioni a priori e ideologiche – che la loro propensione all’accoglienza derivasse da dubbi, spaesamento ed egalitarismo culturale acritico. Hanno pensato che la loro curiosità, il loro interesse, il loro reale arricchimento nell’accogliere fosse il frutto non della loro forte personalità culturale, costruita in anni di studio di tradizioni ben precise, ma dell’abbandono di quella personalità e di quella identità culturale. Così si è creato il cortocircuito del multiculturalismo e dei suoi fraintendimenti.

  

Dall’altro lato, chi vuole difendere la propria identità deve essere poco accogliente? Al contrario, quando uno ha una forte identità dovrebbe essere propenso a comunicarla a chiunque e a confrontarsi. Invece, proprio il poco approfondimento delle ragioni della propria identità fa rimanere in un atteggiamento di difesa, soprattutto quando il vociare a senso unico della comunicazione fa sentire derisi nelle proprie preoccupazioni. Il razzismo, molto poco praticato in un paese come il nostro di antiche tradizioni civili e religiose – come ha spiegato Hannah Arendt facendo la differenza tra l’Italia pre e post presa di potere fascista – emerge da una debolezza e come difesa, anche se poi viene proclamato – con ideologia uguale e contraria a quella del multiculturalismo – come vessillo di nazionalismo o di patriottismo.

  

Insomma, ciò che succede è lo strano paradosso per cui coloro che hanno un’identità forte l’attaccano o non la difendono e coloro che hanno un’identità più insicura la pavoneggiano o la brandiscono. Il gioco di specchi è pericoloso per tutte le parti, anche se, per fortuna, la realtà dei fatti è un po’ diversa da quella comunicativa. Si è capito che così l’Italia non ce la fa e che l’accoglienza deve essere sostenibile; che l’Europa (tutta) ha prodotto bei proclami e pessimi comportamenti; che bisogna cambiare i trattati europei e il modo di aiutare nei paesi di provenienza, escludendo quelli in cui c’è purtroppo la guerra e sui cui rifugiati nessuno ha avuto a che ridire. Si potrebbe allora andare a guardare questi fatti e la mutua relazione tra identità e accoglienza invece che continuare la tremenda escalation della rappresentazione a specchio? Purtroppo no, perché l’uomo, come faceva capire Vasilij Grossman, è un animale tendenzialmente ideologico e difficilmente abbandonerà il suo vizio in nome di una realtà faticosa da accettare e poco premiante da ogni punto di vista elettorale.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi