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Nè con Salvini né con Saviano

Accogliere senza freni è una pazzia. Ma trasformare l’Europa in una fortezza non funziona. Con il grande esodo, serve un nuovo protettorato in Africa. Il gran saggio dello studioso progressista che sussurra a Macron

Giulio Meotti

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meotti@ilfoglio.it

23 Giugno 2018 alle 06:00

“L’Africa verso il paradiso europeo”

Immagini composite di Europa, Asia e Africa di notte prese da un nuovo satellite Nasa (NASA Earth Observatory)

Roma. “Siamo di fronte a un fenomeno migratorio senza precedenti” ha detto Emmanuel Macron qualche settimana fa nell’intervista con Edwy Plenel. Un fenomeno che secondo il presidente francese è “descritto tremendamente bene” da Stephen Smith nel suo libro appena pubblicato da Grasset, La Ruée vers l’Europe. Sottotitolo: “La giovane Africa sulla strada per il Vecchio continente”. In copertina, la notte buia del continente africano e quella illuminata dell’Eldorado europeo. Già analista per le Nazioni Unite e l’International Crisis Group, Smith è stato a lungo l’africanista di Libération e le Monde e adesso insegna in America alla Duke University.

   

Nel suo romanzo del 1972 “Il campo dei santi”, Jean Raspail immaginava l’immigrazione che travolgeva l’Europa. La scelta, scrisse lo scrittore reazionario e monarchico, era fra “scatenare un massacro per salvare una civiltà o perdere quella civiltà”. “C’è chi ha paura di perdere l'‘anima’, altri vogliono dimostrare di averne una” scrive Smith, che vuole invece “demoralizzare” il dibattito sull’immigrazione. “Non si tratta di scegliere tra il bene e il male, ma di governare la città nell’interesse dei cittadini”. Il nazionalismo per lui fa il paio con l’“uomo senza qualità” propugnato dall’“irenismo umanitario”. Spiega che “la giovane Africa correrà verso il Vecchio continente, è inscritto nell’ordine delle cose, così come lo fu, alla fine del XIX secolo, la corsa dell’Europa verso l’Africa”. L’Africa di Smith “non è un paese da cartolina dappertutto arretrato. E’ un continente povero, certamente, ma penetrato dalla modernità e da luoghi che funzionano come un palcoscenico, prima tappa del grande esodo”. Qui Smith sfata un mito di sinistra: non partono perché poveri, partono perché stanno emergendo da quella povertà. “I più poveri non possono permettersi di emigrare, non ci pensano nemmeno, impegnati a sbarcare il lunario”.

   

L’Africa è a un punto di svolta e le due principali condizioni dell’esodo verso l’Europa sono soddisfatte. “La prima è l’attraversamento di una soglia di prosperità minima per una massa critica di africani in un contesto di persistente diseguaglianza tra l’Africa e l’Europa; il secondo è l’esistenza di comunità diasporiche che costituiscono le teste di ponte dall’altra parte del Mediterraneo”.

  

Gli aiuti occidentali all’Africa? “Un premio per la migrazione. Così facendo, i paesi ricchi si sparano sui piedi”. “Nel 1900, un quarto della popolazione mondiale era europea” scrive Smith. Nel 2050, tale quota sarà il 7 per cento, “con quasi un terzo che avrà più di 65 anni”. Oggi vivono nell’Unione europea 510 milioni di persone, a fronte di 1,3 miliardi di africani. “In trentacinque anni ci saranno 450 milioni di europei per 2,5 miliardi di africani, cinque volte di più”, prevede Smith. Lo “choc migratorio” è inevitabile. Che fare, si chiedeva Lenin?

  

“Il Maghreb sta stabilizzando la demografia e completando la trasformazione” scrive Stephen Smith nel suo libro La Ruée vers l’Europe. “Non l’Africa subsahariana. Ieri erano senza mezzi per emigrare, ora le sue masse sulla soglia della prosperità sono sulla strada per il ‘paradiso’ dell’Europa”.

  

E’ la partenza a cascata. “Li porterà dal villaggio alla città più vicina, dalla città di provincia alla capitale, dalla capitale nazionale alla metropoli regionale e, infine, all’estero, oltre i mari, in Europa. Questo movimento è il cuore pulsante della gioventù africana che va sempre oltre. Per citare Aimé Césaire, ‘la gioventù nera volta le spalle alla tribù dei vecchi’. Fece questa osservazione nel 1935, quando l’Africa - dal punto di vista demografico - iniziò a partire”.

  

Per l’Europa, scrive Smith, è impensabile continuare ad accogliere senza freni. “Tra il 1975 e il 2010, venti milioni di messicani sono entrati negli Stati Uniti; con i loro figli, ora rappresentano il dieci per cento della popolazione americana. Se la migrazione africana seguisse il modello messicano, ci troveremo in questo ordine di grandezza: da 150 a 200 milioni di afro-europei entro il 2050”. Il guadagno in termini di contributi pensionistici non compenserebbe i costi dell’immigrazione in termini di coesione, cultura, sicurezza. “Certo, i migranti adulti entrerebbero nella forza lavoro e contribuirebbero a finanziare il sistema pensionistico, ma, date le loro famiglie, che sono, in media, più numerose, il guadagno sarebbe compensato dal costo per educare, formare e prendersi cura dei bambini”. Sarebbe la fine dello stato sociale. “Sarebbe la guerra di tutti contro tutti in una società senza un minimo di codice comune”. Questo è lo scenario che Smith chiama “Eurafrica”. Inaccettabile. Poi c’è l’alternativa della “Fortezza Europa”, anche questo irrealistica, anche “se ha più possibilità di successo”. “Ma le dighe che possono essere erette non saranno sufficienti a fermare le molte onde che ci attendono”. C’è la terza opzione.

  

Il “ritorno al protettorato”. Rifarsi carico dell’Africa, come pagare i governanti africani per fermare le migrazioni e chiudere un occhio sulle violazioni e conseguenze interne, che quasi sempre non superano l’esame del nostro umanitarismo, che ne uscirà comunque suicida o sconfitto.

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    25 Giugno 2018 - 18:06

    Signor Meotti con Salvini forse ma con Saviano MAI

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  • tenen314

    24 Giugno 2018 - 06:06

    A meno di eventi oggi imprevedibili, sembra che il destino a lungo termine della popolazione europea sia segnato. Ma il medio termine non è irrilevante. Non è irrilevante ritardare il più possibile una tale trasformazione dell'Europa, almeno per coloro che non desiderano vivere in Eurafrica, e garantire al maggior numero possibile di generazioni europee la possibilità di vivere (ancora) nell'Europa che conosciamo. Molti anni fa l'ONU aveva un programma di diffusione e sostegno di tecniche moderne di controllo delle nascite. L'azione comune dei paesi islamici e della chiesa cattolica (allora ancora molto influente sui governi di molti paesi, in particolare quelli sudamericani) portò all'affossamento di quel programma. Questo articolo suggerisce una possibile linea di condotta: chiudere l'immigrazione (oggi si può ancora fare) e vincolare i numerosi programmi di aiuto internazionale ai paesi africani all'attuazione di un serio e diffuso programma di controllo delle nascite.

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  • carlo.trinchi

    23 Giugno 2018 - 21:09

    Negli ultimi cinquant’anni si sono delineate linee di forza che hanno fatto emergere in modo inequivocabile l’impari potenza degli imperi. La Francia del novello Napoleone Macron o della Panzer Merkel sono caccole in confronto a Stati Uniti, Cina, India e pure Russia. Tutto volge verso questi riferimenti imprescindibili. Se L’Europa non si adugua muore. È impensabile, è pazzia vedere che si litighi su una questione migranti e se si fosse coerenti si risolverebbe nella normalità della chiusura dei confini e legnate a chi ce li manda con scopi precisi. Se lo si vuolesse non si entra altro che storie di poveri disgraziati, cari cattosocialistoidi falsi come Giuda. Si era creduto in Macron ed invece siamo punto e capo. L’assurdo lo troviamo nel paradosso che il popolo europeo vota contro l’immigrazione da sfascio nazionale ed i nostri governanti fanno l’opposto. Questo è lo stato attuale. Salvini capro espiatorio? Ma fateci il piacere. Siete voi che lo avete creato. Ed è solo il primo.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    23 Giugno 2018 - 16:04

    L’immigrazione, per sua natura ed estensione non ha “soluzioni”, nel senso di fattibilità “risolventi in toto”. Ok? All’inizio fu sottovalutata e affrontata alla carlona. N’è derivato un insieme di egoismi nazionali, di cospicui interessi materiali, di propaganda politica e di infiltrazioni morali che hanno preso il sopravvento. Il nodo autentico che blocca ogni riconsiderazione sulla gestione dell’immigrazione stessa. Chiaro? Né con Salvini, né con Saviano, è flatus retorico. L’unità europea sulla questione è pretesa senza senso. Sono in campo rapporti di forza, reali, non morali. Lo spauracchio del populismo che s’oppone alla costruzione dell’Europa ideale, è calembour propagandistico. Se dopo mezzo secolo non abbiamo ancora capito che non si sono costruite le fondamenta necessarie per “costruire”, significa che siamo duri. Il baco culturale di associare l’accoglienza all'integrazione, come fossero momenti obbligatoriamente conseguenti, ha fatto il resto. Sarà dura.

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