Non basta la repubblica dei cavilli contro la farsa del sovranismo

Giuliano Ferrara

Perché i lobbismi inconcludenti non aiutano ad arginare il putinismo strisciante e il trumpismo callido

Mattarella gli ha dato tempo, dopo avere fischiato egli stesso la fine della partita e un governo di transizione al voto, gli ha dato corda senza nominare un presidente incaricato, è stata un’orgia di nomi e annunci contrattual-programmatici di due settimane, tutta sottratta alla sua verifica istituzionale, tutta pubblica via spifferi, tutta giocata sull’idea farlocca di un popolo sovrano che esige il “suo” governo, quando è evidente che si tratta di una combinazione parlamentare d’opportunità in regime proporzionale, senza una maggioranza precostituita e votata nelle urne, e adesso Savona? O gli Esteri? O la Difesa? Ma quanto sono credibili le garanzie che arrivano a frittata già fatta?

 

Ora la pletora dei velinari quirinalizi, un genere disgustoso della nostra tradizione politica, è lì che amplifica l’irritazione del Colle, sfrutta le parole arroganti di Salvini Dux, reso padrone del campo dalla mancanza di garanzie preventive, le uniche contemplate davvero dalla Costituzione, per respingere i famosi diktat e aiutare a costruire un asse lobbistico tra il neopresidente venuto dalla fine della Repubblica, come il Papa dalla fine del mondo, e gli staff istituzionali esausti e incapaci. Possono fare tutto, un ministro dell’Interno capopartito, un premier inventato e spedito al Quirinale di malagrazia, annunci bestiali che già costano un’anticchia e più a economia e fiducia dei mercati, ma non possono proporre e vedere nominato un ministro del Tesoro che ha le sue idee di rottura ma viene dal giro lamalfiano, keynesiano e ciampiano, per quanto ormai ridotto ad appendice del varoufakismo versione Stefano Fassina (ho detto tutto). Ma via. A questo punto hanno tutto il diritto di mettere un uomo che ha il curriculum perfetto (ah, il curriculum) e le idee sbagliatissime a consacrare questa farsa di sovranismo e nazionalpopulismo.

 

Un ex presidente della Corte costituzionale, che Pannella definiva non senza ragioni “cupola partitocratica”, dice che la Brexit all’italiana è illegale, anticostituzionale, e trasforma la gabbia politica scelta per opzione strategica da questo paese e dalle sue classi dirigenti, oggi in rotta, in una galera di codicilli. Ma siamo un po’ seri, per cortesia, vi pare che un governo e una maggioranza politicamente e retoricamente farlocchi ma, quelli sì, legali, e che hanno nell’opposizione all’europeismo e all’euromonetarismo l’unico vero cemento che li lega, possono essere interdetti nel loro orientamento, nel suo succo? Le istituzioni della V Repubblica francese e l’inventiva di un uomo nuovo hanno impedito a Madame Le Pen di prevalere con la sua piattaforma antieuro, le istituzioni italiane che sono coinvolte nella disfatta del buonsenso politico e della verità, sommersi come siamo dalla demagogia e dalla viltà dell’establishment, pensano di avere la forza o l’autorità giuridico-morale di fare altrettanto cincischiando e barando?

 

Il containment è una strategia delicata, e ha alla sua base la capacità di parlare a questo paese una lingua popolare e comprensibile, spiegando con coraggio che la questione se stiamo nell’Unione e nell’eurogruppo o, come logica e diritto, ce ne chiamiamo fuori con tutte le conseguenze, è una questione di natura politica che riguarda gli interessi generali degli italiani, inseriti in una intelaiatura di trattati e alleanze e in una comune visione della società, interessi che il putinismo strisciante e il trumpismo callido dei nuovi venuti tradiscono dal portafoglio al cuore delle cose e dei criteri di esistenza di una vera democrazia liberale. Non è con dibattiti al Circolo Aniene, lobbismi riservati e inconcludenti, garanzie che si trasformano in catene per l’autonomia di una maggioranza parlamentare, non è così che ci si riscatta. Anzi, si peggiorano le cose e non si cava un ragno dal buco.

 

Ps. Gian Carlo Pajetta, persona spiritosa, una volta mi disse che nel suo candore contadino Luigi Longo, a chi diceva che appunto “non si cava un ragno dal buco”, rispondeva: “E a che serve?”.  

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.