Il nuovo partito di Matteo Renzi agita soprattutto i renziani

David Allegranti

Per l’ex segretario l’assemblea di sabato è un punto di non ritorno. I dubbi di Da Empoli e Romano. Il sì di Gori

Roma. Il nuovo partito di Matteo Renzi, ancora in stato di progettazione, agita soprattutto i renziani, che sul tema sono spaccati, non del tutto convinti che dar vita a un movimento alternativo al Pd sia la strada giusta. Renzi invece considera l’assemblea di sabato scorso un punto di rottura definitivo. L’ex presidente del Consiglio ha preso atto della situazione e dell’incompatibilità con gli ormai irriducibili avversari dentro il Pd e ha deciso di far partire una fase costituente nella quale il renzismo sarà alternativo al Pd.

  

“Leggo retroscena, a cui non credo, che prevedono divisione del Pd e creazione di nuovi partiti”, dice il responsabile enti locali del Pd Matteo Ricci, riferendosi all’articolo del Foglio di ieri. “Per creare l’alternativa riformista e di popolo al governo pentaleghista – aggiunge – serve una forza più grande, non la divisione di quella esistente”. Non è l’unico, tra i dirigenti del Pd vicini a Renzi. Giuliano da Empoli, architetto del renzismo, è fortemente contrario, così come Andrea Romano, direttore di Democratica, che dice al Foglio: “Il patrimonio di idee, leadership e spinta riformista che Matteo Renzi ha portato nella politica italiana appartiene alla sinistra nel suo insieme. Ed è nel campo largo della sinistra riformista che quel patrimonio deve essere fatto valere, e dunque nella discussione già aperta nel Pd sulla direzione da prendere dopo la sconfitta del 4 marzo, piuttosto che dentro il recinto (inevitabilmente ridotto) di un nuovo partito ‘in purezza’. Nel congresso – che auspico si tenga il prima possibile – si confronteranno fondamentalmente due letture: quella secondo cui il Pd dovrebbe inseguire le pecorelle fuggite dal mitico ‘recinto della sinistra’ verso i Cinque Stelle offrendo soluzioni classicamente socialdemocratiche all’insegna della protezione dalle minacce (come se il partito di Grillo e Casaleggio fosse un partito progressista solo un po’ bizzarro e come se il Pd avesse perso perché non sufficientemente ‘di sinistra’), e quella di chi ritiene indispensabile che la sinistra parli a tutti gli italiani (al di là di confini identitari che esistono solo nella mente di elite politiche o giornalistiche) lungo le nuove linee di divisione imposte dal conflitto con il sovranismo gialloverde: apertura/ chiusura, Europa/ antiEuropa, speranza/ paura, democrazia/ autoritarismo, crescita/ decrescita etc”. Insomma, dice ancora Romano, “una discussione autentica, che guarda anche alla nostra minore o maggiore capacità di parlare a tutti gli italiani (per questo ho trovato ingiustificabili le ultime accuse di Andrea Orlando, come se un’azione politica rivolta a tutti gli italiani potesse essere confusa con un oscuro disegno di fusione tra Pd e Forza Italia). Quella del congresso sarà una discussione vera e profonda, nella quale il patrimonio ideale e politico di Renzi e di questi anni di governo Pd sarà fondamentale e senza il quale la sinistra italiana sarebbe riconsegnata al minoritarismo spalancando le porte ad un lungo periodo di egemonia grilloleghista”. Il deputato Alfredo Bazoli è netto: “Penso sia un errore archiviare il Pd”.

  

Giorgio Gori è invece favorevole: “Il bisogno c’è, secondo me, e anche lo spazio politico, soprattutto se il Pd andrà verso Zingaretti”. Nicola Zingaretti ha infatti buone possibilità di vincere il prossimo congresso del Pd. Resta però un punto incontrovertibile: questa operazione, se fatta nel 2012, dopo le primarie perse contro Bersani, avrebbe avuto più forza. Adesso Renzi deve puntare – e questo è il progetto, in teoria – ad assorbire Forza Italia o quantomeno il pezzo che non vuole morire salviniano, impresa non da poco anche perché non è chiaro quanto Berlusconi ancora si fidi dell’ex presidente del Consiglio. Viene dunque da chiedersi che possibilità di successo abbia il Pdl, Partito della Leopolda.

  

Osserva il politologo Marco Tarchi: “Dovrebbe provocare una scissione, e – PCd’I del 1921 a parte – le scissioni in Italia non hanno mai avuto grande successo: il Psdi è sempre rimasto sotto i risultati del Psi, Democrazia nazionale è scomparsa, i radicali usciti dal Pli hanno a lungo vita grama e comunque mai risultati elettorali di rilievo, il Ccd staccatosi dal Ppi non ha combinato granché e del Ncd non merita neanche parlare. Un ‘PdR’ potrebbe avere qualche consistenza solo se vi convergesse, di fronte al rischio della marginalizzazione, Forza Italia (o almeno gran parte dei suoi esponenti), ma in quel caso dovrebbe congedarsi definitivamente – anche nominalmente – dalla Sinistra e tentare un rilancio del centro in una prospettiva chiaramente post-, se non neo-, democristiana. Impresa ardua, anche perché in questa fase Renzi ha impresso in fronte il marchio del perdente”.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.