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La lunga notte del Cav. e i timori di Letta per un governo con il M5s

Salvini s’accorda con Di Maio, respinge Romani al Senato e prova a forzare Berlusconi che forse rompe la coalizione

23 Marzo 2018 alle 20:36

La lunga notte del Cav. e i timori di Letta per un governo con il M5s

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Roma. Da mercoledì è cominciata una complicata schermaglia tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi che prende origine dalla scelta del nuovo presidente del Senato. Una contesa sul filo della rottura politica e personale che ha implicazioni persino più profonde di quelle che riguardano la composizione della coalizione di centrodestra o la scelta della seconda carica dello stato. In gioco, in controluce, sospettato e sottinteso, c’è infatti l’accordo di governo tra la Lega e il Movimento cinque stelle. Berlusconi è incerto sul da farsi, e assiste a un conflitto in casa sua tra Niccolò Ghedini e Gianni Letta. 

 

Domani mattina, dopo una notte di trattative serratissime, Palazzo Madama riprende le procedure di voto per eleggere il presidente del Senato. Al momento la situazione è bloccata sul nome di Paolo Romani, l’ex capogruppo di Forza Italia che i Cinque stelle non vogliono votare. Matteo Salvini, spiegano i suoi più stretti collaboratori, “ha soprattutto a cuore l’unità della coalizione di centrodestra”. Eppure dà segnali d’impazienza nei confronti di Forza Italia e stasera qualche decina di voti leghisti (57) – a mo’ di avvertimento – sono andati ad Anna Maria Bernini, senatrice berlusconiana che Luigi Di Maio voterebbe come nuovo presidente del Senato. “E’ una questione di principio”, dicono gli uomini di Silvio Berlusconi, “se la presidenza del Senato tocca a Forza Italia, il nome lo fa Forza Italia. E il nome è Romani”. Ma la Lega non lo vuole, si avvicina al Movimento cinque stelle e Silvio Berlusconi si trova a un bivio. Mollare Romani o mollare Salvini.

 

Lo stallo è complicato anche da una divaricazione interna al gruppo dirigente di Berlusconi: da una parte l’onorevole e avvocato Ghedini che fa il salviniano, dall’altra Gianni Letta che vede con grande preoccupazione l’ipotesi di un patto parlamentare (e in prospettiva di un governo) tra Salvini e Di Maio. In mezzo, tra i due, c’è Berlusconi, che a fasi alterne è d’accordo sia con Letta, sia con Ghedini. Lo schema di Letta è chiaro da mercoledì sera, quando “con mossa geniale”, come dice Fabrizio Cicchitto, approfittando di un blackout di Ghedini, ha diffuso un comunicato in cui invitava i Cinque stelle a sedersi allo stesso tavolo con il belzebù Berlusconi. Il Gran ciambellano del berlusconismo vuole sabotare i tentativi di avvicinamento tra la Lega e il Movimento cinque stelle, è preoccupato da un governo di convergenza tra le forze del populismo, e pensa che il centrodestra debba parlare con il Partito democratico.

 

Nessuno per ora (ma chissà) sembra davvero voler rompere con nessuno, nel centrodestra. E questo malgrado le minacce di Berlusconi: “Il voto alla Bernini significa rompere la coalizione”, cui il luogotenente di Salvini, Giancarlo Giorgetti, risponde così: “Esagera. In realtà gli abbiamo fatto un favore”. D’altra parte Salvini ha ambizioni di dominio complessivo anche sul partito del Cavaliere, vagheggia un partito unico, una specie di nuovo Pdl rivisitato, e forse non può permettersi una rottura personale con il Sovrano di Arcore. Forse. Tutti si muovono con cautela, pur nella tensione, in bilico tra sceneggiata e realtà, sul filo della rottura. Si fa uso di strumenti di dissuasione, quasi in stile Prima Repubblica. Ed è per questo che stasera, per disinnescare le manovre di Letta, Salvini e Di Maio (“lo sento più spesso di quanto non senta mia madre”, ha detto il segretario della Lega) si sono messi d’accordo. Quando qualche decina di leghisti ha votato per la senatrice Bernini, in successione i Cinque stelle si sono presentati davanti ai giornalisti per dire che “Bernini la voteremmo”. Così per tutta la notte Berlusconi e i suoi rimarranno sospesi, incerti tra due ipotesi che ancora una volta dividono Ghedini da Letta: trovare un accordo con Salvini, accettando di mollare Romani ma trovando un sistema per evitare di perdere la faccia, di non passare per quelli che si sono fatti imporre Anna Maria Bernini da Lega e Cinque stelle, oppure spaccare la coalizione di centrodestra. La prima soluzione prevede che il Cavaliere individui lui un altro nome di Forza Italia, che potrebbe essere quello della senatrice Maria Elisabetta Alberti Casellati. La seconda soluzione, quella della rottura orgogliosa ha delle severe controindicazioni: rischio elezioni anticipate e rischio scissione del gruppo parlamentare di Forza Italia.

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Commenti all'articolo

  • Nambikwara

    Nambikwara

    24 Marzo 2018 - 15:03

    Nulla sarà più come prima: il cavaliere, prima o poi, meglio subito, deve farsene una ragione; o continua come "direttore tecnico" del CD unito oppure andrà incontro a molte notti come l'ultima. Quanto sopra a prescindere da qualsiasi altra alchimia parlamentare: al popolo benestante come al popolo che tira la cinghia per concludere con quello in profonda miseria necessitano atti politici che sollevino l'Italia economicamente e, sopratutto, il nostro ruolo in Europa: stò leggendo "SUD Colonia tedesca la questione meridionale oggi" di Andrea Del Monaco; con dati e atti del parlamento europeo che ci riguardano, offre un quadro non esaltante della interazione Italia-EU.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    24 Marzo 2018 - 05:05

    57 sui 58 voti della Lega, alla Bernini, Non è stato una mossa tattica ma una dichiarazione di guerra. Salvini voleva evitare che Romani arrivasse al ballottaggio grazie a tutti i voti a disposizione del Cd. (161) Sarebbe stato il segnale di una coesione politica del Cd, tale da portare Romani al ballottaggio e alla Presidenza del Senato. La sua leadership sarebbe rimasta solo numerica ma non avrebbe avuto un crisma politico, perché nel caso la guida politica delle coalizione sarebbe rimasta a Berlusconi. Questo gli avrebbe precluso anche ogni possibilità di intesa coi 5S per la formazione del governo e, ancor peggio, sarebbe stato un intollerabile declassamento del suo trionfo elettorale. Come vendere ai suoi elettori il fatto di non aver, apparentemente, ottenuto nulla? Avrebbero capito che era il mezzo migliore, il prezzo da pagare per le vittorie della coalizione nelle prossime amministrative? La notte lo libererà dalla brama del carpe diem? L'Ego vuole la sua parte. Wait and see

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