cerca

Minority report

Grillo e il fallibilismo

Alla fine, anche il comico genovese si rende conto che la perfezione non è di questo mondo

23 Febbraio 2018 alle 14:19

Grillo e il fallibilismo

Foto LaPresse

Il post di Beppe Grillo del 21 febbraio di valutazione della campagna elettorale è interessante. Sul suo nuovo blog non cinque stelle il comico genovese se la prende con l’ormai consueto giudizio sulla bruttezza o sul livello scadente della presente campagna elettorale. Poi difende moderatamente l’operato delle proprie creature politiche del movimento facendo un’interessante distinzione tra il tentativo di “fare le cose per bene” e la pretesa di avere un politico che “si comporti perfettamente, che emerga da questa melma marcescente completamente immacolato, un messia insomma!”.

 

Certo, nella prima parte Grillo usa i consueti toni iperbolici, passando dalla realistica osservazione che la campagna elettorale con i suoi spettri e i suoi protagonisti è uno specchio fedele del paese reale all’impossibile affermazione che “questa è la più bella campagna dalla nascita della Costituzione”. Tuttavia, a parte i toni, difficile dargli torto sul contenuto: i violenti del coltello o del linguaggio, i massoni, i furboni del bonifico o del cartellino, i mentitori seriali, i presuntuosi e gli strafottenti, gli altezzosi dell’intelligenza e i volgari dell’ignoranza sono personaggi che incontriamo quotidianamente e che, in un modo o nell’altro, siamo noi stessi in un momento o nell’altro delle nostre giornate o della nostra vita. Da questo punto di vista, la campagna elettorale in corso non è né più bella né più brutta dell’Italia di ogni giorno, nei suoi difetti come nei suoi pregi, e fare gli scandalizzati è uno sport molto facile che si può permettere solo chi non scende nella mischia di quella politica che Rino Formica definiva “sangue e merda”.

 

Sul capire finalmente che non si può pretendere la perfezione, tantomeno in politica, l’accordo con Grillo è ancora maggiore e mi stupisco solo di non avere trovato il suo articolo sul Foglio. Alla fine, anche il comico genovese accetta l’antico dettato della sapienza giudaico-cristiana – quello del peccato originale – o della moderna epistemologia americana – il fallibilismo. Sì, la perfezione non è di questo mondo e, figuriamoci, di quel mondo di inevitabili compromessi che è la politica con la sua simpatica caratterizzazione data sopra. Purtroppo, a turno e a partire dall’avvento della Seconda Repubblica con tangentopoli, le nuove forze politiche in Italia hanno usato per emergere l’arma del moralismo che non contempla errori altrui, salvo poi dover fare vistose retromarce non appena arrivati in ruoli di responsabilità. Il fatto è che la mentalità moralista del calvinismo dimostra proprio nella politica il suo lato più debole – l’incapacità di realismo comprensivo di tutti i fattori – e, in Italia – paese di lungo retaggio cattolico e di storia di invasori – non riesce ad arrivare al suo lato più solido, la forza di pagare e far pagare per le proprie responsabilità.

 

In questo senso, il richiamo di Grillo alla bontà del tentativo, al bene come nemico dell’ottimo, sarebbe giustissimo. Solo che in quest’ottica contano allora gli ideali di riferimento. Un tentativo è giusto o sbagliato a seconda di quanto si avvicina a un ideale e se l’ideale rimane quello della perfezione moralista saremmo da capo e non avremmo compiuto alcun passo in avanti. Non solo, è proprio la debolezza del riferimento a ideali chiari che giustifica il giudizio negativo su questa campagna elettorale che Grillo stigmatizza. A differenza di quella americana di un anno fa, dove si confrontavano due concezioni antropologiche dell’homo statunitensis, quella liberal delle coste e quella antielitaria, buzzurra e libertaria del resto d’America, in Italia, forse anche a causa del sistema elettorale, emergono più le strategie che le concezioni. A parte qualche radicale sparso qua e là e le ali estreme, che purtroppo non hanno ancora imparato a vivere in democrazia e che hanno visioni forti ma antiquate, non rispondenti alla realtà dei fatti, i partiti maggiori, inclusi gli ex rivoluzionari M5s, si occupano molto di strategia e poco di antropologia. Che alla gente importi poco di programmi che sa essere irrealizzabili è sicuro, ma capire dove si vuole andare, la concezione dell’uomo e l’orizzonte ideale sui tanti temi in gioco forse farebbe risalire un po’ l’interesse per la politica, anche nei più giovani. Forse allora diventerebbe davvero una “bella” campagna elettorale, ma non sembra che ci siano né le condizioni né gli attori giusti per cambiarne il senso nell’ultima settimana.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi