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Assecondare l'industria del pessimismo aiuta a fertilizzare lo sfascismo

Gran saggio sull'ottimismo, da volantinare tra i giornalisti italiani

Claudio Cerasa

Email:

cerasa@ilfoglio.it

21 Febbraio 2018 alle 06:14

Assecondare l'industria del pessimismo aiuta a fertilizzare lo sfascismo

Steven Pinker

C’è un formidabile libro appena uscito in Inghilterra e negli Stati Uniti del quale i giornali italiani non potranno parlare facilmente perché sarebbero costretti a riconoscere quello che non possono ammettere: la proliferazione esponenziale della società del rancore non è il prodotto naturale di un mondo che giorno dopo giorno se la passa sempre peggio, ma è il prodotto naturale di un mondo che, pur passandosela sempre meglio, continua a raccontare a se stesso che le cose, signora mia, purtroppo vanno sempre peggio.

 

Il libro di cui i giornali italiani non potranno parlare facilmente si intitola “Enlightenment Now: The Case for Reason, Science, Humanism, and Progress”, ed è uno straordinario manifesto dell’ottimismo scritto da un grande psicologo evoluzionista americano di nome Steven Pinker. Al contrario di altri fantastici saggi anti pessimistici di cui abbiamo già parlato anche sul nostro giornale (uno su tutti il famoso “Homo Deus” di Yuval Noah Harari) Pinker non si limita a mettere insieme le ragioni per cui il mondo in cui viviamo funziona sempre meglio – con le persone che vivono sempre più a lungo, in modo sempre più sano, in modo sempre più sicuro, in modo sempre meno povero, in modo sempre meno diseguale. Fa qualcosa di più: con un efficace atto di accusa rivolto al sistema mediatico, spiega perché le pulsioni ribelliste derivano direttamente dalla costruzione di un’agenda politica squisitamente legata all’industria della percezione. “A prescindere dai dati capaci di certificare se il mondo stia davvero peggiorando – scrive Pinker – la natura delle notizie ci fa pensare che lo sia e l’errata percezione del rischio aumenta la nostra ansia, peggiora il nostro umore, moltiplica il nostro senso di impotenza, accresce la nostra ostilità verso gli altri”.

 

Il problema che si trova alla base di tutto questo, nota Pinker, è che i media tendono spesso a considerare una notizia solo ciò che coincide con una cattiva notizia e tendono per questo a ignorare spesso le buone notizie considerandole non degne di essere trattate. A piccole dosi, si tratta ovviamente di un processo naturale. A dosi continue, invece, si tratta di un processo volutamente distorsivo che può mettere a rischio la tenuta di un paese. Il perché Pinker lo spiega con un esempio utile e una teoria nota a chiunque abbia studiato anche solo per una mezza giornata i princìpi base della sociologia della comunicazione. In base al principio della “euristica della disponibilità”, ogni persona tende a stimare la probabilità di un evento basandosi più sull’impatto emotivo di un ricordo legato a quell’evento che sulla reale probabilità oggettiva che l’evento in questione si verifichi. Il rischio che qualcosa accada è dunque legato non a una valutazione oggettiva di quel fatto ma è legato alla disponibilità di una informazione e soprattutto di un’emozione nella propria memoria. Le emozioni che colpiscono di più, ovviamente, sono spesso quelle traumatiche e per capire come funziona il processo cognitivo Pinker cita il famoso esempio dell’aereo. Un incidente aereo riceve sempre una grande attenzione sui mass media e ha un forte impatto emotivo nella mente delle persone ed è per questo che ciascuno di noi tende a stimare erroneamente come più alta la probabilità di avere un incidente in aereo rispetto alla probabilità di averlo su altri mezzi di trasporto, nonostante le probabilità oggettive degli eventi siano l’opposto rispetto alla comune percezione del rischio. Lo stesso principio lo si può applicare a mille altri campi. Pensate alla criminalità, all’inquinamento, alla diseguaglianza, all’abuso di droghe, ai femminicidi, alla corruzione, alle carestie, ai disastri ambientali.

 

In una certa misura, il principio dell’euristica della disponibilità non è governabile, perché è il nostro cervello che funziona così. Ma proprio perché sappiamo che il nostro cervello funziona così, chi ha il compito di informare il mondo, oggi come non mai, dovrebbe essere consapevole che di fronte all’industria della percezione ci sono due possibili scelte di campo: rinunciare a combattere la dittatura dell’apocalitticamente corretto o provare a essere ottimisti per non farsi travolgere dal mondo percepito. In altre parole: essere o no complici di questo processo, sapendo che assecondare l’industria del pessimismo aiuta non a combattere ma a fertilizzare il terreno dello sfascismo. Non sappiamo voi, ma noi abbiamo già scelto da tempo da che parte stare. Buona lettura.

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Commenti all'articolo

  • aldo.vanini

    21 Febbraio 2018 - 16:04

    Chiedo scusa ai pessimisti, ma mi sapete rispondere alla domanda sul come si sarebbe stato meglio quarant'anni fa rispetto a oggi? E mi riferisco a ogni strato sociale... O forse il punto non consiste nel come si sta rispetto a come si stesse allora, ma sul fatto che allora ci si crearono delel aspettative puramente immaginarie sul come si sarebbe stati oggi, alimentando anno dopo anno le frustrazioni di chi, pur stando oggettivament emeglio, non vedeva realizzare aspettative immeginarie. E non mi si dica che la classe politica odierna sia peggio di quella di allora, che campava sulla qualità di alcuni (che anche oggi non mancano) e sulla ridotta e controllata quantità di informazione. Credo che se allora avessimo avuto il tam tam mediatico di oggi ne avremmo viste deel belle, forse anche peggiori... Condivido in pieno il senso dell'articolo e i commenti negativi non fanno che confermare quanto scritto.

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  • Selinunte

    21 Febbraio 2018 - 15:03

    Se dobbiamo essere contenti perché il piatto di minestra non manca allora il discorso di Cerasa non fa una grinza, se dobbiamo valutare oggettivamente come è andata l'economia del Paese e la redistribuzione del reddito in questi ultimi 20 anni non si può essere ne contenti e nemmeno ottimisti. Diciamo che il discorso di Cerasa è un assist a tutte quelle forze politiche che hanno governato male il Paese in quest'ultimo ventennio, o meglio, a tutte quelle forze politiche che in questi ultimi 20 anni hanno fatto gli interessi di tutti ma non degli italiani. Per essere ottimisti, capendone di economia, occorrono tutta una serie di presupposti che non ci sono. Lascio l'ottimismo a chi non capisce i tempi che stiamo vivendo, e forse provo un po' di invidia, in quanto non capendo non potrei nemmeno preoccuparmi.......

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  • mtferrari

    21 Febbraio 2018 - 10:10

    essere ottimista è sapere dire grazie. Il dire grazie non è di moda !!!

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  • mauro

    21 Febbraio 2018 - 10:10

    Non rammento chi disse che la rivoluzione industriale del XIXmo secolo è stata la più grande distribuzione di pani e di pesci dopo quella di Gesù Cristo, in Occidente, con benefiche ricadute planetarie. Ciò è innegabile ma è altrettanto innegabile che la percezione di quanto di negativo ci circonda oggi, poggi su indiscutibili realtà. Anche se diversamente vissute, ad esempio, da noi, ai Parioli a Roma e in "Montenapo" a Milano che nelle periferie. Ma non si può accusare chi non abbia in mente l'incipit dell'ottavo capitolo della Repubblica di Platone, che gli spieghi che deve sopportare pazientemente certi immancabili aspetti dell'evoluzione delle società democratiche, già presenti pari pari duemilaquattrocento anni fa, o non abbia mai sentito parlare di legno storto non raddrizzabile cui doversi adattare, come ci si deve adattare a Renzi, D'Alema e Berlusconi; non si può accusarlo, dicevo, di vaneggiamenti e tanto meno di false percezioni. E' ingiusto.

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    • lupimor@gmail.com

      lupimor

      21 Febbraio 2018 - 19:07

      Caro Mario, si può concordare che è tipico di coloro che non sanno essere, sovviene il Giusti, "sempre sfamati e sempre malcontenti", ok. Che quest'atteggiamento sia percezione o realtà, praticamente, per il singolo sposta nulla. Ricordi il Malato immaginario e gli ipocondriaci? Il nodo è nel lauto business universale, Renzi e citati, sono pretesti caserecci, che vive e prospera sfruttando senza tregua, pervicacemente, scientificamente, i lati emotivi del legno storto, pro domo sua. I più storti sono loro. Sempre accaduto, mi dirai, certamente, ma se si esce, volutamente dal "est modus in rebus", che vale, eccome, anche per la gestione dei flussi dell'informazione, si entra in campagna elettorale. Il periodo peggiore per "risolvere" i problemi. Grillo incita: "Votate con la pancia" Amen.

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