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Rutelli ci spiega perché la rottura a sinistra non è una cattiva notizia

L'ex segretario della Margherita e fondatore del Pd analizza le ragioni che hanno impedito l'accordo elettorale tra Democratici e Mdp-Si-Possibile

Marianna Rizzini

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rizzini@ilfoglio.it

23 Novembre 2017 alle 14:25

Rutelli ci spiega perché la rottura a sinistra non è una cattiva notizia

Francesco Rutelli al convegno di Forza Europa, Milano (foto LaPresse)

Roma. È il giorno della rottura a sinistra sottolineata e ufficialmente ribadita, con quella frase “non abbiamo dato disponibilità a una trattativa”, pronunciata dagli emissari di Mdp-Si-Possibile, e con quel “prendo atto con rammarico di un atteggiamento di indisponibilità” pronunciato dal mediatore Piero Fassino. Ed è anche il giorno in cui ci si rinfaccia reciprocamente di non aver saputo cogliere i segnali della controparte. E mentre infuria il “colpa vostra, colpa loro”, Francesco Rutelli, presidente Anica, già padre nobile del Pd (poi distaccatosi dalla “creatura” nata per fusione nel 2007), due volte sindaco di Roma, vicepremier nel governo Prodi II, ministro dei Beni culturali e sei volte parlamentare, individua “il vero punto critico”, da un lato, “in un’immediatezza che non ha dato respiro e prospettive a un qualcosa (il Pd, ndr) che ne aveva le potenzialità”, e dall’altra in una parallela “semplificazione” (presso la sinistra a sinistra del Pd) che insiste su alcuni concetti (vedi il tanto avversato Jobs act) per aggregare consenso epidermico.

  

Non a caso Rutelli parla di immediatezza, oggetto del suo saggio “Contro gli immediati” (ed. La nave di Teseo), appena arrivato in libreria. Gli immediati, cioè “i vincitori effimeri di oggi, scrive, sono “coloro che rifuggono la mediazione e vogliono demolire ciò che è intermedio”: i “semplificatori”, “compulsivi e assertivi” che esprimono “giudizi superficiali e slogan rilanciati sulla Rete”, adottando “nuovi alfabeti comunicativi dominati sulle emozioni. “Immediato” chiunque di noi può diventarlo, dice Rutelli, e il concetto è applicabile alla storia (“vedi la strumentalizzazione nel caso Anna Frank”), “al tema del lavoro” in tempi di automazione e intelligenze artificiali, alla vita privata, alle istituzioni.

  

“Torniamo a scommettere sul tempo medio”, scrive l’ex sindaco di Roma, che, di fronte alla rottura Pd-Mdp e sinistre, invita a ripartire dalla domanda: “Il Pd è la continuazione dell’ex Pci-Pds o una cosa nuova? E’ su questo asse, infatti, che si consuma la crisi di oggi. Renzi ha delle responsabilità per così dire di sistema, per via delle scelte non inclusive che ha fatto e perché la vera scommessa del Pd, il suo vero ‘tempo medio’, riguardava e riguarda la costruzione di una cosa nuova. Formalmente, la cosa nuova è stata costruita. Ma è mancata la trasformazione vera, nel momento in cui si usciva dalle riflessioni sul trattino tra centro e sinistra e tra sinistra e centro. Il Pd ha avuto, a mio avviso, l’opportunità di essere, nel panorama europeo, non soltanto un’operazione Macron prima di Macron, come si è visto alle Europee del 2014, con un risultato percentuale molto alto e l’occupazione di uno spazio da partito riformatore-europeista, capace di sottrarre consensi sia alle sinistre non riformatrici sia alle forze che puntavano tutto sulle parole d’ordine anti-classi dirigenti”.

  

Ma che cosa ha impedito la trasformazione vera? “Si è seguito intanto”, dice Rutelli, “un impulso di immediatezza anche comunicativa ed emozionale, rivolta contro avversari e provvedimenti, come se il perimetro dell’azione potesse essere definito dall’obiettivo quotidiano di contrasto. Questo ha reso più difficile la costruzione di una nuova identità politico-strategica, di un pensiero ‘dem’, di una classe dirigente”, e l’operazione di ‘unione’ del e nel centrosinistra. Dopo l’arrivo al governo, è mancata insomma la gravitas”. Ed è anche “perché non si è costruito davvero il nuovo che la sinistra prima interna e poi scissionista, ha avuto buon gioco nel ricollegarsi all’antica appartenenza, al cordone ombelicale. Ma sappiamo che questa sinistra in Europa ha percentuali basse: 6 per cento, 5 per cento. Sappiamo che Pierluigi Bersani non è Jeremy Corbyn”. Il resto lo fa la legge elettorale che “impone le coalizione”. Contro questo “si infrange”, dice Rutelli, “anche il meritorio tentativo di tenere insieme, nel centrosinistra, soggetti dalla diversa personalità politica – e bene ha fatto Renzi, comunque, a non sconfessare il Jobs Act, provvedimento che va incontro alle reali esigenze di un mondo del lavoro in evoluzione”.

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Commenti all'articolo

  • ANIWAY75

    24 Novembre 2017 - 13:01

    Renzi probabilmente perderà le elezioni per il semplice fatto che chiunque faccia le riforme per il paese (Jobs act, buona scuola, etc.) deve pagare un prezzo, alla stessa maniera è accaduto al cancelliere Schröder in Germania nei primi anni 2000. Lo schieramento che vincerà (?) le prossime politiche sappia che sarà il bersaglio delle critiche della stampa (sempre peggiore oramai), dei vari commentatori televisivi (penosi anche loro) e delle gente. Il popolo Italiano avrà il governo che si merita !!!

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  • carlo.trinchi

    24 Novembre 2017 - 04:04

    Che cosa ha impedito al PD una trasformazione vera? Alle chiacchiere i fatti . Esaltare il risultato alle europee non si è capito che quei numeri non sarebbero serviti a niente in un parlamento bloccaro e nemici all’interno dello stesso partito. Votare subito era la chiave per non andare al logoramento del giorno per giorno. La Francia ha avuto dal voto il suo Macron, noi avemmo, senza voto, un Macron legato al palo. Anche senza governi si governa e lo vediamo. Il popolo nostrano non si riconosce nei leader. Ostia vota la sua crisi, il paese voterà la sua apatia. La colpa? Non è del popolo.

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  • luigi.desa

    23 Novembre 2017 - 17:05

    Sgnassiamoci per lo rìde .Immediati vecchi scheletri negli ancora aperti armidi del comunismo come la Banda Bersanotti. l'ho già detto prima di usare una parola prima consultare il dizionario.Rutelli è il nuovo Odisseo, ha memorizzato i non sense di Pannella e ce li rifila riveduti e corretti ,ma sempre pindarico pannelliano resta. Che tocca fa pe campà per restere sempre a livello 'de non famo l'onda'. luigi de santis

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