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E se avesse ragione Bersani nel dire che “uniti si perde”?

Il leader di Mdp potrebbe dimostrarsi il più lucido di tutti col suo slogan

22 Novembre 2017 alle 06:19

E se avesse ragione Bersani nel dire che “uniti si perde”?

Pier Luigi Bersani (foto LaPresse)

Ci ha abituato a metafore bizzarre, talune francamente incomprensibili, ma l’ultimo paradosso coniato da Pierluigi Bersani, rovesciamento di un antico slogan della sinistra, descrive perfettamente la logica elettorale nel nostro paese: “Uniti si perde”. Basta ripercorrere la storia della Repubblica. Le prime elezioni, nel 1948, videro la sinistra socialcomunista unita nel “Blocco del Popolo” perdere contro la Dc e i partiti laici presentatisi ognuno per conto proprio. Nel 1953 fu la Dc ad apparentarsi in una coalizione con la maggioranza dei partiti laici per far scattare una nuova legge elettorale, mentre Pci e Psi si presentarono divisi. La cosiddetta “legge truffa” non passò. Dieci anni dopo, nel 1963, Ps e Psdi ottennero, ognuno per proprio conto, un risultato lusinghiero che aprì la strada del governo al Psi. Alle elezioni successive, nel 1968 i due partiti si presentarono uniti. Subirono una scissione, premiata dagli elettori, arretrarono pesantemente e la nuova formula di governo entrò in una crisi irreversibile.

 

Ci sarebbero un sacco di altri esempi minori non meno indicativi, ma lo spazio impone di passare al periodo del maggioritario, che poi era tale fino a un certo punto, e infatti fu interpretato come la costruzione di alleanze più larghe possibili. Autentiche accozzaglie litigiose che pur vincendo non riuscivano a governare. E’ andata così soprattutto a sinistra, ma meno vistosamente anche a destra. Adesso abbiamo un nuovo sistema elettorale e nasce il sospetto che pochissimi abbiano capito come funzionerà. Nel dubbio, sempre soprattutto a sinistra, si discute di apparentamenti e alleanze. E se Bersani si rivelasse il più lucido?

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    19 Gennaio 2018 - 10:10

    Una volta l'uniti-si-vince poteva valere perché ogni partito evidenziava una concezione politica basate su princìpi e valori evidentemente attribuibili alla "destra" o alla "sinistra", sicchè l'ammucchiata appariva aggregabile fin dall'inizio. Ma oggi siamo ad un tal guazzabuglio di fazioni politiche con visioni ideologiche talmente fantasiose, sfocate e inverosimili, per cui destra e sinistra non si sa più cosa voglia dire. Meglio che ognuno esprima la propria identità politica comprensibile - se ce la fa, ma c'è da dubitarne - e poi si vedrà. Il vero problema oggi - ed è la causa di tutte le crisi - è la mancanza di una visione antropologica basata su princìpi e valori reali, universali e condivisibili, la mancanza di "fondamentali", il caos ideologico falso ed utopistico.

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  • Lou Canova

    22 Novembre 2017 - 12:12

    Premesso che personalmente sono contrarissimo alle (finte) coalizioni pre-voto, per il maggioritario, per il doppio turno, soprattutto se le forze competitive in campo sono tre o più, trovo surreale il dibattito sulla legge Rosato. In primis perché, come noto, prevede un terzo di collegi uninominali che presentandoti disunito rischi di perdere tutti, secondo poi è evidentissima, semmai, la malafede di Mdp che ha in realtà un solo grande obiettivo: far perdere (se possibile malamente) il PD.

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  • giantrombetta

    22 Novembre 2017 - 08:08

    Ben scritto. La strategia di Bersani & C. e’ semplicissima e stupisce che la maggioranza degli osservatori ( in palese malafede) non la spieghi come in fondo ha cominciato a fare lei. Meglio presentarsi divisi per raccogliere anche i consensi che il Pd perde a sinistra. E dopo, come dice Bersani, ce la vedremo con Renzi ed il Pd nel nuovo Parlamento. Se, come ci auguriamo ed e’ pure possibile, i nostri voti parlamentari saranno utili se non addirittura indispensabili per dare un governo ed una maggioranza, il nostro potere di negoziazione su programmi e distribuzione di incarichi sarà infinitamente superiore a quello odierno pre elettorale. Elementare, si direbbe. Ed infatti ci e’ arrivato pure Bersani, che di strategia ne masticava poca.

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