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Toti ci spiega perché Lega e Fi devono diventare un partito unico

“Berlusconi comanda Forza Italia. Per quanto riguarda la coalizione, la Lega rivendica legittimamente la sua autonomia”, dice il presidente della Liguria

8 Novembre 2017 alle 06:05

Toti ci spiega perché Lega e Fi devono diventare un partito unico

Nicola Vaglia/ Foto LaPresse

Roma. Dice Giovanni Toti, governatore della Liguria, teorico del centrodestra “a tre punte”, che il centrodestra unito non esiste solo alle amministrative e alle regionali. E’ pronto per le Politiche. Il risultato siciliano, spiega Toti al Foglio, era già stato anticipato “dalla mia Liguria, dove negli ultimi due anni abbiamo vinto tutto. Non solo la Regione ma anche molti Comuni dove la vittoria non era scontata, penso a Genova o La Spezia. Un dato che vale più di tanti sondaggi: quando sono diventato presidente io, governavamo meno del trenta per cento della popolazione, adesso siamo all’ottanta”. E’ un centrodestra “equilibrato”, dice Toti, dove non c’è alcuna preminenza di una “componente” rispetto a un’altra: “C’è una buona formazione di gioco e ognuno presidia la sua parte del campo”.

 

Ognuno insomma fa il suo ruolo: Berlusconi, Salvini, Meloni. Pare però che sia in corso una strategia per commissariare il Cav., tra il segretario leghista che strizza l’occhio ai Cinque Stelle, i “ribellisti” come li chiama Berlusconi, e la leader di Fratelli d’Italia che rivendica la primogenitura delle candidature in Sicilia e a Ostia. Che sia in corso una strategia sovranista per mettere Berlusconi nell’angolo? Siamo sicuri che nel centrodestra comandi ancora il Cav.? “Berlusconi – dice Toti al Foglio – è particolarmente attivo e in palla, almeno stando alla prestazione che ho visto io in Sicilia. E il Rosatellum consente di stare insieme valorizzando tutti gli elementi che ci uniscono”. E su ciò che vi divide? “Tutto rimandato alle scelte degli elettori. Ma a chi dice che sono poche le cose con cui si può andare d’accordo con Salvini, rispondo che non sono d’accordo: governo con la Lega da due anni, e con il suo uomo in Regione, Edoardo Rixi, concordo ogni passaggio, anche sulle politiche economiche della Regione. D’altronde la Lega ha sempre avuto questa doppia anima, una di lotta e l’altra di governo. Alla fine prevale sempre la ragionevolezza e la pragmaticità, come dimostrano i governi di Lombardia e Veneto”.

 

Ma quindi, presidente, chi comanda nel centrodestra? “Berlusconi comanda indubitabilmente Forza Italia. Per quanto riguarda la coalizione, la Lega rivendica legittimamente la sua autonomia. Anche perché l’autonomia e taluni toni di Salvini sono stati molto utili a presidiare un elettorato che altrimenti sarebbe finito tra i Cinque stelle. Allo stesso modo, Giorgia Meloni rivendica l’eredità della destra nella storia italiana. Sono dunque padroni a casa loro. Ma al di là di qualche frizione, non vedo strappi”. Eppure un conto è governare localmente, un altro a livello nazionale. Prendiamo l’euro. Claudio Borghi, numero due della Lega Nord, ha detto al Foglio che bisogna uscire dall’euro. Lei che ne pensa? “Avrebbe un valore puramente consultivo, quindi eviterei. Il voto della gente è sempre un valore, ma prima di ricorrere alla bomba atomica penso che si dovrebbe negoziare finché possibile. Dunque io eviterei rotture, a meno che non ci siamo costretti. L’atteggiamento da tenere è quello che consigliava Theodore Roosevelt: ‘Parla piano e vai in giro armato’”. Certo, dice Toti, questa Europa va cambiata, migliorata, “ci sono larghi margini di miglioramento, lo sa anche il presidente Antonio Tajani”, così come l’euro “dovrebbe diventare una moneta meno tedesca e più una moneta di tutti noi”.

 

Quando pensa al futuro del centrodestra, Toti se lo immagina così: “Intanto mi piacerebbe che ci fosse una coalizione solida per affrontare le elezioni, poi servirebbe una federazione e in prospettiva un partito unico. Un partito in cui le varie componenti si contano e si pesano per decidere chi ne è il capo. Dunque Salvini avrà il suo peso, la componente berlusconiana il suo, così come Meloni. Proprio come accade nei Repubblicani americani o nei conservatori inglesi”. Quindi, par di capire, Berlusconi sarà uno fra tanti? “No, Berlusconi non sarà mai uno fra tanti, ma il primus inter pares. E’ il fondatore di questo centrodestra e checché se ne dica penso che il baricentro moderato sia fondamentale per il nostro schieramento: è la sintesi di estremi diversi”. E con il Pd ormai è storia chiusa? Mai un governo insieme? “Non ci sono né i numeri né le condizioni. Lo dico da governatore: le mie leggi bandiera sono state impugnate da questo governo, dal piano casa alla legittima difesa. Poi vogliono approvare lo ius soli… Anche se vi fossero i numeri non credo che si potrebbe intraprendere un’azione di governo con chi la pensa in maniera tanto diversa da noi”.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    08 Novembre 2017 - 08:08

    Ho conosciuto Toti e mi pare in primo luogo politico di buon senso giustamente ispirato a realismo e pragmatismo. Dunque capace di riflettere seriamente in primo luogo sulla parabola dei post comunisti, ovvero dei leader, militanti ed elettori di quello che nella Prima Repubblica fu il più grande partito comunista dell’Europa Occidentale. Ora si ritrovano nella bagarre per scegliere se essere governati da un post democristiano ( Renzi, Franceschini, ecc. ) o un post magistrato (Grasso), dopo essere stati trascinati nel partito socialista europeo. E dove mal governano e peggio amministrano, spalancano le porte alla protesta sconclusionata, qualunquista e pericolosa dei grillini. Ieri l’altro il Fondatore ha definito il presidente del senato semplicemente il nulla da tutti i punti di vista. Che ora il post comunista Bersani, già segretario del Pd dopo aver vinto le penultime primarie, lo proponga come nuovo leader della perseguita coalizione di sinistra spiega perché Toti ragiona.

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