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La nuova percezione di Berlusconi. Storia di una rivoluzione

Claudio Cerasa

Il ruolo di argine contro l’incapacità grillina va al di là di Musumeci. Il modello Sicilia non esiste, il modello Cav. sì

Da un certo punto di vista, Luigi Di Maio ha ragione quando dice che dopo le elezioni siciliane qualcosa è cambiato e che la percezione del ruolo pubblico di Matteo Renzi è diversa rispetto a qualche tempo fa. Il candidato premier del Movimento 5 stelle, all’indomani dell’ennesima non vittoria grillina (in Sicilia ha vinto il centrodestra con Nello Musumeci), ha scelto di annullare l’incontro previsto stasera su La7 con il segretario del Pd, denunciando, dall’alto dei suoi 30 mila voti ricevuti alle primarie grilline, l’inesistenza di un vero candidato premier del Pd e del centrosinistra: “Mi confronterò con la persona che sarà indicata come candidato premier da quel partito o quella coalizione”. Di Maio, oltre a non conoscere la geografia, non conosce né la nuova legge elettorale (il capo della coalizione è una figura che non esiste nel Rosatellum) né lo statuto del Pd (il segretario del partito, eletto ad aprile con 1.257.091 voti, è automaticamente il candidato premier del Pd). Ma nelle parole del candidato grillino esiste un tratto di involontaria verità quando lascia intendere che, nella percezione pubblica, il vero nemico del 5 stelle, il suo principale rivale, non è più il segretario del Pd ma è qualcun altro: Silvio Berlusconi.

 

Di Maio non potrà ammetterlo fino in fondo, ma se c’è un dato che emerge con chiarezza dal voto siciliano è che in questo pazzotico quadro politico l’unica concreta alternativa al grillismo oggi è un candidato premier che non può essere candidato premier e che si ritrova al centro della politica dopo essere stato cacciato da Palazzo Chigi (appena sei anni fa) e dopo essere stato espulso (appena quattro anni fa) con un voto violento dal Senato dopo una condanna passata in giudicato. Può sembrare incredibile, ma il vero elemento di novità della prossima campagna elettorale è la nuova immagine pubblica dell’unico tra i leader di partito ad avvicinarsi al voto nazionale senza essere una novità. E anche se quel quaranta per cento ottenuto in Sicilia da Musumeci difficilmente potrà essere replicato a livello nazionale (il centrodestra in Sicilia ha da sempre circa il 5-10 per cento di voti in più rispetto a quelli nazionali) non c’è dubbio che l’unico vero effetto nazionale del voto siciliano sia legato al fatto che da oggi il vero anti Grillo si chiama Berlusconi.

 

In questo quadro c’è prima di tutto la conferma plastica del fatto che il capo di Forza Italia è l’unico leader in circolazione ad avere nei prossimi mesi due tastiere da suonare per tenere i grillini il più possibile distanti dalle sinfonie di governo. Il centrodestra da una parte è l’unica famiglia politica ad avere la possibilità (seppure ancora remota) di superare quota 40 per cento a livello nazionale (il voto siciliano da questo punto di vista è come il warm up di una gara di Formula 1, dove il centrodestra parte dalla pole). Ma dall’altra parte Berlusconi sa di avere un’altra strada chiara, evidente e molto europea per tenere i grillini lontani dal governo e quella strada è utilizzare la coalizione di oggi come una coalizione elettorale per avere un domani i seggi per far nascere una coalizione di governo con il Pd.

 

La trasformazione quasi naturale del Cav. in un argine universale contro i nuovi populismi non è un dato che si capisce solo studiando le percentuali delle liste siciliane ma è un dato che si capisce meglio studiando la percezione che esiste della figura di Berlusconi anche fuori dal perimetro del centrodestra. Il rimescolamento del sistema politico all’indomani del referendum costituzionale ha trasformato in un colpo i nemici di Berlusconi (girotondini, procure, giornali d’assalto, manettari vari) nei nemici di Renzi. E di fatto, tranne qualche magistrato che tra le risate generali lo accusa di essere il mandante delle stragi del 1993, oggi la categoria dell’anti berlusconismo esiste solo nei sogni di alcune penne del giornalismo, che per recuperare copie sognano di far rivivere gli anni d’oro della lotta contro il Caimano ma che ogni giorno devono fare i conti con un problema non da poco: l’anti berlusconismo non esiste più, non solo perché è stato riconvertito all’anti renzismo ma perché i temi dell’anti berlusconismo si sono ormai sciolti come neve al sole.

 

C’è qualcuno in Italia che oggi (a parte Piercamillo Davigo) oserebbe dire che nel nostro paese non esiste un problema con la giustizia? C’è qualcuno in Italia che oggi oserebbe dire che nel nostro paese non esiste un problema con la magistratura politicizzata? C’è qualcuno in Italia che oggi oserebbe dire che nel nostro paese non esiste un problema chiamato gogna? C’è qualcuno in Italia che oggi oserebbe dire che nel nostro paese non esiste un problema legato alla pressione fiscale? C’è qualcuno in Italia che oggi oserebbe dire che nel nostro paese non esiste un problema chiamato sindacati? Le elezioni siciliane ci consegnano dunque l’immagine di un centrodestra a trazione Cav. che diventa la prima alternativa al populismo grillino (grazie al M5s, l’Italia è arrivata al punto di considerare la vittoria di un fascista-per-bene come una vittoria contro i truffatori della democrazia) e in questo gioco complicato e molto intricato il ruolo di Matteo Renzi sarà ovviamente cruciale: non perché il Pd è destinato a essere necessariamente il partner di governo del Cav. ma perché l’unica alternativa che ha la sinistra per non diventare una costola del grillismo è quella di non ricadere nei vecchi tic dell’anti berlusconismo. Le elezioni siciliane hanno rimescolato le carte in tavola ma non per dirci che un governo Grillo è possibile (negativo) ma per dirci semmai, mettendo a fuoco i problemi della sinistra, che se il Pd vuole avere una piccola possibilità di non essere travolto dal centrodestra deve trovare un’idea per costruire un’alleanza non con i D’Alema e i Bersani ma con quel pezzo di paese che un anno fa, con il 40 per cento al referendum, diede fiducia al progetto renziano di cambiare l’Italia. Se c’è un’alleanza possibile forse conviene ripartire da lì.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.