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Il partito di Mattarella

Claudio Cerasa

Lasciate stare le fesserie sull’autoritarismo. La notizia del giorno è la scelta forte del capo dello stato: fiducia sulla legge elettorale per capire di chi ci si può fidare. Perché la svolta sul “Quirinellum” traccia le coordinate della Terza repubblica

La più importante notizia politica che ci consegna la giornata di ieri non riguarda la scelta del Movimento 5 stelle di aprire ancora una volta il rubinetto delle fesserie e di denunciare, dall’alto della sua nota attenzione ai valori della democrazia, la presenza di un’“emergenza democratica” causata dalla scelta del governo di utilizzare lo strumento della fiducia, garantito dalla Costituzione-più-bella-del-mondo, per accelerare il processo di approvazione della legge elettorale.

 

La più importante notizia politica che ci consegna la giornata di ieri riguarda una conferma relativa a una svolta con cui il sistema istituzionale italiano sarà destinato a fare i conti non solo nei prossimi mesi ma probabilmente nei prossimi anni. E quella svolta è legata alla nascita di un partito che potremmo sintetizzare con una sigla composta di tre lettere: il PdM, ovvero il Partito di Mattarella. La scelta del capo dello stato di sostenere senza esitazioni il patto trasversale tra Partito democratico, Forza Italia, Area Popolare e Lega Nord sulla legge elettorale (senza farsi intimorire né dai professionisti della zizzania né dai professionisti del dettaglio, compreso per una volta il grande presidente emerito Giorgio Napolitano) è la spia di una volontà esplicita portata avanti dal presidente della Repubblica che è quella di tracciare sul terreno di gioco una linea capace di separare con nettezza le forze politiche che scelgono di occupare il perimetro dell’affidabilità e quelle che invece scelgono di occupare in modo goffo il perimetro dell’inaffidabilità.

 

In questo senso, l’approvazione della legge elettorale (l’ultimo voto alla Camera dovrebbe essere entro giovedì e poi si tenterà di portarla al Senato prima delle elezioni siciliane) permetterà al presidente della Repubblica di avere di fronte a sé un quadro più ordinato rispetto a quello attuale: non solo per quanto riguarda la campagna elettorale ma anche per quanto riguarda la fase successiva alle elezioni. Da un lato, il patto istituzionale nato sulla legge elettorale permetterà di dare un premio a tutte quelle forze politiche capaci di fare i conti con il principio di realtà, ovvero la necessità, in un sistema frammentato, di costruire alleanze e trovare compromessi, anche se dolorosi. Ma dall’altro lato, il patto rende auto evidente anche quali sono le forze politiche che, accettando chi più chi meno di giocare con responsabilità sul terreno del confronto istituzionale (Mattarella ci aveva provato anche con il Movimento 5 stelle, ai tempi del modello tedesco, ma il M5s ha mostrato di non saper governare neppure una sua fronda interna), si candidano a dare una mano al presidente della Repubblica nella prossima legislatura in caso di necessità dettata da una situazione di caos. Di qua lo sfascio, di là l’alternativa allo sfascio. Naturalmente, l’uso estremo dello strumento della fiducia per approvare una legge elettorale avrà l’effetto di indignare molte anime belle del giornalismo e della politica. Ma da un certo punto di vista, la scelta di forzare la mano su una materia delicata come la riforma elettorale è figlia dell’emergenza democratica generata dalla vittoria del No al referendum costituzionale dello scorso dicembre. In molti fanno finta di nulla, ma la decisione di far fare all’Italia un salto non dalla Seconda alla Terza repubblica ma dalla Seconda alla Prima repubblica ha generato un effetto che oggi è sotto gli occhi di tutti e che coincide con il rafforzamento inevitabile del ruolo del presidente della Repubblica.

 

Come molti ricorderanno, nel 2015 Sergio Mattarella venne scelto per incarnare il volto di un’Italia diversa rispetto a quella passata, pronta cioè a fare i conti con un nuovo modello costituzionale – l’Italia dei sindaci, l’Italia del doppio turno, l’Italia degli elettori che votano più per il capo del governo che per i parlamentari della Repubblica – all’interno del quale il presidente della Repubblica avrebbe contato sempre di meno e il presidente del Consiglio avrebbe contato sempre di più. La bocciatura di quel modello ha riportato le lancette dell’Italia indietro nel tempo. E in un contesto in cui le meccaniche della Prima repubblica tornano senza che vi siano partiti come quelli della Prima repubblica pronti a smistare con facilità il traffico, il risultato è quello che osserviamo oggi: la presenza di un sistema semipresidenziale di fatto, dove il capo dello stato, specie se in presenza di un sistema frammentato e ingovernabile, diventa l’unico vero argine contro lo sfascio del paese e l’unico vero interprete genuino dell’interesse nazionale.

 

La forzatura della fiducia sulla legge elettorale nasce dunque all’interno di questa cornice – e sarebbe bello se un domani a guidare il nostro sistema semipresidenziale di fatto ci fosse un capo dello stato non eletto da mille parlamentari ma da milioni di cittadini. E in questo contesto, come è evidente, la vera emergenza costituzionale per un paese come l’Italia non coincide con il tentativo di semplificare in modo brusco il sistema che regola i processi democratici, ma coincide piuttosto con l’incapacità di alcune forze politiche di mettersi d’accordo con gli avversari di fronte a situazioni di emergenza – anche se le parole simmetriche usate dalla sinistra a sinistra del Pd e dal M5s contro la legge elettorale, “vergogna”, “regime”, “siete come Mussolini”, dovrebbero suggerire a Grillo e a D’Alema di rompere gli indugi e di andare insieme alle elezioni. Non sappiamo se la legge elettorale riuscirà davvero a superare la prova del voto segreto (più si che no) ma sappiamo che già oggi l’interventismo del presidente della Repubblica – e il suo sostegno a una legge elettorale che più che Rosatellum dovrebbe chiamarsi Qurinalellum – ha avuto l’effetto di dividere in due il campo da gioco tra chi si candida a fare accordi per provare a guidare il paese e chi si candida a non fare accordi per guidare al massimo l’opposizione. Da un lato ci sono i possibili riformatori della democrazia, dall’altra ci sono i potenziali turisti della democrazia. Ci si può girare attorno quanto si vuole ma nell’Italia della frammentazione, della non governabilità, della non omogeneità, della fragilità dei partiti lo sfascio vero è di chi dice no, non di chi trova un modo di dire sì nell’Italia del no.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.