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Chi tresca con lo stupidario grillino

Claudio Cerasa

Non solo Salvini. Storia delle convergenze parallele tra bersanozzi e grillozzi. E che c’entra Pisapia con la sinistra grillina che gioca con i clown?

"E’ di destra la ricetta riduzione di tasse alla grande, così poi la crescita riparte. Non sarebbe di destra dire che, quel tanto di flessibilità, deficit e debito che un paese può fare, è per fare investimenti: solo gli investimenti danno lavoro”. Il commento offerto ieri da Pier Luigi Bersani in risposta ad alcune proposte in materia di politica economica suggerite da Matteo Renzi nel suo ultimo libro ci consente di mettere a tema una questione importante che riguarda un tratto particolare dell’identità culturale della sinistra schierata a sinistra del Partito democratico. Una questione che potremmo sintetizzare con una domanda che avrà certamente una sua centralità da qui alla prossima campagna elettorale e con la quale dovrà fare i conti anche il simpatico Giuliano Pisapia: rispetto all’idea di paese che ha la sinistra a sinistra del Pd, il vero nemico contro il quale concentrare tutte le proprie energie, oggi, si chiama Matteo Renzi o si chiama Beppe Grillo?

 

La domanda ha una sua centralità non solo perché si inserisce all’interno del dibattito sul futuro del centrosinistra (con o senza trattino) ma anche perché ci permette di spiegare quali sono, al fondo, le vere ragioni dell’incompatibilità tra le due sinistre che esistono in questo momento nel nostro paese. Ci si potrà girare attorno quanto si vuole ma alla fine dei conti il grande scontro che esiste tra le varie anime politiche del nostro paese non è tanto sulla necessità o no di dar vita a una coalizione di centrosinistra o di centrodestra (o almeno, non solo su questo) ma è su una prospettiva molto diversa che riguarda il dopo elezioni e in particolare la figura di Grillo. La questione è semplice e lineare e vale la pena sintetizzarla così: il Movimento 5 stelle è un nemico giurato della democrazia con il quale non è possibile immaginare alcun tipo di convergenza o è invece un soggetto politico con il quale è giusto non escludere alcun tipo di collaborazione futura nel caso in cui il prossimo anno dovesse emergere dalle elezioni un Parlamento ingovernabile?

 

Fino a oggi, il tema della sovrapponibilità del cinque stelle con la piattaforma di altri partiti è stato legato alla possibile giustapposizione tra alcune linee programmatiche (in particolare sull’Euro e sull’immigrazione) espresse dai seguaci del clown di Genova e dalla Lega di Matteo Salvini (e proprio ieri, in un’intervista a Repubblica, il leader della Lega ha ricordato che su molti temi esiste una convergenza con il Movimento 5 stelle). Ma in un modo per così dire simmetrico, giorno dopo giorno, stanno emergendo delle oggettive convergenze parallele non solo tra il Movimento 5 stelle e la Lega ma anche tra il partito di Grillo e il nuovo cartello progressista guidato dal trio Pisapia, Bersani, D’Alema (Pi-Be-Da).

Non si capisce bene cosa c’entri Giuliano Pisapia con un campo progressista che occhieggia ogni giorno a un partito cresciuto a pane, fango e gogna, ma la vera ragione per cui i compagni di viaggio dell’ex sindaco di Milano non perdono occasione per marcare una propria distanza più da Matteo Renzi che da Beppe Grillo è legata a una verità oggi difficilmente incontestabile: la sinistra a sinistra del Pd considera il Movimento 5 stelle una costola della sinistra da non demonizzare, e con la quale anzi vale la pena dialogare, mentre nel Partito democratico guidato da Matteo Renzi vede una costola della destra, ed essendo oggi “la robaccia di destra” (copyright Bersani) il vero nemico contro il quale è necessario combattere non può sorprendere che su molti temi la sinistra Be-Pi-Max si ritrovi in sintonia più con i compagni grillini che con i vecchi compagni del Pd.

 

E’ così quando si parla di politica economica (Mdp e Movimento 5 stelle non hanno votato a favore del trattato sul Ceta e non hanno votato a favore della legge che introduce il libretto delle famiglie e il lavoro occasionale per le imprese). E’ così quando si parla di riforma del sistema del welfare (sia i 5 stelle sia gli scissionisti del Pd sono favorevoli a una forma vaga di reddito di cittadinanza). E’ così quando si parla di giustizia e di questione morale (se un ministro indagato è renziano quel ministro non sarà mai innocente fino a prova contraria, ma sarà sempre colpevole fino a prova contraria). Tutto chiaro e lineare. E in fondo le sovrapposizioni possono sorprendere solo fino a un certo punto. E’ stato lo stesso Bersani nel 2013 a tentare di fare un governo con i voti del Movimento 5 stelle. E’ stato lo stesso Bersani a definire pochi mesi fa il movimento 5 stelle “la forza di centro dei tempi moderni” (chissà che ne pensa Pisapia). E’ stato lo stesso Bersani a sostenere che il 5 stelle è “un’argine alla deriva populista e nazionalista” (chissà che ne pensa Pisapia). E’ stato lo stesso Bersani a ricevere un mezzo endorsement pochi giorni fa da Marco Travaglio (“Bersani salvaci tu”, e chissà che ne pensa Pisapia).

 

“Quel che rende i rivoluzionari pentastellati figli della stessa tradizione culturale di un pezzo di Partito comunista – ha scritto con saggezza su questo giornale Alessandro Maran, senatore del Pd – non è la lotta alla corruzione, bensì il catastrofismo radicale, l’idea che il peccato pervada il mondo e che a un gruppo di pochi eletti spetti il compito di purificarlo”. Può piacere o no, ma la distanza che esiste oggi tra un Berlusconi e un Salvini e tra un Renzi e un Bersani la si può spiegare in molti modi, ma non la si può comprendere fino in fondo senza mettere a fuoco quello che è uno dei grandi spartiacque della politica di oggi: l’incompatibilità o la compatibilità con lo stupidario grillino. Berlusconi lo ha capito perfettamente, e fa di tutto (persino giocare con la candidatura i Marchionne) per mostrare la sua distanza dal grillismo salviniano. Anche Renzi, almeno a parole, ha compreso che per conquistare una parte dei 14 milioni di voti raccolti al referendum di dicembre non c’è altra scelta che schierarsi sul fronte opposto a quello scelto dai grillini. A fare i grillini, oltre ai grillini, ci sono già alcuni compagni scissionisti e alcuni grillozzi leghisti. Per questo, e non solo per questo, Renzi e Berlusconi farebbero bene a tenersi distanti da qualsiasi deriva grillozza. Vale per le parole un po’ in libertà del Cav. sull’euro e sul reddito di cittadinanza. Vale per le parole un po’ in libertà di Renzi sul Fiscal Compact – che sono poi l’esatto opposto di quelle messe in fila nella sua ultima mozione congressuale. La grande divisione della politica oggi è questa. E mai come in questo momento sia Berlusconi sia soprattutto Renzi farebbero bene a rileggersi un aforisma di Mao Tse-tung e tenerselo bene in testa nel corso dell’estate: “Solo gli stupidi sollevano pietre che poi ricadono sulla loro testa”. L’alternativa al grillismo, in fondo, si costruisce anche così.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.