Virginia Raggi (foto LaPresse)

La casta degli incompetenti, fine del mito

Claudio Cerasa

Meglio incapaci che in malafede. Meglio l’onestà che la responsabilità. La difesa di Raggi sui casi Romeo e Marra è la sintesi del populismo moralista. Il trionfo dell’incompetenza è diventato il riflesso della campagna anti casta

Scegliete voi: competenza oppure onestà? La difesa scelta dal sindaco di Roma Virginia Raggi per respingere, in modo indignato, le accuse che la potrebbero costringere a fare i conti, dopo l’estate, con un processo per falso in atto pubblico e abuso d’ufficio, relativamente alle nomine in comune di Renato Marra e Salvatore Romeo, contiene un tratto significativo, verrebbe da dire rivelatore, che ci permette di uscire fuori dalle aule del tribunale e ci consente di mettere a fuoco, in modo chiaro, un passaggio cruciale rispetto alla natura del nuovo populismo politico.

 

Il sindaco di Roma, sia nel caso della vicenda Marra sia nel caso della vicenda Romeo, ha deciso di difendersi portando avanti una linea piuttosto chiara, al centro della quale c’è un concetto più volte declinato dallo stesso Beppe Grillo: possiamo essere incompetenti, ma non disonesti. Sia nel caso della nomina di Salvatore Romeo (accusa di abuso d’ufficio) sia nel caso della nomina di Renato Marra (accusa di falso) la linea di Virginia Raggi è proprio questa. E il “possiamo essere incompetenti ma non disonesti” esplicitato da Grillo è un concetto sintetizzato in una frase offerta ieri dal sindaco in conferenza stampa: “Ho agito in buona fede”. Nel caso specifico, quando Raggi dice “ho agito in buona fede” intende dire una cosa che suona più o meno così: il sindaco di Roma non aveva la minima idea di quello che sarebbe accaduto promuovendo Salvatore Romeo da funzionario del dipartimento Partecipate alla sua segreteria politica e non aveva neppure la minima idea che il suo ex capo del personale (Raffaele Marra) potesse aver messo lo zampino nella nomina che ha permesso a Renato Marra (fratello dell’ex capo del personale) di passare da capo di un gruppo di vigili urbani specializzato nell’abusivismo commerciale al ruolo di direttore della direzione turismo del comune di Roma. Non aveva la minima idea, dice in sostanza Raggi, che Salvatore Romeo, da dipendente del Campidoglio, non potesse essere posto in aspettativa e contemporaneamente riassunto dallo stesso ente. Non aveva la minima idea, dice ancora Raggi, che per promuovere Salvatore Romeo fosse necessario (a) passare il contratto al vaglio del gabinetto per verificarne la legittimità e (b) firmare una delibera in cui il nuovo stipendio fosse indicato in modo esplicito e non attraverso riferimento legislativi. 

 

Non aveva la minima idea, dice ancora Raggi, seppure ammetta il contrario nelle chat a disposizione della procura in cui dialoga con Raffaele Marra, che il capo del personale del comune di Roma (Raffaele Marra) potesse avere un qualche ruolo nell’assunzione al comune di Roma di suo fratello (Renato Marra) violando così (è l’accusa) il codice di comportamento dei dirigenti pubblici che vieta ai dipendenti di assumere “decisioni o attività che possano coinvolgere interessi propri, ovvero di suoi parenti, affini entro il secondo grado”. Virginia Raggi, dunque, non sapeva nulla di tutto ciò e il sindaco ce lo sta dicendo con il cuore, in buona fede, aggiungendo tra le righe che anche se ha sbagliato lo ha fatto con grande onestà intellettuale. Perché, come dice Grillo, noi grillini possiamo essere incompetenti, ma mai falsi, mai disonesti. Se vi viene da sorridere è meglio che vi fermiate un istante a riflettere sul perché la posizione e la tesi di Raggi non sono campate in aria ma hanno persino una loro credibilità. La tesi della “non responsabilità” dovuta alla “non competenza” e alla “non conoscenza” ha un suo appeal in quanto si inserisce alla perfezione in un particolare contesto storico all’interno del quale la battaglia generica e indiscriminata contro la casta (e contro il primato della politica) ha portato alla legittimazione di un principio folle di cui i grillini oggi sono espressione naturale: l’affermazione della retorica pura dell’onestà come alternativa unica al sistema corrotto della competenza.

 

Il ragionamento, se ci pensate, è di una linearità disarmante. Gli esperti hanno fallito. Le élite vanno punite. Gli specialisti sono da abbattere. E per liberarci da un sistema corrotto che ci governa da anni – vale per la politica, vale per la scienza, vale per la farmaceutica, vale per i vaccini – si può mettere da parte la competenza in nome di un valore assoluto: l’onestà, la genuinità, la buona fede. “Tutti – ha scritto Tom Nichols in un libro di successo dedicato alla morte degli esperti, ‘The Death of Expertise’, e alla teoria dell’uno vale uno, anticipato in Italia da IL Magazine – li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli ‘spiegatori’ e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell’imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini”. In politica, la convinzione che la buona fede – onestà, onestà, onestà – sia l’unico criterio giusto e possibile per misurare l’affidabilità di una classe politica ha permesso in alcune particolari circostanze l’affermazione di persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Il trionfo dell’incompetenza, da questo punto di vista, è l’altro lato della campagna anti casta ed è sulla base di questa solida sovrastruttura culturale che oggi è possibile incontrare in giro per l’Italia, senza che questo crei alcun genere di indignazione, (a) sindaci che si considerano non responsabili della disorganizzazione di una manifestazione disastrosa nella piazza della propria città; (b) sindaci che si considerano non responsabili della non conoscenza delle norme da utilizzare nella selezione del proprio personale; (c) capipartito che non si assumono la responsabilità dei contenuti pubblicati su un blog che porta il nome del capo partito. Nell’epoca dell’onestà, e dei tic anti élite, la capacità, la responsabilità e la competenza diventano un surplus di cui si può fare a meno e su questo fronte il tradimento dei chierici risulta alla luce del sole nel momento in cui nessuno (nemmeno tra le élite) ha il coraggio di ricordare che l’onestà politica, come diceva Benedetto Croce, non è altro che la capacità politica, “così come l’onestà del medico e del chirurgo corrisponde alla sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze”. “L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie – scriveva ancora Croce – è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese”. Per far crollare l’areopago – e dimostrare l’irresponsabilità della casta degli incompetenti – non serve dunque un processo in un’aula di un tribunale ma serve solo mettere insieme un po’ di sano buon senso per mostrare cosa si nasconde dietro l’affermazione di persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere: il nulla assoluto.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.