Beppe Grillo (foto LaPresse)

Fate presto, non fate i Grillo

Claudio Cerasa

Il più grande regalo al nulla grillino è sostituire la “politica delle giuste cose da fare” con la politica del “giusto messaggio da dare”. Appello per evitare un disastro possibile

Beppe Grillo non esiste, come ha tenuto a ricordare lo stesso Grillo spiegandoci che il blog registrato a suo nome in realtà è registrato a nome di un’altra persona che non c’entra nulla con Grillo. Il Movimento 5 stelle attraversa una delle fasi più complicate della sua storia, dilaniato da feroci divisioni interne che i garanti del grillismo riescono di volta in volta a sedare solo attraverso espulsioni di massa (Pizzarotti & Co.), sospensioni della democrazia diretta (Genova), inutili mozioni di sfiducia (Lotti) buone per distogliere l’attenzione dai disastri compiuti dalle proprie amministrazioni comunali (Roma). Il candidato alla premiership del M5s, Luigi Di Maio, “una mezza pippa” secondo epica e sobria definizione di Vincenzo De Luca, si ricopre di ridicolo giustificando una possibile violenza che potrebbe nascere fuori dal Parlamento come reazione al voto sulla decadenza del senatore Minzolini. Persino vecchi sostenitori del movimento iniziano a sentire puzza di bruciato e dopo l’annullamento delle primariette di Genova dicono, come Paolo Flores d’Arcais, onore al merito, che la misura è colma e che “per chi prenda sul serio la Costituzione, con i suoi valori intransigenti di giustizia e libertà”, diventa “ragionevole” non votare più per i 5 stelle. Ecco, sì. In una fase in cui sta succedendo tutto questo, con la truffa grillina diventata ormai elemento oggettivo e non più soggettivo, succede però che la classe politica italiana misteriosamente decide di non vaccinarsi in massa contro il grillismo, scegliendo così di dare ossigeno a un movimento politico altrimenti destinato all’estinzione.

 

La cronaca degli ultimi giorni è purtroppo inequivocabile e lo è ancora di più dopo quello che è successo nel fine settimana in uno dei pochi partiti che potrebbero candidarsi a essere una diga contro il populismo grillino: il Pd. Giovedì scorso il Senato decide meritoriamente di ristabilire un equilibrio tra il potere legislativo e il potere giudiziario e anche grazie ai voti di diciannove senatori Pd viene bocciata la richiesta di cacciata di Augusto Minzolini da Palazzo Madama – richiesta arrivata in seguito a una condanna definitiva per peculato con interdizione dai pubblici uffici che ha fatto scattare il procedimento di decadenza previsto dalla legge Severino – con una motivazione perfettamente sintetizzata dal senatore Pd Giorgio Tonini: “Ma come si fa a dire che siccome questa è la sentenza noi automaticamente siamo chiamati a metterla in opera? La Costituzione ci assegna il dovere di giudicare e ratificare pedissequamente la sentenza avrebbe significato mancare al nostro dovere. Io mi sono sentito di applicare la massima in dubio pro reo: in una situazione di dubbio meglio assolvere un colpevole che condannare un innocente”. Minzolini viene salvato, ma subito dopo Matteo Renzi fa sapere attraverso Graziano Delrio che il salvataggio è stata una schifezza: “Sì, si poteva evitare. I nostri senatori votano come credono, ma non avrei lasciato la libertà di coscienza. Il caso Minzolini va oltre il merito: abbiamo dato un messaggio sbagliato”.

 

La politica del giusto-messaggio-da-dare che si sostituisce alla politica delle-giuste-cose-da-fare è una caratteristica chiara di questa fase della battaglia parlamentare e anche congressuale. Le commissioni di inchiesta sulle banche – con tanto di orrenda gogna sui “debitori insolventi” – diventano una priorità assoluta non per aiutare le banche a risolvere i problemi ma solo per dare un tozzo di pane al mostro populista (e se la commissione viene affossata, il passo indietro diventa ovviamente un favore fatto ai banchieri cattivi). Così come una priorità assoluta diventa il tema dei tagli ai costi della politica (“il vitalizio”) al punto che lo stesso Renzi, prima di rassegnarsi a far durare il governo fino al 2018, era arrivato a dire che le elezioni anticipate sarebbero state necessarie per non dare un “messaggio sbagliato” agli elettori indignati, che mal avrebbero sopportato il fatto che il voto nel 2018 avrebbe fatto scattare la pensione ai parlamentari eletti alla prima legislatura. Tutto questo preoccupa perché avviene in un contesto in cui i due avversari di Renzi al congresso (Orlando, Emiliano) hanno scelto di utilizzare uno la grande bandiera del grillismo (il reddito di cittadinanza) e l’altro l’intera grammatica del grillismo (i dubbi sui vaccini, il giustizialismo, il benecomunismo, l’ambientalismo) per provare a scalare il Pd. E preoccupa ancora di più perché gli altri principali partiti presenti nel panorama politico mostrano da tempo di essere drammaticamente contaminati dal grillismo. Se non interverrà un Maroni a commissariare Salvini, la Lega è destinata a diventare una costola della Casaleggio Associati e non una costola del centrodestra sul modello tedesco Cdu-Csu. Se non trasformerà l’anti europeismo in una fake news, Forza Italia diventerà a sua volta una sottocorrente della Lega Nord. E se non sopraggiungerà un po’ di buon senso tra gli scissionisti del Pd, Speranza sarà destinato a diventare il vice Casalino, Bersani sarà destinato a scrivere libri con di Di Battista, Gotor sarà destinato a diventare lo spin doctor di Sibilia.

 

A tutto questo poi va aggiunto anche qualche elemento ulteriore, che ci aiuta a definire meglio la gravità della situazione italiana. Il disprezzo mostrato da quasi tutti i partiti italiani per l’Europa dei tecnocrati (quando l’Europa dei tecnocrati ha imposto delle regole che hanno permesso al nostro Continente di crescere a una velocità maggiore rispetto a quella degli Stati Uniti). L’incapacità a dire la verità su follie come il reddito di cittadinanza (gli unici redditi che devono esistere sono quelli che derivano dal lavoro, come ha giustamente ricordato ieri il ministro Calenda, e se si continuerà a parlare di reddito di cittadinanza prescindendo dal lavoro si smetterà di pensare a come creare le condizioni migliori per far sì che le imprese creino lavoro). La delegittimazione continua della classe politica che si traduce in una progressiva rottamazione della democrazia rappresentativa (leggete Cassese oggi sul Foglio). Il conseguente consenso alla proliferazione di una Repubblica guidata dai pm in cui i magistrati sono destinati a dettare sempre di più i tempi della politica con uno stile non diverso da quello adottato dagli ayatollah per condizionare la politica del proprio paese (in Iran gli ayatollah decidono preliminarmente chi far partecipare alle “elezioni democratiche”, in Italia sono i magistrati a farlo, o qualche volta, nei casi più grotteschi, è un blog diretto da comici eterodiretti da società private non elette da nessuno). Un po’ di populismo, se calibrato con un pizzico di riformismo (80 euro più Jobs Act, rottamazione più riforma costituzionale), è comprensibile che diventi parte della proposta di un leader che intende trovare alle urne i voti per governare il paese. Ma il problema è che oggi – oggi che i partiti moderati a vocazione europea mostrano viceversa di avere buoni anticorpi per difendersi dall’onda dei movimenti anti sistema – in Italia molti importanti politici sembra che abbiano deciso di conquistare i voti della parte indignata del paese più con la logica del grillismo che con la logica del riformismo. Come ha scritto ieri su Facebook il nostro geniale amico Guido Vitiello, “la lungimirante strategia di tentare di ammansire le belve pascendole con una libbra di carne al giorno ha dato risultati eccellenti: una magistratura i cui poteri sono incompatibili con qualunque assetto democratico e un partito di parafascisti intorno al 30 per cento. Però continuano così”. Prendetelo come un piccolo appello: fate presto, non fate Grillo.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.