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Il mito sbagliato

Emiliano cita a suo modello Che Guevara, cioè il teorizzatore dell’odio come fattore di lotta

28 Febbraio 2017 alle 10:58

Il mito sbagliato

foto LaPresse

Quando ho letto che Michele Emiliano s’inorgogliva di avere sfidato Matteo Renzi citando Che Guevara, ho fatto un salto sulla sedia. Davvero? Ancora? Nel 2017? La cosa aveva un suo lato comico: cosa ci azzecca quell’omone dal viso innocuo e simpatico, impeccabile nei suoi completi alla moda, col guerrigliero austero, emaciato e asmatico ucciso in Bolivia nel 1967? Poi, pensandoci, mi sono preoccupato. Sarà che anch’io, come altri, sono stato un elettore del Pd; che votandolo pensavo di votare un partito riformista di una moderna democrazia liberale; un partito che si batteva per lo stato di diritto, l’inclusione sociale, l’estensione dei diritti civili, una sana economia di mercato, il premio all’impegno e al merito; per una società aperta e pluralista. Ora, caso vuole che di mestiere insegni la storia dell’America latina e di Guevara mi sia occupato in lungo e in largo. Ognuno si sceglie i miti che vuole, per carità, ma alcune cose vanno chiarite: Guevara odiava la democrazia liberale, derideva lo stato di diritto, detestava il mercato e di pluralismo non voleva sentir parlare. Che vi inneggi chi ambisce a guidare il Pd è grottesco.

 

Ma morì per i suoi ideali! Credeva nella giustizia sociale! Combatté l’imperialismo! Suvvia, sono passati cinquant’anni e sarebbe ora di grattare un po’ sotto la superficie. Guevara elaborò la famosa teoria del focolaio guerrigliero. Giovò a qualcosa? Migliorò la vita di qualcuno? Per nulla. Semmai il contrario. In suo nome, migliaia di giovani latinoamericani imbracciarono le armi e andarono a morire: a volte combattendo contro violente dittature, più spesso contro fragili democrazie che cercavano di irrobustirsi. Grazie a ciò la politica divenne guerra, i partiti riformisti e quelli comunisti vennero repressi e le forze armate si trovarono ovunque servito su un piatto d’argento l’alibi perfetto per fare tabula rasa. Quando si dice il genio politico. Ma almeno denunciò l’imperialismo sovietico! Già. Peccato che in gioventù criticasse Kruscev rivendicando Stalin e in età matura osannando Mao.

 

Quali fossero le sue idee sui diritti civili lo dimostrò più volte: preso il potere, Castro gli affidò la guida de La Cabaña, una grande caserma dell’Avana, e lui la trasformò in macelleria; i processi che vi istruì contro i nemici erano farse crudeli. Erano criminali di Batista? Molti sì, altri no. Non avevano dunque diritti? No. La rivoluzione, aveva già detto qualcuno, non è un pranzo di gala; al cospetto della sua promessa di un mondo libero dal male e dal peccato, non c’era diritto che tenesse. Chi meno ne aveva erano gli omosessuali, verso i quali Guevara ostentava un proverbiale sprezzo machista; sprezzo sulla cui base il castrismo fabbricò allora una sua eugenetica prima e i famigerati campi di rieducazione poi. Sulla giustizia sociale era colmo di buone intenzioni: questo non si discute! Ma di buone intenzioni, si sa, è lastricato il cammino dell’inferno: difatti fece sfracelli sia al ministero dell’industria sia a capo della banca centrale; il suo modello incentrato sul primato dello spirito e della volontà venne presto accantonato. Per una semplice ragione: causava miseria. Da allora si ricordò quell’epoca usando un eufemismo: c’era stato eccesso di “idealismo”. Di Guevara, però, rimane il martirio e sul martirio fioriscono i miti, si fabbricano le santità. Martirio era infatti una parola chiave nell’immaginario di Guevara, insieme ad altre che non a caso ne hanno fatto un santino caro a rivoluzionari e neofascisti alla pari: sacrificio, redenzione, disciplina, lealtà, volontà, guerra, sangue, morte. Tutto ciò, certo, “senza perdere la tenerezza”, ci racconta un suo celebre e obiettivo biografo. Tenerezza di cui divenne emblema la sua celebre missiva all’assemblea Tricontinentale riunita all’Avana nel 1967: dobbiamo coltivare, scrisse, “l’odio come fattore di lotta; l’odio intransigente verso il nemico, tale da spingere l’essere umano oltre i suoi limiti naturali, così da convertirlo in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere”. Dubito che questo sia ciò che Emiliano abbia in mente. Una sola domanda: non sarebbe ora di rinnovare il Pantheon?

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Commenti all'articolo

  • lucianotanto

    01 Marzo 2017 - 00:12

    Macché... esistono molteplici pagine sulle "reti sociali" di credenti "puri e duri" che hanno spaccato il pd (e si divideranno in continuazione). vogliono "il partito", con i d'alema, bersani, ecc., più il posto fisso per tutti, lo stato provvidenza; il sXX non é bastato per dimostrare niente. soprattutto in italia.

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  • mario

    28 Febbraio 2017 - 16:04

    Che Guevara non teorizzò l'odio come fattore di lotta, questa è la solita "narrazione" che rende "virtuale" anche la storia trasformandola a proprio piacere. La differenza è che gli imperialisti del tempo di Che Guevara erano visibili e manifesto era il loro comportamento: bloccare e togliere la vita agli oppositori. Gli imperialisti di oggi, e forse Renzi è uno di loro, sono invisibili, si fingono amici, il loro comportamento non è manifesto ma occulto e si vedono solo gli effetti: necrofilia ambientale, anedonia umana provocata da un eccessivo consumismo, sadismo sugli animali, ossessivo controllo sulla vita e sulla morte. ... Forse Emiliano vuole combattere in modo coraggioso questo, Che Guevara è il simbolo del coraggio e della determinazione, sempre che sia vero quanto affermato dal sottotitolo:Emiliano cita a suo modello Che Guevara.

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    • lucianotanto

      01 Marzo 2017 - 01:01

      Ernesto Guevara Lynch cavaliere coraggioso e senza macchia della gloriosa rivoluzione eternamente fallita; sistematicamente identico ai "caudillos" che diceva di voler combattere, ai quali copiava nei metodi al momento di eliminare i "nemici". avventuriero più che marxista, gran-duca della monarchia castrista, amava la pistola e la pallottola alla nuca più che la giustizia e la democrazia. america latina, il continente più ingiusto del pianeta, da sempre, ha solo due grandi eccezzioni: il Canada e gli Statri Uniti; il resto é demagogia inefficiente e sfruttamento. di destra e di sinistra.

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    • lucianotanto

      01 Marzo 2017 - 00:12

      guevara, garibaldino svalutato, crudele e feroce con chi non la pensava come lui; un avventuriero. gli europei che parlano di guevara lynch come il promesso-rivoluzionario non sanno niente dell'america "latina"(?), figlia dell'assolutismo spagnolo, che ha partorito i castro e i guevara, i chavez e perón... e il resto di generali golpisti; tutti identici nei risultati politici. Luciano Tanto Salta, Argentina

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  • carlo schieppati

    28 Febbraio 2017 - 15:03

    Urca! Non conoscevo quelle tenere parole sull'odio come fattore di lotta. Ma soprattutto un rivoluzionario che negli anni sessanta si rifaceva al quel vecchio arnese ideologico qual era il marxismo, quello che ogni due per tre preconizzava la fine inevitabile del capitalismo, quel barbaro sistema che per funzionare richiedeva l'impiego sempre più massiccio di "capitale costante" insostenibilmente oneroso che "non crea nessun valore e non produce nessun profitto". E ancora non si poteva immaginare lo sviluppo dell'elettronica e del digitale! Una cosa così, ormai, potrebbe essere riproposta solo da qualche Commissione pontificia. O da Emiliano, appunto.

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  • carlo.trinchi

    28 Febbraio 2017 - 14:02

    Che Guevara come tutti i miti ha avuto la fortuna di morire altrimenti ne avremmo visto fino in fondo i limiti e gli errori. Bello l'articolo che mette in evidenza le azioni e le incongruenze dell'eroe consacrato. La critica sul Che come su tutti gli uomini miti o dei o dii non è sul ma, ma sul chi si vuol far credere che fossero stati. Il giudice Emiliano elevato a santone. Il massimo.

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