Raggi e Marino, vite parallele

Salvatore Merlo

Lui si è dimesso, ma ha raso al suolo il Pd romano. Lei è l’incubo di Grillo, che non può mollarla. Spot, demagogia, furbizie e immobilismo travestito da onestà-tà-tà

E lei pubblica su Twitter fotografie di fiori che ignoti ammiratori le avrebbero inviato per solidarietà, proprio come a lui arrivavano invece imprecisate dichiarazioni di stima da parte di evanescenti chirurghi e innominati professori americani, “a Roma fatico ma ‘abroad’ mi applaudono”, spiegava infatti, con l’aria dell’americano di Filadelfia, un po’ Alberto Sordi e un po’ Totò truffa, mentre lei, con lo stesso tono da incompresa, marziana con venature di furbizia, dice “grazie del vostro affetto, mi riempie il cuore”. E anche di lui dicevano “non lo impicchiamo ai dettagli”, “lasciamolo lavorare”, “è solo contro tutti”, come di lei adesso dicono che “è onesta”, che “sta scardinando un sistema”, che “non si era accorta”. E insomma sempre di più Virginia Raggi e Ignazio Marino finiscono per assomigliarsi, e l’una diventa la prosecuzione dell’altro, con la medesima retorica dell’onestà a far da paravento all’immobilismo, e con l’ingenuità affettata, e recitata, che diventa trincea difensiva. E infatti, quando si scoprì tutto quel mondo di ricottari e grassatori impropriamente chiamato Mafia Capitale, quel sottobosco di piccoli intrallazzatori che infestava il sottopotere romano, Marino si fece passare per tontolone, proprio come lei, oggi, circondata dai suoi Marra e dai suoi Romeo, “sconvolta” per la polizza a sua insaputa, è consegnata al ruolo d’ignara boccalona dai suoi stessi amici del Movimento. “Marra aveva tratti torbidi, Virginia purtroppo si è fidata”, ha detto Alessandro Di Battista. Che difesa!

E allora lui pedonalizzava i Fori, mentre la monnezza già tracimava dai cassonetti, e rinominava prontamente l’assessorato allo Sport in, udite udite: Benessere e Qualità della vita. Proprio come lei, affetta dagli stessi bacilli della luogocomunite, non vuole costruire lo stadio della Roma e rifiuta le Olimpiadi, e dunque respinge il cemento ed evoca la via Gluck di Adriano Celentano, ma intanto per strada non passano più nemmeno gli autobus. Così lui celebrava matrimoni gay non ancora previsti dal codice civile, mentre lei pasticcia con le nomine in Campidoglio, non riesce a formare la giunta, e quando finalmente la forma però non riesce a governare e infatti viene commissariata da Grillo che le impone gli assessori, proprio come Marino fu commissariato da Orfini (che gli impose gli assessori). Un martirio lento, uno spelacchiamento tuttavia non estraneo a momenti di trascinante comicità involontaria, come l’approvazione del bilancio del comune celebrata qualche settimana fa alla stregua d’un atto eroico, salutata dunque da un autistico e inspiegabile applauso in Consiglio comunale, impietosamente registrato dalle telecamere: “Per fortuna ci sono i fatti a parlare per noi”.

Roba da disperarsi o divertirsi. Spot, demagogia, paralisi. E se infatti non fosse che Marino non era organico al progetto politico del Pd di Matteo Renzi, mentre Raggi è il verbo incarnato del grillismo e la proiezione stessa di Luigi Di Maio, questi due sindaci li si potrebbe chiamare gemelli nella disgrazia romana: naso alto, mento in fuori, occhi socchiusi, esposti con ideologica miopia ai beffardi precipizi e alle crudeli voragini che si spalancano lungo la strada di una realtà composta di fiaschi e di pernacchie, inchieste giudiziarie e imprecisati quanto inafferrabili complotti sempre diversi e sempre evocati. Marino se la prendeva infatti con le telecamere del centro storico che avevano multato per nove volte la sua Panda rossa – “mi hanno teso una trappola”, diceva – mentre Raggi ha svelato al mondo il complotto dei frigoriferi che “vengono buttati vicino ai cassonetti, e mi sembra strano”, la Spectre e il Bilderberg, il Pd e i palazzinari. Marino si è dimesso al culmine della sua calamitosa vicenda amministrativa, ma solo dopo aver raso al suolo il Pd romano. Sul destino di Virginia Raggi, adesso indagata anche per la nomina di Salvatore Romeo, rimane per ora scolpito un vaticinio di Paola Taverna, “quella ci distrugge a livello nazionale”. Dicono che Grillo lo sappia, ma che non possa sganciarsi. Non ancora.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.