Che cosa s’inceppa col No. Parlano gli amministratori

Dal Patto per Milano alle infrastrutture dell’area metropolitana. Conti e rischi

1 Dicembre 2016 alle 15:41

Che cosa s’inceppa col No. Parlano gli amministratori

(foto LaPresse)

E’ Arianna Censi, già sindaco di Locate Triulzi, oggi consigliere comunale a Milano che affianca Giuseppe Sala alla guida della grande Milano – ma soprattutto esponente di un Pd con la schiena diritta e la voglia di fare, in una compagine spesso coccolata tra le braccia di Matteo Renzi – denuncia il rischio che il Patto per Milano salti: “Il percorso e lo sviluppo della Città metropolitana passa attraverso le riforme votate dal Parlamento. Una battuta d’arresto vorrebbe dire il rischio paralisi di un progetto, nato con qualche difficoltà, ma che oggi, col nuovo assetto delle aree vaste, potrebbe decollare, nell’interesse dei cittadini. In gioco ci sono le infrastrutture e i servizi gestiti in passato dalla provincia. La vittoria del fronte controriformatore potrebbe provocare delle turbolenze alla guida dell’esecutivo, che metterebbero a rischio il Patto per Milano e anche i progetti collegati all’utilizzo dell’area Expo. Compreso il lavorìo per il trasferimento a Milano dell’Agenzia europea del farmaco. I governi di mezza Europa ce la farebbero pagare e l’industria italiana del settore, che è pronta a investire, rischierebbe di soccombere. Ma voglio pensare positivo, perché il paese ha bisogno di queste riforme”. Il rischio che il Patto per Milano – con una vittoria del No e l’incertezza politica del dopo – possa saltare, è concreto. Troppe le variabili e gli interessi in campo. Un governo di scopo o a termine non avrebbe né l’autorevolezza né la forza di negoziare la post Brexit. E l’European Medicines Agency prenderebbe altre strade. Le risorse per le periferie potrebbero essere sacrificate come quelle per le nuove metropolitane.

Comunque vada, Milano dice Sì

"Piutost che nient l’è mei piutost”, filosofia forse sbarazzina ma certo in linea con la storia e il momento psicologico della città

Non è solo la grande Milano ad attendere con ansia lo scrutinio di domenica sera. “Se vincesse il no – chiarisce il sindaco di Monza Roberto Scanagatti – l’incertezza potrebbe prendere il sopravvento. Proprio ora che abbiamo costruito con Milano – mantenendo vive le peculiarità della Brianza – una forte collaborazione perché gli investitori internazionali possano trovare, anche qui da noi, le opportunità che cercano. Il problema più grosso da affrontare sarebbe quello relativo al prolungamento della metropolitana, la M5, fino a Monza. Ci lavoriamo da più di due anni, prima con Pisapia, ora con Sala. Abbiamo coinvolto il governo inserendo lo sviluppo della rete anche nel Patto per Milano, abbiamo lavorato perché il progetto avesse il necessario consenso sociale, una battuta d’arresto sarebbe davvero grave. Ci costringerebbe probabilmente a ricominciare il percorso da capo ora che l’obiettivo è a portata di mano. L’altro aspetto da prendere in considerazione riguarda il processo già avviato per l’area vasta, l’ex provincia, che oggi coinvolge tanti comuni e il rapporto proficuo con la città metropolitana di Milano. Sarebbe un guaio se i processi già avviati subissero uno stop. Ma ho fiducia che il risultato sia favorevole alla riforma. In Brianza siamo abituati a usare il cervello e anche il voto sul referendum farà vincere la ragione”, conclude Scanagatti.

E sono anche i sindaci della Milano degli ultimi trent’anni, una città rinata oggi sotto le guglie dei grattacieli di piazza Gae Aulenti e tra i padiglioni dell’Expo, a trascinare il paese fuori dalle sabbie mobili di una Costituzione – la più bella del mondo ma scritta dopo il ventennio fascista, alle soglie della guerra fredda – ma scritta all’insegna del consociativismo. A favore della riforma costituzionale, a partire da uno scettico Paolo Pillitteri, che ha alcune perplessità ma vota Sì, ci sono proprio tutti (ne parliamo nell’editoriale qui sopra), mentre, con la solita lucidità, Piero Borghini – il sindaco che affrontò la bufera di Mani pulite e lo strappo col Pci – spiega: “Nessuna catastrofe all’orizzonte se domenica vince il no, semplicemente il Paese riprenderebbe ad affondare nella palude. Il pericolo vero è la paralisi e il distacco che inevitabilmente aumenterebbe tra Nord e Sud. Senza cambiamento l’Italia non riesce a difendersi. L’Italia è il paese delle autonomie, il paese di Carlo Cattaneo e Luigi Sturzo: ciò che occorre è la Camera delle autonomie, e oggi questo vuoto può essere colmato”. E chi si aspettava di trovare Marco Formentini – il borgomastro della Lega voluto da Bossi, che aveva conquistato la capitale della Padania – su posizioni di chiusura, è rimasto deluso. Anche lui ha sottoscritto il manifesto per il Sì del Centro studi Grande Milano e dice: “Abbiamo un debito pesantissimo e il rischio è di cadere di nuovo nelle mani di un governo alla Monti. Attenti a non far saltare il banco”.

Le sorti del referendum possono cambiare davvero il futuro di Milano e dei 134 comuni che la circondano e non solo. La locomotiva Milano va. Nel sindacato, la Cisl ha scelto il Sì e allarga il consenso tra i lavoratori del pubblico impiego e tra i giovani precari. Anche nella Cgil c’è chi mostra interesse per il Sì e per il dopo. Massimo Bonini, segretario della Camera del lavoro, invita a riflettere, per evitare rotture insanabili mentre Graziella Carneri, dalla Cgil regionale, bacchetta Antonio Panzeri che, eletto a Strasburgo proprio coi voti della Cgil, fa campagna per il no. “Dov’è mai finito lo spirito riformista di Panzeri?”. 

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