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Marcello Pera smonta le ragioni del no al referendum costituzionale di Brunetta&co.

 

28 Settembre 2016 alle 14:48

Marcello Pera smonta le ragioni del no al referendum costituzionale di Brunetta&co.

Foto LaPresse

Martedì Marcello Pera, filosofo, politico, ex presidente del Senato, ex senatore di Forza Italia e Popolo della libertà tra il 1996 e il 2013, intervistato dal direttore Claudio Cerasa, aveva analizzato e smontato le ragioni del no al referendum costituzionale di Brunetta & co.

 

 

“La Costituzione prevede che la Costituzione possa essere cambiata da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Gli amici del no non ci vorranno mica dire che non amano la Costituzione così com’è?”.

 

 

“Sarà di tutti attraverso il referendum, se vincerà il sì. A meno che Forza Italia non intenda con l’espressione ‘per tutti’ l’espressione ‘per noi medesimi’”.

 

 

“Fuffa. Questo no è la dimostrazione che la vera Opa su Forza Italia è stata fatta dalla minoranza del Pd. La giustizia sostanziale contro quella formale è un’affermazione senza senso. C’è una legge approvata in Parlamento da una maggioranza. Si vota su quella riforma. Non c’è nessun vizio d’origine. A meno che non si voglia dire che le regole previste dalla Costituzione per la riforma della Costituzione non funzionano: ma immagino che chi dice no alla riforma della Costituzione non voglia arrivare a dire che questa Costituzione non funziona, no?”.

 

 

“Vero. Infatti c’è una scelta referendaria per questo. La riforma passa se ottiene il 50 per cento più uno dei voti. Faccio notare che il tema della Costituzione che doveva unire tutti è un ritornello che sento dal 1948: dai tempi in cui i fascisti consideravano illegittima la nostra Costituzione per essere stati tenuti fuori dalla sua stesura. Deciderà il popolo, come prevede l’articolo 1 della Costituzione. Ma non penso che serva un ripasso anche per questo”.

 

 

“E’ una balla. E dico purtroppo. A forza di usare gli argomenti di Zagrebelsky e Travaglio stiamo diventando come loro senza accorgerci non solo che la riforma della Costituzione non tocca i poteri del governo ma anche che il centrodestra in teoria è da sempre a favore del rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio. O ricordo male, caro Silvio?”.

 

 

“E’ un’altra sciocchezza. Sono rafforzate tutte le garanzie istituzionali. Oggi, per eleggere il presidente della Repubblica, dopo il quarto scrutinio, basta la maggioranza assoluta dei grandi elettori. Il testo della riforma prevede il quorum minimo, dal settimo scrutinio in poi, dei tre quinti dei votanti tra deputati e senatori. Stesso discorso per la Consulta: per eleggere ognuno dei cinque giudici scelti dal Parlamento (gli altri dieci restano come adesso, cinque nominati dal Quirinale e cinque espressione della magistratura) resta necessario il quorum minimo dei tre quinti dei membri delle due Camere. 630 deputati, sommati a 100 senatori, fanno 730 grandi elettori, dunque il quorum è 438 parlamentari. Il vincitore delle elezioni politiche avrà dalla sua 340 deputati, per arrivare a 438 dovrebbe avere con sé anche 98 senatori su 100. Lo stesso vale per il Csm. Per non parlare poi dell’introduzione del referendum propositivo. Andiamo avanti?

 

 

 

“C’è scritto davvero così? E’ questa una delle motivazioni del no che viene offerta da un ex presidente della Corte costituzionale? Santo cielo, che raffinata disamina nel merito. Posso evitare di rispondere, per non essere offensivo?”.

 

 

“Sbagliato. Il riparto funziona ed è più preciso di prima. Spariscono le materie concorrenti. Vi è una rappresentanza dei territori migliore. Il consigliere regionale rappresenta così tanto il suo territorio a tal punto che non può restare in Senato se il suo Consiglio regionale cade. Mi sembra un’altra motivazione sballata. E poi?”.

 

 

“Questa frase non ha senso…”.

 

“Anche qui non c’è nessun filo logico. La clausola a tutela dell’unità giuridica ed economica è sacrosanta perché evita che il paese si spacchi ed esiste in tutti gli ordinamenti appena appena regionali. La riforma del Titolo V della sinistra si era sborniata di federalismo. Era quello il vampiro!”.

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