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Per una destra ricca e non lepenista. Idee vincenti

Cari Parisi, Salvini, Meloni & co. prendete spunto da Finlandia, Estonia, Australia, Irlanda. Dalle pensioni alle tasse. Il centrodestra si ricostruisce con meno protezionismo e più mercato. Modelli per sfidare Renzi senza rincorrere il grillismo.

9 Agosto 2016 alle 15:03

Per una destra ricca e non lepenista. Idee vincenti

Stefano Parisi con Matteo Salvini durante la campagna elettorale per le amministrative a Milano (foto LaPresse)

La buona scuola. Cosa hanno in comune due paesi in teoria così distanti e differenti come Finlandia e Singapore perché i loro studenti stiano costantemente ai primi posti sia nei Programmi per la valutazione internazionale dell’allievo “Pisa” che in quei “Timss” che misurano la preparazione in scienza e matematica? Su molti aspetti, la ricetta è sorprendentemente simile. Innanzitutto, un’alta valutazione dei maestri, come base di tutto il sistema. Pagati in entrambi i paesi al livello di un buon professionista, i maestri finlandesi devono inoltre avere un apposito master universitario, mentre quelli di Singapore sono sottoposti ogni anno a una severa valutazione selettiva. Poi c’è un sistema di “canalizzazione”, che in Finlandia riserva insegnanti speciali per aiutare gli alunni in ritardo a recuperare, e che comunque in entrambi i casi seleziona molto presto chi è considerato più adatto agli studi superiori e chi invece viene mandato alle scuole professionali: che comunque sono anch’esse di altissimo livello, nell’idea che è meglio e guadagna pure di più un buon parrucchiere o elettricista che non un cattivo avvocato o ingegnere. Comune è l’integrazione tra università e impresa. Comune è anche un alto livello di internazionalizzazione, che in Finlandia si traduce nell’impartire un numero via via crescente di lezioni in inglese, e in Singapore nell’obbligo per le scuole di mandare almeno il 50 per cento di allievi in viaggio ameno una volta all’estero e di ricevere un 20 per cento di stranieri sussidiati dallo Stato, oltre che nella piena apertura alle università straniere. Sembra anche che in entrambi i casi l’enfasi nazionale sull’educazione sia dovuta all’influsso di un padre della patria: a Singapore il recentemente scomparso Lee Kuan Yew; in Finlandia quell’arcivescovo luterano Johannes Gezelius che nel ‘600 negava il matrimonio agli analfabeti. C’è però una differenza. A Singapore si ritiene che per assicurare un maggior impegno per lo meno una parte degli studi universitari deve essere pagata dagli stessi studenti: un impegno non troppo gravoso, visti gli alti stipendi che si possono poi ottenere subito dopo la laurea. In Finlandia, invece, non solo tutti gli studi sono gratuiti, ma lo stato paga allo stesso modo sia le scuole pubbliche sia quelle private corrispondenti a determinati standard, in modo di assicurare alle famiglie libertà di scelta. Gli stessi liberisti si dividono sul risultato: considerato ancora troppo statalista dal Cato Institute, il modello finlandese ha invece ricevuto le lodi dell’Istituto Bruno Leoni, che in un suo paper de 2012 sulla sussidiarietà orizzontale lo ha indicato come modello al pari di quello della vicina Svezia, dove però con la riforma del 1992 la libertà di scelta è assicurata dall’altro modello del buono-scuola erogato a tutte le famiglie.  “Il pluralismo ha avuto l’effetto di migliorare la qualità di tutti gli istituti, anche statali”, ricorda il paper. “La concorrenza tra scuole sta avvantaggiando maggiormente gli studenti con famiglie a basso reddito di quelli provenienti da famiglie più ricche. In Finlandia gli studenti della scuola dell’obbligo che frequentano istituti privati sono arrivati all’8 per cento e in Svezia all’11 per cento; e la tendenza è alla crescita”. Ma c’è un altro modello ancora che è quello del  The New Hampshire Education Tax Credit Program, approvato nello Stato Usa nel 2012 e effettivamente partito nel 2013. Il sistema funziona attraverso sgravi fiscali concessi alle imprese che coprono le spese scolastiche di famiglie bisognose ma desiderose di inviare i figli a scuole non pubbliche.  

 


“Io – ha detto Bono Vox parlando della sua Irlanda – sarei socialdemocratico, ma è stata la competitività fiscale a portare al nostro paese la sola prosperità che abbia mai conosciuto”


 

La sanità liberale di Hans Hoogervorst. I due modelli estremi dei sanità sono normalmente identificati nei due grandi paradigmi anglosassoni: da una parte il sistema pubblico National Health Service istituito nel Regno Unito con la riforma del 1948; dall’altro quel sistema privatistico Usa che l’attuale Amministrazione ha cercato di riformare con il contestato Obamacare. C’è però un terzo possibile punto di riferimento che è quello realizzato nei Paesi Bassi dal ministro liberale Hans Hoogervorst con la riforma del 2006, e che a proposito di credenziali liberiste si è guadagnato un elogio dell’Istituto Bruno Leoni per la firma dello stesso Alberto Mingardi, in un libro dedicato al “caso olandese” e alle sue possibili “lezioni per l’Italia”. Addirittura, lo studio ritiene che vi possano essere stati gli studi dello stesso Bruno Leoni all’origine di un modello in cui lo Stato da dispensatore di servizi si trasforma in mero regolatore. Con la riforma, in concreto, sono rimasti sia le cure per gli anziani a carico dello Stato, sia le assicurazioni private integrative per i rischi non coperti dal sistema pubblico. Ma al posto dell’assicurazione sociale pubblica affiancata da assicurazioni private alternative per ricchi il cuore del sistema è ora passato a un obbligo generale di assicurarsi presso compagnie private, che sono obbligate ad assicurare un pacchetto a tutti i cittadini richiedenti la polizza che siano residenti all’interno della loro area, e vengono pagate in proporzione al reddito dell’assicurato. Invece di un’assistenza diretta ai bisognosi viene dato un buono sanità, in modo da permettere anche a loro di creare concorrenza. A chi nel corso dell’anno non usufruisce alcun servizio sanitario vengono rimborsati 255 euro. 

 

L’Estonia.  “Ogni cittadino ha diritto all’accesso a Internet”, stabilì per legge il Parlamento di Tallinn nel febbraio del 2000. E il 7 aprile del 2004 divenne una norma costituzionale. Anche altri paesi hanno fatto lo stesso, a partire da Grecia e Ecuador. L’Estonia, però, a parte affermare il principio ha pure deciso di investire l’1 per cento del Pil all’anno sulla tecnologia dell’informazione applicata alla Pubblica Amministrazione, il cosiddetto E-government. Da cui la definizione di e-Estonia. Tutte le case sono state collegate all’Adsl, bar e ristoranti offrono un collegamento wireless gratis ai clienti, il 99 per cento delle transazioni bancarie avviene via Internet, ed esiste una carta d’identità elettronica che consente l’accesso ai servizi della Pubblica Amministrazione via pc. Attraverso una scheda personale di identificazione dotata di chip elettronico, da inserire in un lettore collegato al computer e protetta da password, tutti i cittadini se vogliono possono pure votare alle elezioni, tramite Internet. L’E-government è stato peraltro funzionale a un drastico dimagrimento della burocrazia, in modo che l’investimento di 1 per cento del Pil ha permesso di sostenere l’abbassamento delle tasse iniziato nel 1994 con l’introduzione della Flat Tax. 

 

La Flat tax alla polacca. Appunto, l’introduzione di un’aliquota unica ora oggetto di una proposta di legge di Salvini, fu teorizzata nel 1956 da Milton Friedman, è stata poi riproposta dagli economisti Robert Hall e Alvin Rabushka nel 1981 e fu prospettata da Berlusconi su un livello del 33 per cento proprio in quel 1994 in cui Estonia, Lettonia e Lituania la introdussero sul serio, con aliquote che attualmente sono al 21, 23 e 15 per cento. In seguito l’hanno introdotta altri 38 paesi: 13 di essi minuscoli, ma nella lista dal 2001 c’è anche la Russia di Putin, con una aliquota del 13 per cento. Alcuni paesi vi hanno poi rinunciato, trovandola insostenibile: Islanda, Albania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ucraina. L’effetto della Flat Tax sulla crescita è molto dibattuto: in Estonia e Lettonia sembra essere stato alto, ma la Russia ha continuato a dipendere fortemente dalle materie prima. Un caso a parte è quello della Polonia, che piuttosto di una Flat Tax generale ha introdotto nel 2004 la possibilità per gli imprenditori di scegliere tra un’aliquota del 19 per cento o una delle forme di imposta forfettaria. Una Flat Tax selettiva che ha permesso una crescita del 46 per cento in 10 anni, facendo anche della Polonia la prima economia d’Europa per aumento dei milionari.

 

La Corporate tax irlandese. E’ vero che è stata la Corporate Tax al 12,5 per cento, contro il 35 Usa e il 24 della media Ocse, a favorire il boom di quella che è stata per questo definita la Tigre Celtica? Sì, disse anche il leader degli U2 Bono in una famosa intervista che scandalizzò larga parte di un pubblico di fan abituato a considerare le multinazionali come il diavolo. “Io sarei socialdemocratico, ma è stata la competitività fiscale a portare al nostro paese la sola prosperità che abbia mai conosciuto”. “Come persona che ha passato quasi trent’anni a lottare per strappare la gente alla povertà, è forse umiliante dover riconoscere che il commercio gioca un ruolo più importante dello sviluppo, ma è stata questa la mia grande trasformazione degli ultimi 10 anni”. Molti osservatori hanno dubitato di questa analisi, sostenendo che piuttosto l’Irlanda si era trasformata in un paradiso fiscale grazie al “Double Irish”: la  celebre strategia offshore di elusione fiscale che profittava della legge per cui Dublino non riscuoteva le tasse sulle filiali di società irlandesi al di fuori dello Stato. Bastava dunque la presenza di due società irlandesi, una delle quali con un collegamento offshore in un paradiso fiscale, per permettere a giganti come Apple, Amazon o Google di far registrare i loro utili nei tax haven via Irlanda. E la crisi finanziaria aveva indotto in molti a considerare quello della Tigre Celtica come un mito da liquidare. A sorpresa, però, dopo un necessario riaggiustamento l’Irlanda ha ripreso a crescere impetuosamente: nel 2015 è arrivata al 7,8. E la ripresa è venuta anche se proprio dal primo gennaio 2015 su pressione internazionale il Double Irish è stato abbandonato. Più dell’elusione e in accompagnamento alla Corporate Tax, dunque, hanno funzionato le  esenzioni alle start up nei primi tre anni di attività, il credito di imposta del 25 per cento per le società che investono in Ricerca e Sviluppo, lo sgravio del 50 per cento sulle “micro-birrerie che non producono più di 30.000 ettolitri l’anno” e l’agevolazione fiscale allargata sui profitti realizzati tramite la vendita di brevetti, licenze e altre forme di proprietà intellettuale.

 

La Flexicurity. La riforma del mercato del lavoro fatta in Germania da Schröder è stata indicata come una delle ragioni dell’attuale boom tedesco, ma provocò la scissione dalla Spd del gruppo di Lafontaine ed è stata tacciata di aver fatto proliferare un esercito di mini-job che copra ormai un quarto della forza lavoro, remunerato con salari da fame. E anche in Francia la riforma in cantiere sta creando forti resistenze. Sembra però funzionare senza troppi problemi il modello della Flexicurity: uno slogan lanciato in Danimarca all’inizio degli anni ‘90 dal primo ministro socialdemocratico Poul Nyrup Rasmussen, e che ha suscitato interesse in particolare nei Paesi Bassi e in Svezia. Avviato con la riforma del 1994, lo schema danese consente regole di licenziamento ampiamente flessibili, ed una altrettanto ampia possibilità di utilizzare contratti di lavoro temporanei. L’indennità di disoccupazione è però universale, e copre il 90 per cento della retribuzione degli ultimi tre mesi per una durata massima di quattro anni. Inoltre lo Stato attua politiche di riqualificazione e ricollocamento dei disoccupati abbastanza efficaci, con l’obbligo per chi riceve il sussidio di a partecipare a programmi di “attivazione” che offrono anche assistenza nella ricerca di un nuovo lavoro. Il risultato è che ogni annoil 30 per cento della manodopera cambia occupazione, e in media i dipendenti restano nella stessa azienda per non più di otto anni.   

 

Il Tsfa. Introdotto in Canada nel 2009 dal governo di Stephen Harper, consiste in un conto di risparmio esente da prelievo fiscale (tax free saving account) per un massimo di 5000 dollari all’anno, fino a un ammontare totale di 20.000. Pensato come uno strumento flessibile per salvaguardare non soltanto gli obiettivi a lungo termine come il pensionamento ma anche quelli a breve come l’acquisto di un’automobile o il pagamento di una casa, è senza tasse anche per quanto riguarda interessi o eventuali plusvalenze. Portato dal primo gennaio 2015 a un massimo 10.000 dollari all’anno è stato poi riabbassato nel 2016 dal nuovo governo di Justin Trudeau a 5.500, ma in compenso il massimale è stato portato da 41.000 a 46.500. Nel giugno 2014 13 milioni di canadesi, l’80 per cento con reddito inferiore agli 80.000 dollari l’anno, avevano investito nel Tsfa 132 miliardi di dollari. Per stimolare il risparmio nel 2015 il sistema è stato introdotto in Sudafrica.   

 

Le pensioni alla cilena. E’ stata forse la “trovata” più felice del periodo di Pinochet, il sistema pensionistico retributivo inventato in Cile dall’allora appena 30enne Chicago Boy Juan Piñera. A differenza dei tradizionali sistemi contributivi, in cui il lavoratore paga per mantenere i pensionati in attesa di essere mantenuto a sua volta, è l’accantonamento sul reddito fatto da ogni singolo nel corso della sua vita che servirà poi a pagargli la pensione, alimentando nel contempo Fondi Pensione che possono capitalizzare l’economia. Copiato da ben 17 paesi, e studiato da Stati Uniti e Cina, è stato spesso citato come esempio anche in Italia, e Piñera è stato poco tempo fa intervistato dal Foglio. Certo, i governi del centro-sinistra succedutisi dopo il 1989 non ne erano particolarmente entusiasti, tant’è che il presidente socialista Ricardo Lagos – quando nell’aprile 2001 si incontrò con Bush e si vide definire quel modello “uno schema da cui gli stessi Stati Uniti devono apprendere” – si chiuse in un silenzio imbarazzato. D’altra parte, gli stessi militari avevano sì voluto quella riforma per gli altri cileni, ma tenendo per le Forze Armate il sistema tradizionale. Proprio Lagos, però, avrebbe finito per celebrarne un peana: “Ci riuniamo per celebrare i 21 anni di un sistema che ha funzionato e ha avuto successo e che ora perfezioneremo costruendo cinque fondi”, disse nell’annunciare la prima riforma della riforma. Nel 1980, infatti, erano stati creati due fondi di investimento soli: uno più redditizio, l’altro più sicuro. Nel 2001 si arricchì la scelta, portando i fondi a cinque, in modo da permettere ai lavoratori di passare a profili di minor reddito e maggior sicurezza con l’avanzare dell’età. Senza toccare lo schema, anche perché l’altissima redditività del 25 per cento in 12 anni aveva fatto da volano al decollo, nel 2008 la socialista Michelle Bachelet ha avviato un’altra riforma, approvata dal Congresso all’unanimità, per aggiungere un “pilastro solidario” aggiuntivo statale, che garantisce un minimo, e che è entrata a regime nel 2014. E un altro aggiustamento è in cantiere. Questo carattere di “work in progress” va contrapposto al caso di Paesi che come Argentina, Bolivia, Ungheria o Polonia hanno copiato un sistema che appariva alla moda in modo probabilmente superficiale, e lo hanno poi abbandonato alle prime difficoltà. D’altra parte, lo stesso Piñera aveva avvertito che gli schemi di Argentina, Ungheria e Polonia erano in realtà degli ibridi che avrebbero potuto comportare problemi.

 


Michelle Bachelet (foto LaPresse)


 

Le pensioni all’australiana. Introdotto nel 1992, il sistema della Superannuation è meno noto di quello cileno, ma è anch’esso un modello che assicura un collegamento diretto tra quel che si paga e quel che si riceverà. In precedenza in  Australia c’era solo un Fondo di anzianità erogato dal governo federale, e che però assicura il 25 per cento del salario medio solo a chi si trova sotto un certo livello di povertà.  La Superannuation è interamente finanziata dai datori di lavoro per un importo che dall’originario 3 per cento dello stipendio è stato gradualmente portato fino al 12, e con una tassazione al 15 per cento, qualunque sia l’aliquota di reddito: in media, al 32,5. Ma il lavoratore può versare volontariamente ulteriori somme, che pure saranno tassate solo al 15 per cento. Anche i fondi che gestiscono questi versamenti hanno avuto un ruolo importante nella capitalizzazione dell’economia, trasformando il paese in una “nazione di azionisti”. E il sottoscrittore al momento della pensione può scegliere di riavere tutta assieme la somma che è maturata.

 

L’emigrazione a punti. “Un sistema di punti all’australiana” è quello che Michael Gove ha proposto per rimettere sotto controllo l’emigrazione nel Regno Unito del post-Brexit. Per la verità, il sistema adottato in Australia per respingere i boat people presenta aspetti muscolari che si prestano a evidenti contestazioni, con almeno 1544 richiedenti asilo che in due anni sono stati sistemati in campi in Papua-Nuova Guinea e Nauru. Quest’ultima è remunerata con un aiuto da 20 milioni di dollari corrispondenti a un terzo del suo pil. D’altra parte, anche le opposte politiche che gli immigrati li lasciano invece filtrare sono oggi contestate. Richiedenti asilo a parte, il sistema stabilito dalla legge del 1958 e dai regolamenti del 1994 concede uno “Skilled Visa” a tutti coloro che superano un punteggio, abbassato dal primo luglio 2012 da 65 a 60 punti, e dipendente da età, conoscenza dell’inglese, esperienza lavorativa, qualifica scolastica, studi in Australia, speciali fattori aggiuntivi, sponsorizzazioni. Come hanno osservato gli avversari della Brexit nel corso della campagna referendaria, in realtà in Australia c’è poi un numero di stranieri pro-capite doppio che nel Regno Unito. Ma questa proporzione è legata alla capacità di inserimento nella realtà economica e culturale del paese. 

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