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Assedio a Salvini

La triangolazione tra Berlusconi e Maroni su Parisi apre un tema: chi comanda davvero nella Lega? – di Salvatore Merlo

29 Luglio 2016 alle 06:13

Assedio a Salvini

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Roma. La Lega vive una normalità poco convincente, precaria, malamente simulata. E alzare la cornetta del telefono per raggiungere alcuni deputati inquieti e certi vecchi dirigenti preoccupati, uomini che furono di Bossi, in Lombardia, in Veneto, in Piemonte e in Emilia, significa consegnarsi a un viaggio lisergico tra guerre e guerriglie, invidie e sospetti, orizzonti diversi e forse incompatibili, timori e bisticci, tutta una congerie di eventi e di tensioni tra Matteo Salvini, Roberto Maroni, Luca Zaia e Roberto Calderoli, che spingono alcuni a ipotizzare, forse per il bene di tutti, il rinvio del congresso nazionale, quello che si dovrebbe tenere in primavera.

 

Mancano appena cinque mesi e Matteo Salvini si troverà costretto, per statuto, a lasciare la segreteria e accettare una pericolosa conta interna che per lui arriva nel momento di massima debolezza e di isolamento. Può permetterselo? Forse no. E possono permetterselo i suoi avversari non ancora dichiarati? Forse nemmeno, perché sia Maroni sia Zaia, i due unici leader spendibili, saranno ancora impegnati a governare Lombardia e Veneto, l'uno fino al 2018 e l'altro fino al 2019. "Siamo con il nostro capitano e lavoriamo per l'alternativa a Renzi", ripete Maroni, che a Salvini sorride, lo chiama "capitano", appunto, ma soltanto in pubblico: il suo è un fumogeno lanciato per occultare un potenziale disastro, è quasi un esorcismo.

 

In realtà tra Maroni e Salvini i rapporti politici e di forza sono tesi e complicati, sempre sottoposti al rischio del malinteso. E si sa che spesso è dai malintesi che nascono poi i conflitti aperti, in campo di battaglia. Ogni tanto, nei loro incontri, si guardano con fissità torbida e scrutatrice: per Maroni l’amicizia politica con Salvini è stata sin dall'inizio, sin dal momento in cui il più giovane Salvini è diventato segretario del partito, un istintivo accordo ordinato agli scopi dell’azione, della raccolta del consenso. Finché Salvini ha funzionato, Maroni e Zaia (e persino Calderoli, che pure ne parla malissimo) sono stati con lui, malgrado certe fanfaronate, malgrado i rapporti pericolosamente altalenanti con Berlusconi e Alfano, malgrado certe posizioni che a Maroni sono sempre suonate piuttosto strampalate, come la legalizzazione della prostituzione che si affiancava alla difesa del bambinello nel presepe. Ma Salvini funzionava, e tutto gli era perdonato. E d'altra parte dove trovare un altro capace di mettere su una piroetta sempre nuova e sempre diversa, una sparata sempre frizzante, una capriola sempre più temeraria, un funambolico esercizio, anche a rischio di apparire un po' strambo?

 

Ma ora le cose non vanno più così bene dal punto di vista della raccolta del consenso. Il segretario federale, il lepenista fan di Putin e di Trump, ha perso malamente le amministrative, anche a Milano, dove la Lega è stata quasi doppiata da Forza Italia. E l'idea della Lega nazionale, la lista "noi con Salvini", è naufragata miseramente, un disastro condensato nel risultato a Roma: 2,7 per cento. Così Salvini, a poco a poco, da risorsa che era, si trasforma in una potenziale grana. Tanto che persino il suo gruppo di sostenitori interni comincia a fare esercizio di critica, non solo il vecchio Giancarlo Giorgetti, ma pure Paolo Grimoldi, suo amico storico e coetaneo.

 

Se Maroni, che governa in Lombardia con il resto del centrodestra, e se Zaia, che governa anche lui il Veneto con il centrodestra unito, hanno finora accettato tutto da Salvini, affidandogli la gestione totale del partito, malgrado i problemi con gli alleati, nonostante le gaffes e i maremoti provocati dalle sue parole, era perché il ragazzo vinceva. Ma se non vice più? Salvini spara a zero su Stefano Parisi, l'uomo che Berlusconi ha designato nel ruolo di "gran federatore" del centrodestra. Maroni con Forza Italia invece ci governa e vuole continuare a farlo, e non solo in Lombardia, ma in prospettiva anche in Parlamento. Così mentre il giovane segretario pencola, allude a un'alleanza di estrema con Giorgia Meloni (che tuttavia sembra non avere la minima intenzione di assecondarlo), Maroni e Zaia guardano con cautela allo schema classico del centrodestra ventennale. Il congresso potrebbe essere una soluzione. Ma tutti loro avvertono anche il rischio che le tensioni finora a stento trattenute possano esplodere in una scissione. E allora forse è meglio aspettare. Ma fino a quando?

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