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L’armata del “Tutti Contro Renzi” è fuori dalle leggi dell’economia

La coalizione “brancaleone” è un fiasco già visto nel Tutti Contro Berlusconi. Un dibattere di economia diffusa e progetti “del territorio”, intesi come “no a tutto”, dalle privatizzazioni alla libertà d’impresa.

13 Giugno 2016 alle 06:15

L’armata del “Tutti Contro Renzi” è fuori dalle leggi dell’economia

Matteo Salvini (foto LaPresse)

La Santa Alleanza antirenziana che vorrebbe dare una spallatina ai ballottaggi, in attesa della spallata vera al referendum di ottobre, ha questo di singolare: schiera Matteo Salvini, la cui rappresentanza degli “animal spirits” veneto-lombardi declina nella scoperta che in Corea del nord c’è un “forte senso di comunità” – figuriamoci avesse visitato l’Urss di Stalin – a fianco dell’ideologia comunarda e inquisitoria dei Cinque stelle, con il centralismo non democratico ma coperto da fidejussione, e poi ancora del solito regresso fallimentare della sinistra-sinistra sempre in cerca del nuovo Tsipras.

 

La coalizione “brancaleone” del TCR (“Tutti Contro Renzi”) è un fiasco già visto nel Tutti Contro Berlusconi. In autunno si uniranno all’armée i giudici di Magistratura Democratica, la Fiom di Maurizio Landini, Fiorella Mannoia e Toni Servillo, essendo Eugenio Scalfari ancora indeciso. C’è una evidente mostruosità contestuale, ma ancora più insostenibili sono i propositi, diciamo così, programmatici. Nigel Farage, il gran bucaniere della Brexit, ha dichiarato che “con Beppe Grillo distruggeremo l’Unione europea”. Forse la Gran Bretagna può permetterselo, certo l’Italia no per quanto detestabile sia la burocrazia eurocentrica, e men che meno se lo possono permettere le aziende padane che esportano in Germania (ed evocavano il modello Baviera), e il sud sussidiato. Tra la Appendino, in ballottaggio a Torino, e la Raggi, in ballottaggio a Roma, è tutto un dibattere di economia diffusa e progetti “del territorio”, intesi come “no a tutto”, dalle privatizzazioni alla libertà d’impresa: rispunta perfino il movimento No Tav. E’ l’applicazione postuma della sciagurata “decrescita felice” declinata da Gianroberto Casaleggio, del complottismo grillino che spazia dal vaccino trivalente all’olio di palma, alla Cia, all’antisemitismo.

 

La Santa Alleanza del TCR non riconosce il debito locale, “opera dei vecchi partiti”, e anche rinegoziarlo in modo sostenibile sarebbe un cedimento, meglio magari una commissione d’inchiesta. E intanto i romani pagano. Proprio come Syriza in un paese che vale la Grecia al cubo. Comico o tragico che sia, il TCR si muove al di fuori delle leggi di gravità dell’economia e della società: tranne a Milano dove si parla di cose serie. Infatti lì i grillini non contano, e Salvini riduce la Lega alla metà della Forza Italia di oggi.

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