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Il Bilancio di Napoli svela cos’è il “recinto nazionale” di De Magistris (poveri noi)

Il pasticcio sul “reddito di cittadinanza” pagato dai più poveri con le addizionali Irpef e altre perle del DemA.

9 Agosto 2016 alle 10:26

Il Bilancio di Napoli svela cos’è il “recinto nazionale” di De Magistris (poveri noi)

Luigi De Magistris (foto LaPresse)

Roma. Il reddito di cittadinanza voleva farlo pagare a quelli che rasentano la soglia di povertà, visto che guadagnano ottocento euro al mese. E sono sempre loro a subire le conseguenze dei tagli – indiscriminati – per far quadrare i conti: niente asili, meno assistenza per gli anziani, ma via libera alla ristrutturazione dello stadio e disco verde alla cittadinanza onoraria per il palestinese antisionista militante (Bilal Kayed). E’ così che, secondo Luigi de Magistris, si può finalmente attuare la “ribellione delle comunità popolari e democratiche contro coloro che affamano i bisognosi e verso coloro che ingabbiano chi ha sete di giustizia”. Già, perché il sindaco di Napoli si è messo in mente che sarà lui, alle prossime politiche, a sfidare Matteo Renzi.

 

“Il modello che voglio esportare è quello della città-comunità”, ha spiegato. Lo schema è quello che ha provato a utilizzare all’ultima tornata: sfida frontale – da sinistra – al Pd, qualche volgarità, temi cari al Movimento 5 stelle, un amalgama indefinito di contestatori che vanno dai centri sociali occupati alle Famiglie arcobaleno, passando per Nino D’Angelo – neo presidente di un teatro cittadino – agli odiatori di Israele, con lui davanti, nel ruolo del Masaniello che se gli fai l’esame del sangue “al massimo” trovi “qualche bicchiere di Falanghina”. “L’idea è lanciare qualcosa che non è un partito, ma una proposta che non si colloca in un recinto tradizionale. Intanto rafforziamo l’associazione DemA. Penso a un soggetto che sappia parlare alle moltitudini…”, ha annunciato, senza troppi giri di parole, a Repubblica Napoli, qualche giorno fa.

 

Luigi De Magistris, detto “Gigino”, parla involuto e per metafore come il Nichi Vendola dei bei tempi. In compenso, non avendo grossi nemici “interni”, potendo campare con una maggioranza composta di liste-frattaglie che portano il suo nome (DeMa, Cittadini per Dema, la Città per De Magistris e cose così), se ne trova di volta in volta di immaginari: “Il modello del potere al popolo fa paura a tutti i poteri costituiti, che sono spaventati, remano contro e bloccano tutto quello che facciamo”. Cosa, non si capisce bene. “Sono diventato un bersaglio per le mie battaglie”, dice di se stesso. L’ex magistrato ha battuto due volte il Pd ritagliandosi uno spazio proprio a sinistra del Pd, portandosi dietro la sola Sinistra italiana e “mangiandosi” il Movimento 5 stelle, ma già da mesi si è calato nel ruolo dell’anti-premier, dell’uomo solo che sfida il “sistema” senza paura. “Qui non si è fatto vivo nessuno del governo, se hanno bisogno siamo qui. Anzi, prima o poi ci presentiamo noi da loro…”, ha spiegato “o’sindaco”, con aria di sfida, quando alle tre passate della notte tra venerdì e sabato la sua giunta è riuscita ad approvare il bilancio del capoluogo campano.

 

La maratona cominciata giovedì e terminata alle prime luci di sabato è servita a scongiurare il commissariamento, non ad evitare errori marchiani o prove di confusione amministrativa. Se il modello che De Magistris vuole “esportare” è quello riassunto nel bilancio di previsione del comune di Napoli, del valore di 475 milioni, l’Italia rischia di non avere molto futuro. Per finanziare – per ben 5 milioni di euro – il “reddito di cittadinanza” in favore dei napoletani che non lavorano e non hanno reddito, ha pensato di abbassare la soglia di esenzione dall’Irpef comunale da quindicimila a diecimila euro. A Milano, che non è la città più povera d’Italia, si è esenti fino a ventuno mila. L’addizionale comunale Irpef, oltretutto, è al massimo (0,8 per cento), quindi chi guadagna ottocento euro al mese si vedrà sottratto qualche centinaio di euro per finanziare – lui e non altri – il sussidio. Il resto è da libro dei sogni. La rimanente copertura economica per l’operazione che fu promessa in campagna elettorale arriverebbe dal presunto “recupero della evasione fiscale” in una città che già oggi ha la bellezza di tre miliardi di crediti inesigibili, che pure sono ancora conteggiati nel bilancio. In compenso il “sindaco di strada” che vuole scalare Palazzo Chigi taglia di cento milioni – in tre anni – gli investimenti per le politiche sociali, l’assistenza domiciliare e gli asili nido.

 

Di sviluppo poco: a bilancio del terzo comune italiano, la giunta “arancione” ha messo appena 6 mila euro per il disagio minorile, 25 mila euro per le start-up, 5 mila euro per le borse di studio destinate agli studenti delle scuole superiori, alla faccia dell’“ascensore sociale”. Il nuovo Masaniello che prepara lo sbarco nella Capitale, parla poco di Napoli e molto di sé, ne avrebbe pure fatta una giusta. Nel bilancio, infatti, sono previste “dismissioni” di patrimonio immobiliare per trenta milioni di euro in quattro mesi, i prossimi. Peccato che negli ultimi tre anni il municipio è riuscito ad alienare non più di una decina di immobili. Quando le opposizioni – e pure un pezzo della sua maggioranza – si son rivoltate contro la manovra, il sindaco ha tirato il freno a mano: “La manovra già a settembre sarà oggetto di alcune modifiche”, ha garantito, in jeans e scarpe da ginnastica.

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