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El vivo e lo acuto contro el maturo e il grave: Guicciardini recensore di Renzi

Sul referendum costituzionale, contro l'immobilismo, la vanità e l'inganno, alla fine potrebbero prevalere comunque l'utile e l'opportuno. Altrimenti ne pagheremo le conseguenze, come è successo agli inglesi con la Brexit.

2 Luglio 2016 alle 06:18

El vivo e lo acuto contro el maturo e il grave: Guicciardini recensore di Renzi

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Degli ingegni fiorentini, scriveva Francesco Guicciardini sulle orme di Francesco Petrarca (O ingenia magis acria quam matura), è “naturale proprietà avere più el vivo e lo acuto che el maturo ed el grave”. Chiaro che il grande storico cinquecentesco parlava di Renzi, tra gli altri, a futura chiarificazione delle cose. Dai tempi di Berlusconi, e anche in questo Renzi è un erede culturale, “el maturo ed el grave” in politica, ma anche nelle arti e nella retorica letteraria, è sinonimo non già o non più di gravitas, la virtù romana classica dell’oratoria e della decisione in una Repubblica bene ordinata, ma di immobilismo, vanità, birignao istituzionale, lingua di legno, inganno (D’Alema). Solo ciò che si presenta come vivo e acuto offre garanzie di evoluzione, per non usare la parola inquinata “cambiamento”. Solo ciò che sottrae qualcosa alla bolsaggine statolatrica o alla filastrocca dell’onestà-tà-tà è in grado di promettere qualcosa di utile e opportuno. 
 
 
Pare che Renzi ora sia o stia diventando impopolare. Qualche titolo forzato su Banca Etruria e su quelli che volevano il 14 per cento di interessi e sono rimasti fregati, capita; e poi la puttanata delle trivelle da strivellare, la stronzata di Mafia Capitale, contrastata da nessuno; un tanto di agitazione de sinistra, dentro il Pd il solito peccato di gola, e fuori dal Pd, la solita arroganza degli sconfitti, più la crisi di una destra che (Confalonieri a parte) non sa da dove ricominciare, con la spruzzatina finale di una piccola nomenclatura di impostori fascisteggianti che si ispirano a Rousseau, ma guarda, ecco la formula dell’impopolarità renziana. Un genietto di Twitter ha detto tutto in 140 caratteri (Gaetano Rossini): gli italiani adorano chi promette, sono spietati con chi mantiene le promesse e fa. Non c’è molto da aggiungere, se non che con quelli del Direttorio, con minuscole trame e raggiri della Sindaca e compagnia, con quella faccia alla Di Maio che sembra uscire traslucida e untuosa da una sceneggiata di ostentazione e truffa, con quell’ortolano in felpa da garagista che vuole la Brexit padana, con questi tipi e tipastri rischiamo alla fine di farci del male, anche senza accorgercene (a proposito: complimenti al giornale di Travaglio per i suoi reportage veritieri dall’interno del girone cazzaro-grillino). 
 
 
Sono preoccupato? Bè, non tanto. Penso che tutta questa solfa sia sopravvalutata, e che alla fine prevarrà una dignitosa capacità di vagliare il grano e separarlo dal loglio, mentre sondaggi e campagne d’opinione mediatico parossistiche sono fatti apposta per impedire di selezionare, sceverare argomenti, far funzionare la ragionevolezza. Però tutto può essere. E a quel punto, quando avremo votato contro una riforma costituzionale attesa da quarant’anni, quando avremo portato le faziosità incrociate al bel risultato di uccidere in culla il bambino, con tutta l’acqua sporca che resta lì, stagnante, quando avremo fatto trionfare la guerra alla tirannide renziana e alla globalizzazione di Marchionne, a quel punto ne pagheremo le conseguenze come capiterà agli inglesi che dopo la Brexit si sentono più liberi. Non me lo auguro, sono di carattere benigno. Ma siamo poi in tanti?

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