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Perché il Pd dovrebbe studiarsi la mappa del voto romano

"Abbiamo un problema", dice Renzi. Ecco i numeri che spiegano per bene quale sia. Uno studio sulle propensioni di voto alle amministrative nella Capitale illustra dove è mancato il Partito democratico

7 Giugno 2016 alle 12:17

Perché il Pd dovrebbe studiarsi la mappa del voto romano

Matteo Renzi e Roberto Giachetti (foto LaPresse)

Bisogna studiarlo, il voto romano, osservare chi ha votato chi, dove e perché. L’economista e sociologo Antonio Preiti lo ha fatto molto bene (è cresciuto a pane e Censis) e ci ha girato un paio di grafici interessanti. 1. Il Pd e Roberto Giachetti sono rimasti nel loro bacino tradizionale di voti. Errore grave nella strategia complessiva (anche nazionale) del Pd. E la prova sta nel fatto che Giachetti senza la lista civica sarebbe affondato e ha vinto proprio nei quartieri dove quella lista ha preso il venti per cento dei voti; 2. Virginia Raggi ha pescato dal bacino elettorale di tutti, non solo tra delusi, scontenti e chi non vota. Alla fine la Raggi ha messo in cassaforte i voti di tutti, senza steccati ideologici, -ismi anacronistici. Su questa strategia del Movimento 5 stelle il Pd dovrebbe fare una seria analisi e non rispondere in maniera sgangherata; 3. Giorgia Meloni ha preso il consenso degli elettori che scelsero Alemanno; 4. Alfio Marchini ha avuto (pochi) voti provenienti dallo stesso settore.

 

 

Gramsci raccomandava di “conoscere l’avversario”. I bisogni espressi degli elettori che cercano una risposta e votano (anche sbagliando) quella che sembra la migliore offerta. Come spiega Antonio Preiti: “Viene fuori un’immagine di Roma molto differenziata. Dove la società è salda (o relativamente salda) come nei due municipi centrali, sembra vincere la ratio di governo, dove il disagio è enorme vince la protesta. Lo abbiamo detto di recente con wikiroma il caos e lo spappolamento della città non è neutrale, perché punisce di più le persone che hanno meno mezzi, sia materiali che intellettuali: pensa che il 40 per cento di quanti non hanno titolo di studio vorrebbero fuggire da Roma, e lo stesso lo farebbe solo l’8,5 per cento dei laureati, nonostante che i due gruppi sociali non siano soddisfatti in eguale misura della città. I recinti politici non esistono più, perciò tutto è possibile e non c’è più una sola variante (l’ideologia, o i soldi, o l’organizzazione) a determinare i destini politici: è sempre un mix più ricco che si condensa intorno alla proposta politica che al momento sembra più importante. La politica è diventata il linguaggio del momento, un’appartenenza sempre da confermare e vince chi scava nelle emozioni. E’ "inside out": prendi un’emozione prevalente e primordiale e su quella ci costruisci una strategia politica. Finora era il contrario. Le cose non passano più dall’alto al basso, pedagogicamente, ma l’alto deve capire, interpretare, e rilanciare con una costruzione intellettuale di valore le aspirazioni che vengono dal basso”. Studiare. E poi (ri)fare la campagna elettorale. Ci sono i ballottaggi.

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