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La scomparsa di Campo de’ Fiori (e dei partiti) e la centralità di Ostia. Appunti dalla pazza campagna romana

La capitale che si appresta a eleggere il sindaco ha smarrito i luoghi simbolo della politica capitolina. E sono scomparsi pure i partiti: i cinque candidati principali fanno di tutto per nasconderli e mascherarne la presenza.

1 Giugno 2016 alle 14:54

La scomparsa di Campo de’ Fiori (e dei partiti) e la centralità di Ostia. Appunti dalla pazza campagna romana

Il candidato del M5s Virginia Raggi (foto LaPresse)

Roma. E’ scomparso prima di tutto il luogo, dalla campagna elettorale, ché a ogni elezione romana lì si finiva presto o tardi in comizio, in consulto o alla ricerca di sostenitori di un certo peso (culturale e artistico): si finiva nella Campo de’ Fiori ora disertata, snobbata e dimenticata da candidati, staff, beautiful e cittadini. Neanche una Serena Dandini, neanche una Sabrina Ferilli (figurarsi ora che vota Cinque stelle), neanche un Carlo Verdone critico con la sinistra e neanche un Matteo Garrone sono ora facilmente avvistabili ai tavoli di modello “piazza turistica di qualsiasi città del mondo”. Non si va più a Campo de’ Fiori, punto: non ci vanno i politici, non ci vanno gli intellettuali orfani della vineria Reggio (chiusa e sostituita da locali per cene che non sono del tutto cene e aperitivi che non sono del tutto aperitivi). Non ci vanno gli studenti (meglio Monti o Pigneto, eccezion fatta per gli americani in tour alcolico e sacchetto da friggitoria in mano), non ci vanno i cantanti (meglio Trastevere, come Renato Zero), non ci vanno i registi (meglio Esquilino, con Paolo Sorrentino). E se nella vicina Piazza Farnese andava ancora a fare comizi Marco Pannella, ora che Pannella è morto Campo de’ Fiori sembra trascinare anche Piazza Farnese nel suo destino di non-luogo della corsa elettorale.

 

E però, intanto, dalla campagna sono scomparsi pure i partiti, nel senso che i cinque candidati principali fanno di tutto per nasconderli e, nel tentativo impossibile di mascherarne la presenza, la candidata in teoria più anti-partito, la Virginia Raggi a cinque stelle, si ritrova con uno staff di parlamentari ed europarlamentari (e il vicepresidente della Camera e membro di direttorio grillino Luigi Di Maio, in tv, da Lucia Annunziata, ha impiegato infatti tutta la mezz’ora di “In mezz’ora” per cercare di cammuffare l’incamuffabile: che i Cinque stelle, come tutti, sono un partito, tanto più a Roma). Ma il partito (democratico) viene messo dietro le quinte anche nella campagna e nell’“antispot” (video) di Roberto Giachetti, che su sfondo di Gazometro prima recita l’incipit lirico di una “lettera d’amore alla città” e poi sbrocca per farsi “sindaco vero” che sta tutto il giorno “in mezzo alla ggente” (“slogan: “Di che stamo a parlà”). E però stasera Matteo Renzi, premier e segretario Pd, non potrà essere nascosto al pubblico dell’Auditorium Conciliazione, e anzi “intervisterà” il suo candidato.

 



 

Di partiti non vuol sentir parlare neppure Giorgia Meloni, tutta pragmatismo e periferie (non fosse che ogni tanto spunta  Matteo Salvini); di partiti parla malvolentieri Alfio Marchini (come nascondere Forza Italia?, è la domanda) e persino l’uomo che più degli altri ha il lessico e il physique da politica novecentesca (lo Stefano Fassina transfuga pd e candidato di Sinistra italiana con il sostegno di Sel). Ed è così che, in questi giorni, s’è prodotto lo strano caso dei “sottopancia” (descritto da Antonio Polito sul Corriere della Sera), proprio alla vigilia del confronto a cinque di ieri sera su Sky Tg24 (questo giornale è andato in stampa prima del fischio d’inizio), con la Raggi finalmente presente e regole di ingaggio certe e “all’americana”: countdown uguale per ogni candidato, un minuto e mezzo per le risposte, due possibilità di replica al massimo, voto del telespettatore in diretta e sui social (si capirà da che parte tira il vento?, era ieri l’interrogativo) e domanda incrociata stabilita dal sorteggio (Marchini a Raggi, Raggi a Meloni, Meloni a Fassina, Fassina a Giachetti, Giachetti a Marchini e Marchini di nuovo a Raggi). E però il “caso sottopancia” aveva creato scompiglio già nel weekend precedente (scrive Polito, parlando di “ricerca dell’identità elettorale”: “Cos’è la destra, cos’è la sinistra, si domandava stralunato Giorgio Gaber prima di lasciarci. Se lo sono chiesti l’altra sera anche alla redazione di Sky, quando è arrivato il momento di decidere che cosa scrivere nel sottopancia … Giachetti non voleva ‘Pd’ ma centrosinistra, Meloni allora voleva pure lei ‘centrodestra’, ma Marchini ha con sé mezzo centrodestra e dunque si è ribellato, e anche Fassina avrà obiettato che il ‘centrosinistra’ non è tale perché manca Sel. E allora la Raggi ha accusato gli altri di vergognarsi del nome del loro partito mentre lei può scrivere con orgoglio ‘M5s’, e a questo punto Giachetti le ha risposto che si dovrebbe aggiungere ‘Casaleggio Associati’, e alla fine Sky ha lasciato perdere: nei sottopancia non si scriverà niente, solo la sfilza di sigle e simboli…”).

 

Scomparsa imperfetta dei partiti, sì, ma innumerevoli “casi”: “caso sottopancia”, ma anche e soprattutto, tra gli altri, “caso Bertolaso”, dal nome dell’ex candidato del centrodestra moderato auto accantonatosi prima del vero e proprio accantonamento, e “caso Marino”, dal nome dell’ex sindaco che scrive libri di memoria&vendetta intitolati a se stesso (“Un Marziano a Roma”, ed. Feltrinelli), ma che ispira anche capitoli di altri libri, come “La difficile stagione della sinistra” (ed. Ponte Sisto), intervista di Carmine Fotia al deus ex machina di tutte le passate campagne romane Goffredo Bettini, con ampia discussione sul “chi ha scelto Marino e perché?”, presentato al Tempio di Adriano tra ex sindaci, ex ministri e attuali rappresentanti della sinistra pd ed extra pd – e se Francesco Rutelli dichiarava di voler votare Roberto Giachetti, possibile antidoto all’“antagonismo contro le elites”, Massimo Bray, ex ministro della Cultura di ascendenze dalemiane e uomo che tutto un piccolo mondo avrebbe voluto lanciare come candidato antirenziano, si lasciava andare a un j’accuse dotto e anti finanza su agenzie interinali, solitudini, vite precarie e società anonima. E però, ora che i comizi finali (a Cinque stelle) li officia l’attore Claudio Santamaria-Jeeg Robot in piazza del Popolo, l’élite si disperde in mille rivoli, e ci sono cultori di icone anni Ottanta pronti a recarsi venerdì in quel di Ostia, dove Alfio Marchini chiuderà la campagna elettorale con Silvio Berlusconi ma pure con Ivana Spagna, Pupo, Fausto Leali e Bobby Solo, apoteosi di vintage popolare che rende ancora più evidente il dato imprevisto della corsa al Campidoglio: la centralità di Ostia, complice il fantasma della “Mafia Capitale” e l’iconografia da film sul litorale tossico-abusato-disagiato (a partire da “Non essere cattivo” di Claudio Caligari). Tutte le strade portano a Ostia (dove i bagnini ancora non si vedono), e ieri, sul Corriere della Sera locale, Ostia emergeva addirittura come palestra e crocevia di carriere politiche trasversali: lì, infatti, hanno mosso primi passi comuni (nel centrosinistra) l’attuale “mandatario” di Virginia Raggi Andrea Mazzillo e l’attuale coordinatore della campagna di Alfio Marchini Alessandro Onorato (ex compagni di lista civica con assonanze veltroniane). E a Ostia anche Raggi (come tutti) si era recata, a inizio corsa, al grido di “onestà-onestà” e nell’evocativa via Orazio dello Sbirro. (Ma da lunedì, e fino al ballottaggio, dicono i candidati, tutto cambierà; e non si sa se è più una certezza o un’illusione).

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