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La nuova Confindustria sposa il metodo Marchionne

O produttività o morte. Sì alle riforme costituzionali. Agenda sulle tasse, priorità sull’Ires, endorsement indiretti al governo, attacco ai sindacati, discontinuità con Squinzi. Potente discorso del nuovo presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, nuovo alleato di Renzi.

26 Maggio 2016 alle 14:54

La nuova Confindustria sposa il metodo Marchionne

Assemblea di Confindustria (foto LaPresse)

Mercoledì Vincenzo Boccia è stato ufficialmente eletto presidente di Confindustria con l'87 per cento dei consensi. Oggi ha tenuto la sua prima relazione all'assemblea annuale della confederazione, ha annunciato gli obiettivi del suo mandato sottolineando come al paese serva un "capitalismo moderno fatto di mercato, di apertura ai capitali e di investimenti nell'industria e nel futuro".

 

Per il numero uno degli industriali dunque le riforme "sono la strada obbligata per liberare il paese dai veti delle minoranze e dai particolarismi, che hanno contribuito a soffocarlo nell'immobilismo". E in questo scenario Boccia ha ribadito come "Confindustria si batte fin dal 2010 per superare il bicameralismo perfetto e riformare il Titolo V della Costituzione. Con soddisfazione, oggi, vediamo che questo traguardo è a portata di mano”.

 


 

Qui il testo integrale del suo primo discorso all'assemblea generale:

 

 

Autorità, Signore e Signori, Cari Colleghi, grazie per essere qui oggi. Prendo la parola per la prima volta da Presidente di Confindustria. L’emozione è immensa, la responsabilità è altissima. Confindustria è la nostra Casa Comune, alla quale tutti noi dobbiamo una parte importante della nostra formazione e del nostro modo di essere cittadini e imprenditori. Il nostro saluto va al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Per noi la Sua presenza qui oggi ha un significato profondo. Siamo onorati di averLa nostro ospite e La ringraziamo di cuore per l’esempio che, con la Sua dedizione, il Suo rigore istituzionale e il Suo rispetto e la Sua considerazione verso tutte le componenti sociali, sta dando a noi tutti e al Paese intero. Giorgio, grazie per il lavoro di questi quattro anni. Per avere dimostrato che la rappresentanza associativa è una missione nobile e alta. E, al tempo stesso, per aver tenuto fede alla promessa che facesti all’inizio della Tua presidenza, dichiarando che saresti rimasto “uno di noi”. Così è stato. Sono certo che l’esempio che ci hai dato – in termini anche di sacrificio personale – lascerà un’impronta in tutti noi.  Un grazie affettuoso a mio padre. L’emozione più grande è vederti seduto in platea, davanti a me, e pensare da dove sei partito. A dimostrazione che la nostra Associazione è inclusiva e aperta. Qui da noi ciò che conta è il merito, la capacità di rappresentare gli interessi di tutte le imprese, la passione nel farlo. La visione di un futuro più grande, la voglia di realizzarlo. Guardando alle cose che ci accomunano e non a quelle che ci dividono. Tutti voi potete riconoscere nel collega, nell’amico che vi siede al fianco, il vostro entusiasmo, gli stessi sacrifici. Da questa comunanza di ideali e somiglianza di esperienze, ripartiamo. Ripartiamo insieme nel segno di Confindustria. Ripartiamo da quello che conosciamo meglio e che sappiamo fare meglio: la nostra industria. A tutti, e in particolare ai più giovani, dobbiamo raccontare l’identità industriale di questo Paese che, grazie alla vocazione al “fare” delle sue imprenditrici e dei suoi imprenditori, ha compiuto passi da gigante dal dopoguerra a oggi, accrescendo ricchezza, benessere e opportunità a tutti i cittadini. E che molti cambiamenti sta attraversando anche adesso. Con la crisi e per effetto della crisi. Per questo oggi cominciamo dalle nostre imprese: della manifattura, delle costruzioni, dei servizi, del turismo, della cultura. Imprese che hanno consentito all’Italia di diventare una delle sette grandi potenze economiche. Che hanno portato nel mondo la nostra creatività, il nostro saper fare, la nostra bellezza e la nostra conoscenza. Di tutto questo noi dobbiamo essere orgogliosi e – memori di quanto realizzato dai nostri padri – continuare instancabilmente a fare per conquistarci un futuro ancora più grande.

 

La nostra economia è senza dubbio ripartita. Ma non è in “ripresa”. È una risalita modesta, deludente, che non ci riporterà in tempi brevi ai livelli pre-recessione. Le conseguenze della doppia caduta della domanda e delle attività produttive sono ancora molto profonde. Per risalire la china dobbiamo attrezzarci al nuovo paradigma economico. Noi imprenditori dobbiamo costruire un capitalismo moderno fatto di mercato, di apertura ai capitali e di investimenti nell’industria del futuro. Non partiamo da zero, anzi. Il passaggio è già in atto. Però, non ovunque e con la stessa intensità. Ce lo dice la performance delle imprese, per analizzare la quale le medie di settore non hanno più significato: ci sono imprese che vanno benissimo e imprese che vanno malissimo. Avevamo notato questa tendenza già nei primi anni Duemila. Dal 2008 è esplosa.  Da un lato, abbiamo imprese e imprenditori che hanno colto tutte le opportunità e hanno superato la crisi. L’hanno superata perché hanno innovato. Hanno esportato. Perché hanno modernizzato la governance. Hanno superato la crisi perché hanno creduto nelle competenze dei propri collaboratori. Hanno aperto il capitale dell’impresa. All’estremo opposto, invece, ci sono imprese e imprenditori che non hanno innovato e non si sono modernizzati. Fra questi c’è chi non ha retto e ha chiuso. E c’è chi si difende puntando solo sui bassi prezzi, tagliando anche le voci di bilancio strategiche, come l’investimento in ricerca, sviluppo e innovazione. È una reazione di pura sopravvivenza, che nel mediolungo periodo conduce a un vicolo cieco. In mezzo gli altri, che sono la maggioranza e che sono a un bivio: possono agganciarsi al gruppo di testa, oppure scivolare in quello di coda. Come Confindustria, e come Paese, il nostro compito è fare sì che il maggior numero di loro imbocchi la strada giusta. Prima di chiedere agli altri, però, dobbiamo iniziare a indicare ciò che spetta a noi. Il nuovo contesto impone un salto culturale, un nuovo stile imprenditoriale. È una necessità di cui noi imprenditori per primi siamo consapevoli.

 

L’industria del futuro richiede dimensioni adeguate. Per questo dobbiamo crescere. Crescere deve diventare la nostra ossessione. Il nostro dovere, la nostra responsabilità verso il Paese. Ricordando a tutti, a partire da noi stessi, che “piccolo” non è bello in sé, ma è solo una fase della vita dell’impresa. Si nasce piccoli e poi si diventa grandi. Dobbiamo innovare i modelli di finanziamento e di governance. Il nostro obiettivo come imprenditori è raccogliere capitale adeguato ai piani di crescita industriale: più capitale di rischio, meno capitale di debito. Le imprese devono utilizzare strumenti finanziari alternativi e diventare meno “bancocentriche”. Tutte le imprese: grandi, medie, piccole. L’ingresso di un fondo di private equity nel nostro capitale è un’opportunità, non va guardato con timore. Abbiamo necessità di avere imprese eccellenti in ogni funzione aziendale. Non dobbiamo rimanere soggiogati dalla paura della perdita del controllo. D’altronde, le imprese somigliano un po’ ai nostri figli: se li amiamo davvero, dobbiamo lasciarli emancipare. Da parte nostra, come Confindustria, oltre a farci promotori instancabili di questo cambiamento, che è anzitutto “culturale”, studieremo proposte e azioni per favorirlo. Lavoreremo affinché al programma “Elite” di Borsa Italiana partecipi un numero molto più ampio di imprese, un numero che deve passare da poche centinaia a diverse migliaia.   Alle banche, però, vogliamo strappare una promessa. Quella di tornare dentro le imprese, a parlare con noi imprenditori. Nei nostri capannoni, non nei vostri uffici. Dovete vedere quello che produciamo, come lo produciamo e con quali persone. Venite a conoscere gli asset intangibili: per esempio, i rapporti con i clienti e i fornitori, il management, i brevetti, i marchi, la nostra reputazione, le relazioni con il territorio, le reti commerciali, i contratti di secondo livello che rilanciano la produttività. Sono elementi qualitativi che vanno valutati al pari delle voci quantitative del bilancio e voi dovete assumervi questo rischio e questa responsabilità. Diventiamo tutti esperti di futuro, non di passato. Crescere è anche un processo qualitativo, mai solo quantitativo. La globalizzazione e le nuove tecnologie digitali ci spingono a innovare prodotti e processi produttivi, organizzazione del lavoro e modo di stare sul mercato. Ci impongono di ripensare l’impresa. Le tecnologie digitali sono un fondamentale driver della crescita, la chiave per aumentare la nostra produttività e la nostra competitività. Oggi non riusciremmo a lavorare senza il nostro smartphone, senza Internet. Perché oggi lavorare è anzitutto comunicare, annullando distanze di luogo e di tempo. Usare i dati, diffondere l’Internet delle Cose. Tenendo sempre presente che l’intelligenza umana ha la marcia in più della creatività.

 

La quarta rivoluzione industriale è già realtà per alcuni di noi, domani dovrà essere quella di moltissimi. Alle nostre imprese, come Sistema associativo, dovremo assicurare un forte contributo in termini culturali e di formazione. È vitale elevare il price per value: i nostri prodotti hanno uno straordinario contenuto in termini di valore; dobbiamo imparare a farcelo riconoscere nel prezzo. È fondamentale puntare sulle filiere per trainare il sistema produttivo su più alti livelli di competitività, migliorando così la capacità di stare sui mercati globali. Dimensione qualitativa significa anche statura internazionale: portare i nostri prodotti e i nostri servizi nel mondo, intercettando quella classe media che nei nuovi mercati si allarga e apprezza sempre di più il “bello e ben fatto” italiano. Per questo importante obiettivo dobbiamo mettere insieme tutti gli attori, pubblici e privati, in un progetto strategico per accompagnare il Made in Italy all’estero, rafforzando i servizi di assicurazione e di finanziamento. Sull’internazionalizzazione molto è stato fatto, andiamo avanti in questa direzione. La variabile decisiva per le nostre imprese è la produttività. E nell’andamento della produttività c’è la causa della lenta crescita italiana.   Due numeri sono da tenere bene a mente: dal 2000 a oggi la produttività nell’intera economia è salita dell’1% in Italia, contro il 17% dei nostri maggiori partner europei. Nel manifatturiero i distacchi aumentano: +17% da noi, +33-34% in Germania e Spagna, +43% nel Regno Unito e +50% in Francia. Il nodo da sciogliere è qui. Siamo tutti chiamati in causa: la produttività, infatti, è il frutto delle azioni e dei comportamenti dell’intero Paese. Tutti, dunque, dobbiamo impegnarci allo spasimo per ristabilirne una tendenza adeguata alle nostre potenzialità e alle opportunità offerte dalle tecnologie e dai nuovi mercati. Su un punto, però, vogliamo subito fare chiarezza, per rispondere a chi sostiene che sia mancato lo stimolo dell’aumento del costo del lavoro a cercare maggiore efficienza e a innalzare il valore dei nostri prodotti. Al contrario, il costo del lavoro è aumentato più che in altre economie: nel manifatturiero, sempre dal 2000, è salito del 56% in Italia, rispetto al 58% di Francia e Spagna, il 55% del Regno Unito e il 36% della Germania. In base a questi numeri, dovremmo essere campioni di produttività. Consideriamo da sempre lo scambio “salario/produttività” una questione cruciale e crediamo che la contrattazione aziendale sia la sede dove realizzare questo scambio.

 

Gli aumenti retributivi devono corrispondere ad aumenti di produttività. Il Contratto Nazionale resta per definire le tutele fondamentali del lavoro e offrire una soluzione a chi non desidera affrontare il negoziato in azienda. Infatti, con i profitti al minimo storico, lo scambio “salario/produttività” è l’unico praticabile. Perciò serve una politica di detassazione e decontribuzione strutturali. Senza tetti di salario e di premio, con lo scopo di incentivare i lavoratori e le imprese più virtuosi. Le relazioni industriali devono contribuire in maniera decisiva alla crescita della ricchezza e del benessere delle imprese e delle persone. Devono diventare rapporti tra soggetti consapevoli che condividono gli obiettivi di sviluppo aziendale. Non vogliamo giocare al ribasso: vogliamo una più alta produttività per pagare più alti salari. Abbiamo messo in moto il cambiamento nella contrattazione con gli accordi interconfederali degli anni passati: questi devono costituire la base per andare oltre. Per questo motivo, avevamo chiesto ai sindacati di riscrivere insieme le regole della contrattazione collettiva. Vi erano tutte le condizioni per farlo e favorire così un processo di decentramento della contrattazione, moderno e ordinato, come sta accadendo in Europa.

 

A malincuore, abbiamo accettato la decisione delle organizzazioni sindacali di arrestare questo processo per dare precedenza ai rinnovi dei contratti collettivi nazionali nel quadro delle vecchie regole, lasciando così ai singoli settori il gravoso compito di provare a inserire elementi di innovazione. Adesso non si può interferire con i rinnovi aperti. Quando riprenderemo il confronto, avremo come bussola lo scambio “salario/produttività” e sarebbe opportuno che le nuove regole fossero scritte dalle Parti Sociali e non dal legislatore. Vi sono, però, questioni altrettanto importanti sulle quali possiamo e dobbiamo confrontarci da subito. Due ci sembrano prevalere sulle altre. La bassa crescita e le trasformazioni del tessuto produttivo determinano disallineamenti tra domanda e offerta di lavoro, livelli di disoccupazione giovanile tragicamente elevati, carriere lavorative e percorsi professionali frammentati. È necessario far funzionare al meglio le politiche attive. Non basta prevedere risorse, bisogna mettere in funzione un sistema che l’Italia non ha mai avuto. Il funzionamento efficace di questo sistema richiede un interesse fattivo e creatività delle parti sociali.

 

Su questo noi possiamo e dobbiamo dare un contributo concreto, anche attraverso i fondi interprofessionali. Vi è poi la grande sfida dell’invecchiamento attivo. Per gestire le trasformazioni aziendali vanno pensati nuovi equilibri e nuovi strumenti. Dobbiamo costruire la stagione della collaborazione per la competitività, sapendo che, ogni volta che non riusciremo a comprendere le ragioni dell’altro e a interpretare il futuro, sarà un fallimento di tutti: nostro, dei sindacati e del Paese. Siamo fermamente convinti che le risorse umane siano il fattore vincente delle nostre imprese. Per questo al centro di tutto ci sono le persone. Per guidare bene un’impresa, il lavoro di squadra e la capacità di valorizzare i collaboratori contano molto di più della semplice attitudine al rischio. La volontà di guardare al valore delle persone, dunque, è già presente. Dobbiamo farne un impegno costante e ancora più condiviso. I mutamenti sociali degli ultimi decenni sono evidenti a tutti: gli italiani sono sempre più anziani, i nuclei familiari più fragili, le esigenze di salute in aumento. Conciliare lavoro e vita privata è puro equilibrismo. Come sanno le colleghe imprenditrici sedute qui in sala, che lavorano e accudiscono i figli, tenendo le redini di casa e azienda. Spesso, sono più capaci di riconoscere nei collaboratori la loro stessa fatica e di intuirne le esigenze. Alla luce di questi cambiamenti sociali, e consapevoli che lo Stato andrà via via restringendo il proprio raggio di azione nelle politiche sociali, il welfare aziendale rappresenta per noi una grande sfida. L’abbiamo già fatta nostra. Su questa strada dobbiamo proseguire.

Viviamo tempi difficili, con un quadro mondiale caratterizzato da incertezza e instabilità senza precedenti. Il terrorismo internazionale e le forti ondate migratorie sono ormai caratteristiche permanenti della nostra epoca. L’aumento delle disuguaglianze dentro i paesi avanzati è una delle cause ultime della crisi. La crescita globale non si consolida. Il Fondo Monetario Internazionale ha da poco abbassato ulteriormente le proprie stime. Gli esperti parlano di “stagnazione secolare”. È una diagnosi che riporta indietro le lancette dell’orologio a un’era che non vogliamo rivivere: gli anni Trenta e il mondo aveva davanti a sé scenari tetri. Lo stallo non è soltanto economico, è anche politico. Soprattutto politico. L’Europa sembra scricchiolare. Il prossimo 23 giugno il Regno Unito sceglierà se restare o meno all’interno dell’Unione europea. Se decidesse di no, sarebbe il primo paese a lasciare. Le conseguenze di questa scelta sono difficilmente immaginabili. In caso di “Brexit” a essere indebolita sarebbe la credibilità stessa del progetto europeo. Da quel momento in poi, ciascuno Stato potrebbe decidere di sfilarsi, se non ritenesse esaudite le proprie richieste. Un effetto domino da scongiurare. Oggi l’Europa ci appare fredda, astratta, capace soltanto di imporre sacrifici e rigore. Non era così meno di 25 anni fa. L’età di molti dei nostri figli.

 

Nel 1992 Jacques Delors lavorava per far nascere il Mercato Unico e al Parlamento europeo affermava: “La nostra ambizione è sempre stata una società più accessibile per tutti. È con questo obiettivo che l’Europa rimarrà fedele al suo modello di società, alla sua tradizione di apertura e di generosità”. Quella era l’Europa per la quale ci siamo battuti. E quell’Europa esiste ancora. A ricordarcelo sono i migranti che, a centinaia di migliaia, fuggono dalle guerre e dalla miseria. Ai loro occhi l’Europa possiede quei valori che noi abbiamo dimenticato: stabilità, benessere, pace. La loro sofferenza risveglia in noi la memoria storica, che abbiamo smarrito nel corso delle generazioni. Papa Francesco, il Papa venuto da lontano, pochi giorni fa ha detto: “Sogno un’Europa in cui essere migrante non sia un delitto, bensì un invito a un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano”. La libera circolazione è, anzitutto, delle persone. Schengen è una conquista di civiltà, rinunciarvi sarebbe imperdonabile. Dobbiamo, dunque, opporci con tutte le nostre forze alla costruzione di muri, che siano fatti di filo spinato o di posti di blocco, che siano fra la Serbia e l’Ungheria oppure fra l’Austria e l’Italia. Chiudere il Brennero è come bloccare un’arteria: causerebbe un infarto. Ricordando che, poco meno di trent’anni fa, noi in Europa i muri li abbattevamo!   In questo contesto va riconosciuto a noi italiani il merito di avere difeso e messo in pratica quell’ideale di Europa nel quale fino a oggi siamo cresciuti. Per questo ideale lavorano ogni giorno tanti nostri concittadini, civili e militari. Per affrontare la migrazione delle popolazioni al di là dei suoi confini, l’Europa deve proporre soluzioni mature. Senza scambi al ribasso, ma con il dialogo internazionale, occorre avere il coraggio di rileggere la storia degli ultimi quindici anni. Non possiamo far soccombere il progetto europeo sotto i colpi di nazionalismi pericolosi e irresponsabili populismi. Abbiamo il dovere di chiederci che cosa abbia resuscitato spinte disgregatrici che pensavamo del tutto sepolte con la fine del Novecento. Perché, dunque, gli europei hanno smesso di credere in quell’ideale che – solo pochi anni fa e da nord a sud – ha sostenuto la costruzione del progetto dell’Unione? Molte sono le risposte possibili, una può riassumerle tutte. È mancata la capacità di decisioni coraggiose che affrontassero il principale dei problemi dei cittadini: la crescita. L’attuale governance politica si è rivelata fallimentare. Il metodo intergovernativo ha mostrato tutti i suoi limiti. Il Consiglio europeo è diventato il teatro della rivalità fra i governi nazionali.

 

Occorre recuperare il metodo comunitario della sovranità condivisa, per tornare a un’Europa fedele al suo motto: “Unita nella diversità”. Un’Europa il cui compito è di mediare, educare alla tolleranza, promuovere crescita economica e sviluppo sociale. Un’Europa che è riuscita, pur con tante carenze, a realizzare un equilibrio di civiltà diverse, a coniugare libertà e autorità, economia di mercato e benessere sociale. Tocca a noi unire memoria e futuro per costruire quello che ancora non c’è. Lasciare da parte le nostre paure per realizzare un’Europa coraggiosa, visionaria, che non costruisce barriere, ma opportunità per i propri cittadini. Un’Europa della crescita, capace di mettere come priorità lo sviluppo della propria industria. Un’Europa consapevole delle sue potenzialità: il mercato più ricco del mondo con un debito aggregato minore di quello degli Stati Uniti d’America. La Banca Centrale Europea sta facendo tutto quello che è in suo potere e nel suo mandato per riattivare il circolo virtuoso dell’economia. Da sola non può riuscirci: servono anche i pilastri delle riforme e di politiche di bilancio coordinate, puntando all’unione fiscale. Allo stesso tempo, servono sistemi di condivisione dei rischi per eliminare una volta per tutte i timori di nuove crisi bancarie o dei debiti sovrani. Senza questi sistemi, scoraggeremo gli investitori.   Molte e complesse, dunque, sono le azioni da intraprendere in seno all’Europa e in questo processo l’Italia deve poter giocare un ruolo all’altezza della sua storia e dell’Europa che sogniamo. Questo ci obbliga a essere responsabili e a proseguire con forza sulla strada delle riforme. Perché non può esistere un capitalismo moderno senza una democrazia moderna, senza Istituzioni moderne. Solo così possiamo tornare a essere un Paese autorevole, capace di dialogare alla pari con gli altri. A Bruxelles come in ogni sede istituzionale. Per noi le riforme non hanno un nome, ma un oggetto. Non conta chi le fa, ma come sono fatte. E se noi le condividiamo, le sosteniamo. Le riforme non sono patrimonio dei partiti, ma di tutti i cittadini. E quindi anche nostro. Appartengono alla nostra storia di Confindustria fin dagli anni Novanta. Le riforme sono la strada obbligata per liberare il Paese dai veti delle minoranze e dai particolarismi, che hanno contribuito a soffocarlo nell’immobilismo. Le riforme possono inaugurare una grande stagione della responsabilità, nella quale chi governa sceglie e prende decisioni e il consenso si misura sui risultati. Confindustria si batte fin dal 2010 per superare il bicameralismo perfetto e riformare il Titolo V della Costituzione. Con soddisfazione, oggi, vediamo che questo traguardo è a portata di mano.

 

La nostra posizione e le conseguenti azioni sul referendum verranno decise nel Consiglio Generale convocato per il 23 giugno. Una democrazia moderna prevede che chi si oppone a una riforma, a un governo o a una misura avanzi proposte alternative subito praticabili e non usi l’opposizione solo per temporeggiare. Noi vogliamo partecipare alla vita del Paese con idee e proposte, vogliamo sentirci parte di una grande comunità, con senso civico e rispetto della cosa pubblica. Vogliamo che fin dalle scuole si insegnino, con l’educazione civica, il valore del fare, i principi dell’economia, il ruolo dell’impresa e dell’industria. Vogliamo combattere il senso di ansietà e di assuefazione, contribuendo a rilanciare il Paese. Non è soltanto un nostro diritto. È un nostro dovere. Vogliamo essere ponte tra gli interessi delle imprese e del Paese, cantiere di policy e proposte per la crescita dell’Italia e dell’Europa. Osserviamo un’Italia costituita da mondi che spesso non si parlano, mentre noi vogliamo che comincino a dialogare. Vogliamo che non ci sia più contrapposizione tra Istituzioni e imprese; che la cultura dello sviluppo economico contamini l’amministrazione pubblica, la giustizia; che le decisioni e le scelte avvengano sulla base della reciproca conoscenza; che l’esercizio del diritto non sia più un’impresa. Per noi questo vuol dire un Paese moderno. Un Paese civile. Per realizzarlo occorre cambiare. 

 

 Molto è stato fatto, a cominciare dal mercato del lavoro, dal fisco, dalla scuola, dalla Pubblica Amministrazione. Molti di questi interventi richiedono o richiederanno aggiustamenti. Ma – soprattutto – le nuove leggi devono diventare comportamenti, per ottenere i quali serve coerente e perseverante applicazione. Il tempo è cruciale. È uno dei principali fattori di competitività. Quanto tempo passa dall’emanazione di una legge alla sua applicazione? Quanti giorni, settimane, mesi, anni separano gli annunci sulla stampa dai cambiamenti concreti nelle file allo sportello? Abbiamo sprecato troppe occasioni di investimento per questa anomalia tutta italiana. La zavorra di norme e regolamenti resta assurdamente pesante. Accanto a quelle nazionali, si affastellano le regole promosse dai diversi livelli di governo locale. E c’è anche un problema di qualità delle norme: applicarle è spesso impossibile e gli uffici pubblici tendono a non assumersi responsabilità per non incorrere in sanzioni. Tutto ciò allunga i tempi per assegnare un appalto o rilasciare un permesso. Per questo occorre un diverso modello di legislazione e di Pubblica Amministrazione, in grado non soltanto di autorizzare o vietare, ma anche di accompagnare, monitorare e promuovere la crescita. Anche qui noi reclamiamo responsabilità e coraggio di fare scelte. Le dobbiamo fare noi come imprenditori, le deve fare chi ci governa, le deve fare chi ci amministra.

 

C’è una sfida che non vorremmo dover combattere, ma che ci vede da anni impegnati in prima linea. Qualche settimana fa in Sicilia è stata bruciata una casa. Non una casa qualsiasi. Era quella del sindaco di Licata, Angelo Cambiano. Un giovane sindaco che sta applicando l’ordine della Procura di Agrigento di abbattere le villette che da decenni occupano abusivamente il litorale. Purtroppo non è un episodio isolato. Molti rappresentanti delle istituzioni ogni giorno toccano con mano il disprezzo per le leggi dello Stato e sono costretti a lottare, spesso da soli, contro la mancanza di qualsiasi senso civico e di rispetto per il bene comune. A loro va la nostra piena solidarietà. L’illegalità va punita. E prima che nelle aule dei tribunali va punita socialmente. Dobbiamo isolare chi viola il patto sociale, frena il progresso economico oltre che civile del Paese, fa concorrenza sleale, scoraggia l’accumulazione di capitale umano e peggiora la qualità delle istituzioni. L’illegalità si estirpa con Istituzioni che funzionano, non con nuove norme. E le Istituzioni, a partire dalla giustizia, funzionano quando producono decisioni che non sono soltanto ineccepibili nella forma, ma si calano correttamente nel contesto. Ciò significa conoscere quel contesto, adattare la legge al caso concreto, sapere esercitare la giusta discrezionalità e cogliere le ricadute economiche di quelle decisioni. L’illegalità si estirpa quando il mercato è libero. Non quando il mercato è del più forte o del più furbo. Su questo occorre uno slancio. I progressi in materia sono limitati. La legge sulla concorrenza, lungi dal diventare un esercizio annuale, è ancora in discussione in Parlamento, sicché diverse aree dell’attività economica presentano barriere ingiustificate: trasporto pubblico locale, sanità, commercio, concessioni, professioni. Nel segno della legalità è indispensabile il severo contrasto all’evasione. Che non sia, però, far pagare il conto ai soliti noti, bensì cambiare approccio nel rapporto tra fisco e contribuenti, sul quale molto e bene ha inciso la delega fiscale, che adesso deve tradursi in coerenti atteggiamenti dell’Agenzia delle Entrate.

 

Dobbiamo rilanciare l’Italia valorizzando le nostre capacità di seconda potenza manifatturiera europea, di sesta nazione esportatrice per valore aggiunto. Questa scelta ha un solo nome: politica industriale. Una politica industriale fatta di grandi obiettivi, di “stelle polari”e finalizzata a creare le condizioni per un’industria innovativa, sostenibile e interconnessa. Un’industria capace di incorporare i risultati degli straordinari progressi scientifici all’interno di nuovi prodotti e servizi. Capace di trasformare i vincoli ambientali in opportunità. Capace di sfruttare appieno lo straordinario potenziale di sviluppo legato alle tecnologie digitali. Una politica industriale che gli altri paesi si sono già dati. L’Italia no. La nostra idea è semplice: attenzione ai fattori strutturali della competizione con uno sguardo sul medio-lungo termine, chiarezza nelle priorità, centralità dell’innovazione, valorizzazione del ruolo dell’impresa, uso convergente di tutte le leve dell’intervento pubblico. Le sfide sono globali, le strategie sono europee e gli interventi sui territori vanno resi coerenti. In questo contesto, dobbiamo parlare della questione energetica. Il problema dell’energia va affrontato in primo luogo a livello europeo mettendo al centro dell’azione di governo le esigenze del sistema produttivo italiano. Gli orientamenti in atto sulle politiche energetiche europee non sempre valorizzano il potenziale del nostro Paese, in termini di posizionamento geopolitico e di tutela dei settori manifatturieri. Occorre cambiare rotta, ribadendo l’ambizione dell’Italia di diventare hub internazionale del gas e creando un quadro di regole per il mercato elettrico non distorsivo per gli stati membri. Sul piano nazionale, in coerenza con gli accordi di Parigi sul clima e con gli impegni europei di sostenibilità, dobbiamo lavorare a un progetto per l’efficienza energetica. Nell’interesse di tutti e senza contrapposizione ideologica tra fornitori e utilizzatori di energia.   Nel segno dell’efficienza energetica riqualifichiamo gli edifici pubblici e le abitazioni civili, mettendo in piedi un programma nazionale. Si può partire dalle periferie, che Renzo Piano qualche giorno fa ha chiamato “fabbriche di desideri”. Siamo d’accordo con lui quando dice che, se la missione del secolo scorso è stata di salvare i centri storici, quella di questo secolo è salvare le periferie. Vanno rilanciati i progetti infrastrutturali. Le infrastrutture sono la base per lo sviluppo. Strade, ferrovie, porti, aeroporti: l’economia di un paese progredisce attraverso le sue vie di comunicazione. Gli ottomila chilometri di costa ci impongono di parlare di economia del mare. Il piano strategico della portualità e della logistica è un progresso in termini di razionalizzazione ed efficienza, ma è criticabile sul piano della governance. Bisogna rendere i nostri porti realmente competitivi e in grado di intercettare i nuovi traffici che transiteranno dal raddoppiato Canale di Suez, accogliendo navi sempre più grandi. La carenza infrastrutturale penalizza in particolare il Mezzogiorno. All’estero ci chiedono spesso come sia possibile che oltre 150 anni di storia unitaria non siano bastati a risolvere la questione meridionale. Rispondere è imbarazzante.

 

La verità è che al Sud non servono politiche straordinarie. Servono politiche più intense ma uguali a quelle necessarie al resto del Paese. Sfruttando con intelligenza e pienamente i fondi strutturali europei, come un volano attorno al quale far ripartire gli investimenti pubblici e privati, come ci ha chiesto nei giorni scorsi la Commissione europea accordandoci la flessibilità. Grazie a queste risorse, potremo dare vita al Sud a uno straordinario laboratorio di sperimentazione, nel quale gli investimenti privati e pubblici concorrono a ridurre gli storici divari. In generale, nella gestione del bilancio pubblico, non chiediamo scambi, né favori, ma chiediamo politiche per migliorare i fattori di competitività. Proponiamo un programma certo, da realizzare in quattro anni. Certezza e stabilità sono fondamentali per creare aspettative positive. In primo luogo pensiamo alla ricomposizione delle voci di spesa e di entrata. Manovre di qualità. Politiche a saldo zero, ma non a costo zero. Senza creare nuovo deficit. Chiediamo di spostare il carico fiscale, alleggerendo quello sul lavoro e sulle imprese e aumentando quello sulle cose. Le risorse derivanti dalla revisione delle “tax-expenditures” e dalla diminuzione   dell’evasione devono andare all’abbattimento delle aliquote fiscali. Perciò l’evasione va monitorata attentamente. La competizione tra paesi si gioca anche sul fisco. Per questo è ottima la riduzione dell’IRES al 24% a partire dal 2017. Che però non basta. Ricordiamo che l’Italia ha la non invidiabile anomalia dell’elevata imposizione locale sui fattori di produzione. Un’imposizione che da noi, al contrario degli altri paesi, è deducibile solo in minima parte. Pensiamo anche a misure a favore degli incapienti e dei poveri perché vogliamo una società coesa e inclusiva. Non è soltanto una questione di equità, ma anche di efficienza economica: se condotta con adeguati strumenti, la lotta alla povertà aumenterebbe infatti il capitale umano e innalzerebbe i consumi. Apprezziamo a questo proposito il piano nazionale previsto dalla legge delega per il suo approccio organico e universalistico. Adesso applichiamolo, razionalizzando gli strumenti esistenti. In questo quadro ci vuole una politica fiscale a sostegno degli investimenti, a partire da quelli in ricerca e sviluppo. Il credito d’imposta previsto dal Governo va potenziato superando la logica incrementale. Quest’ultima, infatti, penalizza le imprese che hanno sempre puntato su questo fattore chiave per la competitività e la crescita e che oggi trainano il Made in Italy.

 

In generale, chiediamo di sostenere gli investimenti con politiche di lunga durata. Il superammortamento, ad esempio, sta funzionando. Bene: rinnoviamolo. Da parte nostra siamo pienamente coscienti del vincolo stringente del debito pubblico. E del fatto che non è con il debito che si costruisce una crescita duratura. La nostra storia ce lo ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio. Ma nemmeno vanno bene politiche di austerità che assomigliano a un accanimento terapeutico. Se oggi la politica di bilancio in tutta Europa non

è più restrittiva, lo si deve all’azione dei governi italiani, soprattutto di quello in carica. Voci autorevoli hanno suggerito al Governo di ignorare ogni vincolo e di ridurre le imposte, anche in modo consistente, con la legge di stabilità del 2017. Pensiamo che qualsiasi azione in aperta violazione delle regole comunitarie verrebbe sanzionata dai mercati, prima ancora che dall’Europa. Non è ciò di cui abbiamo bisogno. In ogni caso il consenso europeo a misure di sostegno della domanda va guadagnato, dimostrando maggiore impegno nelle riforme strutturali, a partire da una decisa e accurata riduzione della spesa pubblica.  Bruno Munari è stato il più eclettico artista-designer italiano. Diceva: “Complicare è facile, semplificare è difficile”. E aggiungeva che “la semplificazione è il segno dell’intelligenza”. Ecco, noi dobbiamo sforzarci di essere “intelligenti” nell’aggiustare, pezzo dopo pezzo, la nostra spesa pubblica. Va riconosciuto al Governo di averne avviato il contenimento, ma noi pensiamo che ancora molto vada fatto. La spending review non è solo un meccanismo di risparmio finanziario, ma è anche una potente leva per cambiare la mentalità e il modo di operare della Pubblica Amministrazione, verso una maggiore efficienza e una maggiore responsabilità. Anche gli sprechi tolgono risorse e potenzialità allo sviluppo. Chi spreca risorse pubbliche commette un furto.

Una società coesa e inclusiva si costruisce offrendo una risposta al tema dell’immigrazione. A questo proposito vorrei ricordare che, senza i cittadini provenienti da altre nazioni, l’Italia si fermerebbe. Per questo motivo il loro ruolo va pienamente riconosciuto e dobbiamo trasformare l’emergenza dei biblici flussi migratori in un’occasione storica di sviluppo sociale ed economico. Noi imprese siamo pronte a fare la nostra parte. Così come una parte importante spetta alla scuola, un preziosissimo canale di integrazione. Bambini di diversi paesi che crescono insieme saranno adulti più consapevoli, meno permeabili alla discriminazione e al razzismo. Da anni, ormai, la scuola svolge questo ruolo spontaneamente e con risultati lusinghieri, ma è necessaria una maggiore attenzione politica. Con risorse adeguate e diffondendo le migliori pratiche. Alla base abbiamo una solida convinzione: il merito è un valore fondante del sistema educativo. E questo stesso valore dovrebbe guidare il cambiamento nell’università, ancora troppo centralizzata e soggetta a logiche di spartizione nella distribuzione delle risorse. Il sistema educativo è cruciale per il Paese per avere cittadini migliori. È cruciale per i lavoratori perché saranno più competenti e capaci di affrontare le sfide tecnologiche del futuro, a vantaggio loro e delle imprese. Saremo lavoratori e cittadini migliori se diventiamo consapevoli di cosa sia il nostro Paese e di quale privilegio abbiamo noi tutti nel vivere in una terra dalla bellezza unica. Bella nel suo paesaggio, storico e naturale. Bella nei suoi prodotti e nel suo stile di vita. Secoli di storia hanno plasmato una bellezza diffusa, che è la vera ricchezza dell’Italia. Questo patrimonio noi lo abbiamo ricevuto in prestito e lo dobbiamo restituire. Migliorato, non impoverito.  Imprese e cultura sono molto più vicine di quanto si creda. Presidente Mattarella, facciamo nostre le Sue parole quando afferma che “ogni investimento per la cultura è speso anche ai fini della crescita del nostro Paese”. Anche noi imprenditori crediamo che la cultura sia motore di sviluppo. Umano ed economico. La cultura emoziona ed esalta l’esperienza della vita, la cultura accende il fuoco dell’industria creativa. Le nostre imprese sono alfieri di qualità e di bellezza nel mondo. Il nostro Paese suscita ovunque un sentimento di amore. Ci attrezzeremo per accogliere i visitatori da tutto il mondo con un’offerta all’altezza delle aspettative, che unisca servizi e prodotti, facendo leva sul marketing e i marchi e su quel Brand Italia dall’enorme potenziale. La nostra industria del turismo può essere volano e moltiplicatore di sviluppo. Amici, Colleghi, noi crediamo nel Paese e negli imprenditori. E siamo orgogliosi di esserlo. Confindustria è la nostra casa, ricca di vita e di idee. Ringrazio tutti e, in particolare, i colleghi che ricoprono cariche associative. Conosco la vostra fatica e ammiro la vostra dedizione. Fare il presidente di una associazione territoriale o di una categoria richiede tempo ed energia. Lo facciamo perché abbiamo la volontà di restituire alla comunità, imprenditoriale ma non solo, la nostra esperienza umana e professionale. Lo facciamo perché da quella comunità sappiamo di potere imparare ancora moltissimo.

Crediamo che Confindustria rappresenti un bene comune per l’intero Paese. E sappiamo di poter fare molto per l’Italia e per il cambiamento. Lavoreremo senza preconcetti e senza pregiudizi, consapevoli che le nostre proposte potrebbero essere migliorate. Aspetteremo le alternative, affronteremo le critiche, ma esigeremo il confronto perché il confronto è l’anima della democrazia, dentro e fuori da noi. Come dice George Bernard Shaw: “L’immaginazione è l’inizio della creazione. Le persone immaginano quello che desiderano, poi vogliono quello che immaginano e alla fine creano quello che vogliono”. Noi immaginiamo e desideriamo un’Europa più unita e un’Italia migliore. E contribuiremo a creare quello che vogliamo.

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