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Dopo il flop sulle trivelle la minoranza pd è sempre più divisa

La minoranza del Partito democratico sperava che il referendum andasse meglio. E ora i bersaniani si interrogano su quali possono essere le loro prossime mosse per uscire dall'angolo in cui si sono infilati.

18 Aprile 2016 alle 13:30

Dopo il flop sulle trivelle la minoranza pd è sempre più divisa

Gianni Cuperlo con Pier Luigi Bersani (foto LaPresse)

La minoranza del Partito democratico sperava che il referendum andasse meglio. Certo, nessuno, nonostante i proclami ai giornali e alle televisioni, si era sognato neanche lontanamente che fosse possibile raggiungere il quorum. Ma un onesto 35 per cento sì. Invece niente da fare. E ora i bersaniani si interrogano su quali possono essere le loro prossime mosse per uscire dall'angolo in cui si sono infilati.

 

La domanda che si pongono è essenzialmente questa: conviene ora, dopo questo risultato, arrivare a una rottura con Matteo Renzi sfilandosi dalla campagna referendaria per il disegno di legge Boschi e votando contro quel provvedimento? I presupposti per arrivare a questo punto sono già stato messo in atto. La minoranza infatti chiede che l'Italicum venga ritoccato: è questa la condizione posta nero su bianco in un documento per votare la riforma costituzionale. E siccome Matteo Renzi ha già rifiutato questa proposta, in teoria i bersaniani potrebbero rompere.

 

In teoria, però, per l'appunto. Perché dopo la non eccellente prova referendaria sulle trivelle, ci si interroga sull'opportunità di arrivare o meno a una rottura che rischia di essere insanabile. E’ vero che il presidente del Consiglio ha fatto sapere che non espellerà nessuno, però a tutti i bersaniani è chiaro che se chi vota no in modo ufficiale dovrà trarne poi le conseguenze. Una parte della minoranza (si veda Miguel Gotor) tifa per andare avanti comunque, anche se le possibilità di vittoria sono scarse.

 

Il ragionamento (prosaico) che sta dietro una simile presa di posizione è questo: comunque Renzi non ci metterà mai in lista alle prossime elezioni politiche e allora tanto vale andare fino in fondo. Ma c'è anche chi, come Gianni Cuperlo, che pure nell'ultima riunione di Direzione ha fatto l'intervento più duro nei confronti del segretario, ritiene che sarebbe bene riflettere su un gesto talmente dirompente che creerebbe una frattura non più sanabile. Appare quindi altamente probabile che la minoranza del Partito democratico si presenti divisa all'appuntamento con il referendum di ottobre.

 

E’ un'eventualità, questa, che certo non può dispiacere a Matteo Renzi. Il quale, anzi, sfiderà la minoranza interna: voglio vedere chi ha il coraggio di fare campagna per il No dopo che ha votato sì. E, soprattutto, dopo che il referendum sulle trivelle è andato come è andato.

 

La sfida di Renzi riguarda i leader dell'ala bersaniana del Partito democratico e non certo gli elettori di sinistra. Già, perché il premier vuole allargare al massimo il consenso sulla sua proposta di riforma. E non c'è solo questo. Ora che i grillini potrebbero dividersi il premier intende rivolgersi anche al loro elettorato, perché il Movimento 5 stelle ormai abbastanza diviso al suo interno, potrebbe subire dei contraccolpi dalla morte del suo ideologo Gian Roberto Casaleggio.

 

E pescare in quell'elettorato diventa quindi un obiettivo del presidente del Consiglio, non solo in vista del referendum sulla riforma costituzionale, ma anche in prospettiva, per le prossime elezioni politiche.

 

E a proposito di elettorato: Matteo Renzi ha deciso che è giunta l'ora di curare con particolare attenzione quello il giovanile, dove il Pd, stando a tutti i sondaggi, continua a faticare a farsi strada. Secondo le rilevazioni di diversi istituti, infatti, il Partito democratico continua ad essere la seconda forza politica dopo il Movimento 5 stelle nella fascia più giovane degli elettori, e, alle condizioni date, non c'è in vista nessun possibile sorpasso.

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