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Qualche dubbio sul bonus renziano di 80 euro per i pensionati

L’annuncio è arrivato pochi giorni fa. Matteo Renzi, in un botta e risposta su Facebook e Twitter, ha comunicato di voler estendere il bonus di 80 euro anche a chi riceve una pensione minima. Sul “quando” e sul “come”, però, nessun dettaglio.

12 Aprile 2016 alle 12:15

Qualche dubbio sul bonus renziano di 80 euro per i pensionati

Matteo Renzi alla Camera dei Deputati (foto LaPresse)

L’annuncio è arrivato pochi giorni fa. Matteo Renzi, in un botta e risposta su Facebook e Twitter, ha comunicato di voler estendere il bonus di 80 euro anche a chi riceve una pensione minima. Sul “quando” e sul “come”, però, nessun dettaglio. “Vedremo se saremo in grado” ha detto, facendo intendere che non sarà facile reperire le risorse, che, come si può immaginare, rischiano di non essere poche: diversi calcoli indicano un esborso complessivo intorno ai 3 miliardi di euro. L’intervento dovrà essere coperto attraverso minori uscite o maggiori entrate. In effetti, è difficile pensare di finanziare questa maggiore spesa corrente invocando ulteriori margini di flessibilità fiscale e, quindi, ulteriori incrementi del disavanzo. Con la Commissione europea è tutt’ora in corso un negoziato per ottenere quasi un punto di pil di flessibilità, in parte da destinare a un altro bonus, quello dei diciottenni. Possibili concessioni in questo senso appaiono, pertanto, assai improbabili.

 

Chiarito questo punto, c’è da chiedersi quale sia l’obiettivo che si vuole raggiungere con questa misura. Di sicuro, dare 80 euro a chi percepisce una pensione minima contribuirebbe a ridurre la povertà, in particolare per quel che riguarda gli oltre due milioni di pensionati con un reddito pensionistico di 500 euro. Tuttavia, in Italia vi sono categorie ancora più svantaggiate che avrebbero maggiormente bisogno di un sostegno. I dati Istat mostrano che in questi anni di crisi, non solo è aumentata la percentuale di persone in condizione di povertà assoluta (dal 3 per cento del 2007 al circa il 7 per cento nel 2014) ma ne è anche cambiata la composizione: se prima, gli ultra sessantacinquenni soli costituivano la maggioranza dei poveri, ora rappresentano solo il 5 per cento. In pochi anni è aumentata, invece, la percentuale di poveri che vivono in coppia con almeno un figlio (il 60 per cento del totale dei poveri) e in famiglie con un solo genitore, spesso mamme single (il 10 per cento). 

 


Poveri nella Comunità di Sant'Egidio a Santa Maria in Trastevere (foto LaPresse)


 

Questi dati suggeriscono che destinatario di risorse dovrebbe essere soprattutto chi non ha reddito, perché non ha un lavoro e ha una famiglia a carico. I pensionati un reddito – seppur minimo – lo percepiscono. Peraltro, questi ultimi, per come è distribuita la spesa del welfare in Italia, risultano essere una categoria relativamente protetta, almeno nel confronto con gli altri paesi europei. Dai dati Eurostat più recenti, si evince che in Italia la spesa per il welfare nel 2014 è stata pressoché in linea con quella della media dell’area dell’euro, sia in percentuale del pil ( 21,5 per cento del Pil contro il 20,4 per cento), sia in percentuale della spesa pubblica totale (41,8 per cento contro il 41,2 per cento delle media euro), sia in termini di variazione rispetto agli ultimi dieci anni  (33 per cento contro il 32 per cento). In sostanza, l’Italia spende quanto gli altri. Ma non nello stesso modo.
 

 

Due terzi del totale della spesa è destinata alle pensioni (nella media dei paesi euro la quota non supera il 50 per cento) mentre la spesa per le politiche per la famiglia, l’inclusione sociale e l’abitazione rappresenta solo l’8 per cento contro il 13,3 per cento della media euro, il 18 per cento della Francia e il 12,5 della Germania. Questa diversa composizione della spesa per il welfare, più passiva (diretta a chi ha smesso di lavorare) che attiva (diretta a incentivare l’entrata nel mondo del lavoro) spiega anche perché in Italia il tasso di occupazione è così basso, in particolare quello femminile (46,8 per cento) secondo solo a quello greco (41,1 per cento) e con un divario di quasi 12 punti con la media euro (58,8 per cento), di 14 punti con la Francia (60,9 per cento) e di 22 punti con la Germania (69.5 per cento).

 

In conclusione, la lotta alla povertà è sicuramente una priorità per la società italiana ma andrebbe indirizzata verso chi ha visto la propria posizione deteriorarsi in questi anni, in particolare le famiglie monoreddito senza lavoro e le donne. Misure che avrebbero, peraltro, due obiettivi: aiutare chi ha più bisogno ma anche favorire l’inserimento sul mercato del lavoro e aumentare, così, l’occupazione, condizione necessaria per garantire la sostenibilità dell’intero sistema pensionistico.

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