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Casaleggio e la parabola dell’infelicità orwelliana

Utopia e distopia. L’idea della perfezione. E la realizzazione del suo contrario. Il desiderio. E l’imprevisto. La vita. E la morte. Gianroberto Casaleggio se n’è andato in anticipo, lasciando un algoritmo incompiuto, la sua esistenza.

12 Aprile 2016 alle 18:11

Casaleggio e la parabola dell’infelicità orwelliana

Gianroberto Casaleggio (foto LaPresse)

Utopia e distopia. L’idea della perfezione. E la realizzazione del suo contrario. Il desiderio. E l’imprevisto. La vita. E la morte. Gianroberto Casaleggio se n’è andato in anticipo, lasciando un algoritmo incompiuto, la sua esistenza. La sua biografia si è interrotta mentre stava pensando a un codice diverso, non un semplice upgrade del software, ma un programma da installare ex novo nella macchina politica, uno sviluppo che, forse, avrebbe intitolato come un libro di Franzen, Le Correzioni.
Casaleggio fu molto più figlio della cultura psichedelica che dell’Olivetti, dove lavorò come programmatore. Di quest’ultima impresa, delle memorie di Adriano, conservò il senso della comunità che poi trasformò in commento, community.
Ivrea? Sì, certo, ma adesso che è giunta l’ora senz’ombra, è chiaro che quella sagoma d’uomo fatto di irradiazioni sul domani sarebbe stata in connessione ultraveloce con il creato solo in una spiaggia di Venice, in California, o in un garage della Silicon Valley, tra valvole, elettroni e pistoni, pronto a decollare in una macchina del tempo. Il destino lo fece italiano in un’èra senza più inventori e Casaleggio si ritrovò inattuale, troppo avanti, con la sua utopia impossibile e contraddittoria,  in una nazione dove, come disse una volta Enrico Fermi ai suoi studenti, a volte “è meglio arrivare secondi”.

 

Ivrea? No, Gaia, la terra tutta era contenuta nel suo pensiero, terabyte di dati da caricare e scaricare, una fatica di Sisifo, per raggiungere la sua utopia, la democrazia elettronica, quella senza abrasioni, imprecisioni, asimmetrie informative. Il Movimento 5 stelle nella sua mente era questa idea della partecipazione, della condivisione e della scelta senza più intermediazione, “uno vale uno”.

 

Beppe Grillo fu la sua rappresentazione, il catalizzatore della reazione chimica, ma l’alambicco era saldamente nelle sue mani e la formula nella sua testa. Casaleggio vide lo sminuzzamento dell’opinione pubblica e la crescita di una massa senza potere in real time, la creazione di uno spazio inquieto e in movimento nello scenario politico, vide il rovesciamento della gerarchia delle fonti, l’avanzare di internet come tazebao in pixel. Vide molto, Casaleggio, e in questo suo leggere, interpretare e codificare, fu geniale esploratore, un pioniere. Ma dell’uomo in rivolta che cercava di addomesticare e dotare di una coscienza critica, sottovalutò l’ancestrale richiamo della foresta, la dimensione ferina, lo spalancarsi automatico delle fauci, il ringhio e la naturale tendenza del potere a farsi dispotismo. La sua idea di governare i processi politici – e le persone – come se fossero reti neurali si scontrò con l’inesorabile realtà della Krisis, dell’umano troppo umano. Così la sua utopia della società perfetta, il tentativo sovrumano di mettere ordine nel caos, si trasformò in una parabola d’infelicità orwelliana e il tasto reset nella galassia pentastellata divenne spesso una necessità.

 

Casaleggio incontrò nell’universo della politica il suo irrisolvibile problema matematico: la divergenza. Poteva immaginare i più raffinati strumenti di analisi e raccolta dei dati, dei caratteri e delle personalità, ma lo scarto tra il calcolo e le pulsioni dell’anima dei “cittadini” rimase sempre grande e imprevedibile. Casaleggio misurò questa incolmabile distanza e, alla fine, in una parabola involontariamente perfetta, prima di andarsene, mise nero su bianco in “Veni, vidi, web” il suo testamento: una (in)desiderabile utopia. Fu un’evasione nel dominio della tecnica e dell’ordine d’acciaio, nell’esposizione della colpa e nella sua espiazione automatica, nell’arcadia del software senza emozioni, un precipitare nel buco nero dell’impossibile, la dolorosa e necessaria tappa finale del ricongiungimento con il presente evocato da Philip K. Dick: “La realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci, non svanisce”.

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