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Il Lodo Foglio per la salvezza di Renzi

Le previsioni della Bce, la sfida con le procure, il logoramento, i nemici. Che fare? Tre mosse per riconquistare l’elettore della nazione: referendum, voto anticipato e vera rivoluzione sulle tasse, anche a costo di sforare il deficit.

8 Aprile 2016 alle 06:21

Il Lodo Foglio per la salvezza di Renzi

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

C’è una piena che può travolgere Renzi, economica, finanziaria, giudiziaria e chissà che altro, e senza cambiare ritmo, senza cambiare agenda e senza costruire un nuovo e preciso percorso politico capace di mettere in sicurezza il ricco bottino del renzismo il destino del presidente del Consiglio rischia di complicarsi e di essere soggetto a una lunga e interminabile fase di stanco e insostenibile logoramento. Il rischio c’è. Non è ancora un rischio che potrebbe portare a una caduta del presidente del Consiglio, anche per assenza di avversari credibili (Di Maio chi?). Ma il punto è che, senza una grande mossa che potrebbe ridare slancio al renzismo di governo facendolo uscire rapidamente dal clima oggettivo di assedio, il futuro potrebbe essere meno radioso di quello immaginabile fino a qualche tempo fa. Che fare, dunque? E come prepararsi a un anno che promette di essere duro, come ha confermato ieri la Bce e come ha confermato due giorni fa anche il Fondo Monetario? E quale può essere, in concreto, la formula politica da adottare per capitalizzare il consenso, marginalizzare i conservatorismi di sinistra e ridare slancio sia al paese, sia all’economia sia al suo partito? In Francia, come raccontiamo oggi nel Foglio, il tosto ministro dell’Economia Emmanuel Macron ha capito che per imporre una nuova agenda riformatrice al mondo della sinistra occorre superare i vecchi steccati e i vecchi contenitori della politica e occorre farlo in modo radicale e definitivo: con una rupture. Per questo Macron ha scelto di uscire dal suo partito (i socialisti) e fondare un nuovo movimento (“En Marche”) per superare i blocchi sociali e dare un nuovo sprint al suo paese. Il percorso di Macron non è paragonabile a quello che potrebbe (dovrebbe) imboccare Renzi per il semplice fatto che Renzi è alla guida di un partito che è più moderno di quello socialista francese. Ma nonostante questo Macron coglie un punto importante: per imporre una nuova forma di riformismo, a sinistra, le vecchie scatole non bastano più, sono usurate, ossidate, impraticabili, e se partiamo da questo presupposto anche per Renzi, per evitare il famoso deterioramento, la strada non può che essere segnata e non può che essere una. Tre punti: trasformare il prossimo referendum costituzionale, quello di ottobre, in un’occasione per far fiorire, dalle macerie del Pd, una nuova forza politica capace di superare il Partito democratico e opporsi plasticamente all’Italia dei comitati del no; mettere a frutto, a prescindere dal risultato delle amministrative, quella macchina organizzativa, la Leopolda quotidiana, che verrà messa in piedi per vincere il referendum costituzionale; e sfruttare quindi la disorganizzazione degli avversari costruendo le condizioni per andare a votare nello stesso mese in cui si è votato alle ultime elezioni, un anno prima però della scadenza naturale della legislatura, ovvero il 25 febbraio 2017, tra 300 giorni (l’Italicum entrerà ufficialmente in vigore il primo luglio del 2016 ma funzionerà a pieni giri solo dopo l’approvamento della riforma costituzionale).

 

Il Lodo Foglio per la salvezza di Renzi (funziona, no?) prevede però un passaggio fondamentale per far sì che lo schema delle elezioni anticipate sia solo un mezzo e non un semplice fine. A prescindere da quello che verrà deciso la prossima settimana dalla Commissione Europea sul riconoscimento o meno della flessibilità richiesta dal governo sulla questione migranti è difficile immaginare che la prossima legge di stabilità possa permettere a Renzi di avere margine di manovra per fare quello che il presidente del Consiglio promette a parole da mesi: abbassare le tasse. Quale che sia la trattativa che porterà avanti il premier nei prossimi mesi con l’Europa, per votare nel 2017 serve un grande progetto per costruire consenso e ricostruire l’Italia. E quel progetto riguarda una grande e poderosa riduzione delle tasse. Non una sforbiciata, come è stato finora (ma la pressione fiscale complessiva dell’Italia è ferma al 43 per cento da ormai due anni), ma un taglio senza precedenti:  venti per cento di Ires e venti per cento di Irap. E dato che è inutile pensare che il presidente del Consiglio abbia nel suo dna il finanziamento della riduzione delle tasse attraverso una cospicua politica di tagli di spesa (come ha ricordato sul Corriere della Sera il professor Francesco Giavazzi lo scorso 27 febbraio nel 2015 ci sono stati tagli di spesa per 25 miliardi compensati però da 20 miliardi di maggiori spese) l’unica strada che ha Renzi per andare alle elezioni anticipate con un programma capace di conquistare definitivamente l’elettore della nazione è quella di finanziare l’abbattimento delle tasse con lo stesso metodo con cui nel 2003 il cancelliere tedesco Gerhard Schröder riuscì a ricostruire la Germania: uno sforamento del parametro del tre per cento nel rapporto deficit pil per un periodo di tempo limitato (nel 2003 Schröder programmò uno sforamento di tre anni) da portare avanti insieme con un programma di riforme strutturali da far monitorare alla stessa Commissione, anche a costo di far scattare in Europa una procedura di infrazione. Referendum, battaglia con l’Europa sulle tasse, elezioni. Senza le misure prese dalla Bce, ha detto ieri il governatore d’Italia Ignazio Visco, la recessione italiana sarebbe finita solo nel 2017. Senza i tre passaggi che consigliamo al capo del governo la recessione politica, Draghi o non Draghi, rischia di dar vita un lungo tunnel in cui i sabotatori del presidente del Consiglio potrebbe trovare occasione di far deragliare il treno del governo. Il modello Macron è forse troppo. Il modello Foglio chissà.

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