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Non solo Le Pen. Gli anti sistema si combattono con l'efficienza sui soldi. Lezioni post Leopolda

Occhio alla spesa. E prima Renzi lo capirà, prima riuscirà a trovare la chiave giusta per togliere quella muffa sulla quale crescono, anche in Italia, molti funghetti grillini.

13 Dicembre 2015 alle 11:00

Non solo Le Pen. Gli anti sistema si combattono con l'efficienza sui soldi. Lezioni post Leopolda

Matteo Renzi sul palco della Leopolda (LaPresse)

L’Economist di questa settimana, come avrete avuto modo di vedere, dedica la sua storia di copertina a tre leader internazionali che hanno fatto, o meglio che avrebbero fatto, del “playing with fear”, del “giocare con la paura”, un tratto distintivo del proprio percorso politico. I tre sono Trump, Le Pen e Orban e seguendo la chiave interpretativa offerta dall’Economist si potrebbero aggiungere facilmente anche il Movimento 5 stelle, la Lega Nord, Podemos, e molti altri partiti anti sistema. L’argomento è centrale, naturalmente, e lo è non solo per la pazzotica campagna elettorale americana ma anche per alcune campagne elettorali, del vecchio continente, che ci riguardano più da vicino: le ultime regionali in Francia (domenica 13 dicembre), le prossime politiche in Spagna (domenica 20 dicembre), le future amministrative in Italia (prossima primavera).
 
Il tema della paura, legato soprattutto alle risposte timide e titubanti offerte dai leader al governo sul tema immigrazione e terrorismo (i Trump nascono solo laddove esistono gli Obama), è importante e ha un suo peso non indifferente. Ma se proviamo a ragionare con più profondità, allargando l’inquadratura della nostra telecamera, noteremo che c’è un’altra paura meno indagata ma ugualmente decisiva che porta gli elettori a voltare le spalle ai partiti di governo. Buttiamola giù così: e se la vera radice del “populismo”, con molte virgolette politicamente corrette, fosse anche la paura, il terrore, di aver a che fare con uno stato che ogni giorno prende per i fondelli il contribuente quando si parla di spesa pubblica? Detto in altri termini: un governo in carica può essere credibile e competitivo se non dimostra all’elettore di fare quello che l’elettore medio ha fatto durante gli anni della crisi economica, ovvero rimboccarsi le maniche, rivedere il proprio bilancio familiare e razionalizzare la spesa domestica per essere più efficienti e dunque, in definitiva, per risparmiare piccioli?
 
 
In Inghilterra, il successo di David Cameron alle ultime elezioni è nato seguendo soprattutto questa traccia (taglio alla spesa pubblica, taglio alle tasse) e si spiega anche così la scomparsa politica di un simpatico mattacchione come Farage, con cui Salvini e Grillo, prima della disfatta dell’Ukip, avevano scattato molti selfie pieni di cuoricini anti sistema (#vinciamopoi). In Francia, naturalmente, gli ingredienti della sfida tra le Le Pen e i partiti di Hollande e Sarkozy è carica di significati di ogni genere (islam, sicurezza, terrorismo, immigrazione) ma tra i tanti ce n’è uno che è stato forse trascurato e che riguarda proprio il modo, scellerato, in cui lo stato francese spende denaro. Da molti punti di vista, il lepenismo è maturato infatti in un contesto politico in cui i governanti francesi hanno mostrato di spendere tanto e male i soldi del contribuente. E non è un caso che il Front National sia cresciuto nella stessa Francia che al posto di preoccuparsi, da buon padre di famiglia, di come razionalizzare la spesa pubblica, e di conseguenza di combattere le inefficienze del sistema, si è preoccupata soprattutto di trovare strade utili per spendere di più (nel 2014, anno in cui Hollande ha ottenuto la deroga per sforare il deficit del tre per cento, la spesa pubblica francese ha toccato il 57,2 per cento del Pil, contro il 51,1 per cento dell’Italia e il 49,3 per cento della Grecia). Sarà un caso ma – come segnalato bene martedì scorso sul Foglio da David Carretta – l’unico vero deflusso dell’ondata lepenista si è realizzato tra il 2007 e il 2009 quando, appena arrivato all’Eliseo, Sarkozy lanciò una serie di riforme – non da politica spendacciona – per mantenere la promessa di “lavorare di più per guadagnare di più”, come la defiscalizzazione degli straordinari, e quando il Front National, con il 6,34 per cento alle europee del 2009, sembrava scomparso.
 
[**Video_box_2**]Osservare l’andamento della spesa pubblica, verrebbe da dire, è un modo utile per misurare le trasformazioni di un paese e la capacità di un governo di intervenire sulle inefficienze del sistema e non è un caso che il premier spagnolo Rajoy (che ha tagliato la spesa dal 48 al 43 per cento del pil) domenica prossima punti proprio su questa carta per affrontare i caciaroni di Podemos. Tagliare la spesa pubblica, o quantomeno mostrare un’attenzione particolare ai conti dello stato, alla sua efficienza, al buon funzionamento della macchina amministrativa, e mostrare agli elettori che i contributi raccolti dello stato vengono gestiti con cura e non dissipati è uno dei motori della modernizzazione dei paesi e se c’è una ragione per cui i progressisti in Europa sono quelli che sembrano soffrire di più l’ascesa dei partiti anti sistema la ragione è che i partiti spendaccioni, che in tempi di crisi si comportano da cattivi padri di famiglia, vengono spesso percepiti come dei partiti irresponsabili.
 
Occhio alla spesa, dunque. E prima Renzi lo capirà, prima riuscirà a trovare la chiave giusta per togliere quella muffa sulla quale crescono, anche in Italia, molti funghetti grillini.

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