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Le Pen di Salvini

Contraddizioni e ambizioni del leader leghista, incompiuto lepenista d’Italia. Salvini gioisce per il voto francese, ma la sua Lega non può essere un Fronte nazionale. Ecco perché.

7 Dicembre 2015 alle 20:25

Le Pen di Salvini

Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini (foto LaPresse)

Roma. Matteo Salvini assomiglia a Marine Le Pen, ai suoi eleganti tailleur neri, al suo francese alto e rassicurante, al suo movimento patriottico che si chiama Fronte nazionale e non Lega nord, alla sua squadra composta da “énarques”, cioè dal meglio della classe dirigente francese prodotta dalla scuola dell’Ena, come il telefonino cinese può assomigliare all’iPhone: ne riprende la linea, ne imita le funzioni, ha delle app che sono quasi le stesse, è bello quasi come l’originale. Ma “quasi”, appunto.

 

Entrambi hanno seppellito il padre, lei Jean-Marie, lui Umberto Bossi, ed entrambi si schierano con Vladimir Putin e i rubli di Mosca, a riprova di un’affinità che tuttavia per l’italiano diventa quasi ginnastica mimetica (“io vorrei solo copiare dal modello di Marine Le Pen”), mentre per la francese è forse un esercizio di leadership sulla strana Internazionale Nazionalista, la manifestazione d’un padrinato.

 

 

O meglio, la manifestazione di un madrinato: “Quando ho incontrato Salvini i sondaggi davano risultati molto bassi, ma sapevo che era destinato a esplodere”. E dunque Marine ha espulso papà Jean-Marie, che sfilava con le camicie brune del Fronte nazionale “in onore del lavoro e di Giovanna d’Arco” e che sempre era in cerca di una Francia antica e un po’ incongrua che avesse i baffi di Asterix, come Matteo ha invece chiuso i conti con papà Umberto, che sfilava con le camicie verdi e sempre cercava sul Po il calore (e il colore) un po’ farlocco delle antiche culture locali, delle ampolle e delle corna celtiche. Così adesso Salvini esulta quasi le avesse vinte lui les élections régionales: “Cambia la Francia e cambierà l’Italia”, dice, mentre i vignettisti già gli disegnano in testa la chioma bionda della signora Le Pen, che è quasi una corona, il presagio di un’unzione elettorale, l’antevisione di un trionfo. E Salvini festeggia perché riconosce nel vocione fermo e baritonale della nuova padrona di Francia, adesso sorprendentemente a capo del primo partito del paese, il modello originale a cui lui s’ispira. E un po’ Salvini scambia i successi altrui con i propri. Legittimamente crede d’essere anche lui sospinto dal medesimo vento della storia, sa d’essere pure lui, nella più modesta dimensione italiana, in un paese che non conosce né le banlieue né i licei dove la polizia non riesce a entrare, uno dei volti di quella modernità che è oggi il malessere europeo: la modernità che riempie le città di disperati in fuga dal terzo mondo, la modernità del terrorismo islamista e delle incertezze occidentali. E chi meglio di Salvini – pensa Salvini – chi meglio di lui, che senza difficoltà riesce a dire che “l’Isis va combattuto con le armi”, incarna in Italia quella comprensibile paura di perdere sicurezza, identità, agi, che in Francia si è trasformata in voti al Fronte nazionale?

 

[**Video_box_2**]Ma la politica, diceva Karl Kraus, è effetto di scena, e insomma a ogni ruolo sul palcoscenico girevole della commedia devono corrispondere un contesto e una grammatica adeguati. Anche Marine Le Pen è diventata in Francia una figura televisiva, ubiqua e instancabile, proprio come Salvini su La7 e su Rete4, su Rai3 (al mattino) e su Canale5 (al pomeriggio). Ma poiché la forma deve aderire al contenuto, e il contenuto in questo caso è l’ambizione di governare la Francia, la signora Le Pen non indossa mai la felpa, anzi si pettina i capelli, è una populista sempre meno sopra le righe, di un’eleganza rassicurante in foulard e calze scure malgrado la ruvidezza delle sue posizioni: non ondeggia strumentalmente tra una Lega padana che non sfonda al sud e una Lega nazionale che non riscalda il nord, non accoglie neofascisti di CasaPound né teste rasate ai comizi, ma prende le distanze dall’antisemitismo, interpreta con diligenza l’eurofobia e senza la contraddizione d’avere alleati che stringono la mano ad Angela Merkel. E insomma come l’Italia è una piccola Francia che non funziona, anche Salvini è per adesso un piccolo Marine Le Pen che non funziona, un po’ incongruo come la torre Eiffel a Las Vegas o il camembert fatto in provincia di Varese. Ma chissà. Nella sua ultima intervista a Silvio Berlusconi, Bruno Vespa si è rivolto così al Cavaliere, intravvedendo forse una speranza: “Ieri è venuto da me Salvini. Pensi, aveva persino la cravatta”.

 

 

 

 

 

 

 

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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