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Lo scandalo delle porte girevoli

Da Finocchiaro a Emiliano, quei politici che conservano la toga

16 Ottobre 2015 alle 09:26

Lo scandalo delle porte girevoli

Michele Emiliano (foto LaPresse)

"Io vieterei a magistrati e prefetti di candidarsi per cinque anni”, ha detto ieri a Repubblica Franco Gabrielli. Il prefetto di Roma rispondeva così alla domanda: si candiderà a sindaco della Capitale? Gabrielli non ha soltanto detto di no, ma ha pure messo in evidenza il guasto scandaloso delle porte girevoli tra politica, magistratura e amministrazione pubblica. Alcune settimane fa persino il Csm si era rivolto al Parlamento chiedendo un intervento di carattere legislativo che imponesse – in questo caso ai magistrati, che sono d’altrocanto i più impegnati e richiesti in politica – di scegliere: o la toga o il seggio parlamentare, o fate i giudici o fate i politici. Lo scandalo risiede nel malcostume diffuso di ricoprire incarichi di rappresentanti eletti del popolo, senza però mai rinunciare al benefico paracadute (in termini pensionistici, ma non solo) della toga.

 

Risiede nella possibilità, una volta finita – o in taluni casi fallita – la carriera politica, di rientrare come nulla fosse nei ranghi della magistratura. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, è uno dei pochissimi che si è elegantemente dimesso. Altri, come Anna Finocchiaro (dal 1986 in Parlamento), sono ancora magistrati, e ogni quattro anni vengono pure promossi e valutati dal Csm. In base a quali sentenze, a quali provvedimenti giudiziari? Chissà. Lo stesso vale per Michele Emiliano, oggi presidente della Puglia, e già sindaco di Bari dal lontano 2004. Solo ad Antonio Ingroia, dopo il flop elettorale, venne impedito il ritorno alla procura di Palermo, dove voleva riallocarsi e fare indagini dopo una campagna elettorale già combattuta contro alcuni di quegli stessi personaggi politici che aveva fatto oggetto delle sue acrobatiche inchieste.

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